Giovanna Amato, Un bel giorno sarà estate

 

Giovanna Amato, Un bel giorno sarà estate
fvə editori 2021

Tonio è un -bot “mandato dal governo”, come all’inizio di ogni anno scolastico, a prestare la propria opera di insegnante a tempo indeterminato in una scuola statale. È lì che conosce Maria ed è lì che questa conoscenza diventa pericolosamente vicina a qualcosa che, in linea di principio, o meglio, in virtù di una programmazione in serie, un -bot non può provare: l’amore.
È amore che si nutre del proprio essere incondizionato, assoluto, sciolto dal vincolo di essere contraccambiato, eppure doloroso.
Ma un -bot è stato concepito per sostituire, per coadiuvare, per svolgere mansioni, non per provare sentimenti.
Qui, con la ripresa di un tema che dalla figura del golem nella letteratura dell’Ottocento è giunta fino a noi e, passando per il genere della fantascienza sulla carta e sullo schermo, ha inondato il nostro immaginario, prende l’avvio ciò che sembra un percorso di sconsiderato masochismo, ma che, a ben guardare, è un temerariamente ponderato atto di ribellione all’economia del dare e dell’avere, alla logica dell’utile, perfino al capriccio di colei che, pur indietreggiando dinanzi all’abbagliante gratuità, non vuole rinunciare a essere idolatrata.
Come l’omonimo dal cognome tedesco settentrionale Kröger nel racconto di Thomas Mann, Tonio di Un bel giorno sarà estate di Giovanna Amato, un -bot come il suo amico Luca, barista provetto e impasticcato, Tonio, dunque, si contrappone agli altri.
In Tonio Kröger, il protagonista, l’artista, si contrapponeva, pur perdutamente innamorato, ai borghesi Hans Hansen e Inge Holm, benestanti, spensierati e… dagli occhi azzurri (particolare importante, questo, ché dal colore della loro iride Tonio Kröger faceva scaturire un’intera categoria di persone determinate, sicure di sé: il suo contrario, insomma).
Il colore degli occhi di Maria non è così definito o, per essere più precisi, si sottrae a una sua definizione, ma la distanza si ripropone, così come si ripropone la bellezza luminosa dell’amore e la sensazione dolorosa della diversità.
Nell’epilogo, dopo un’estate intermedia che agisce come cesura, risiede non solo una risposta originale al conflitto, ma la conferma del graffio elegantissimo della scrittura di Giovanna Amato.

@AnnaMariaCurci

 

Strano quello che prova. Come si è sottomesso subito all’amore, riconoscendone i termini, come ha imparato la sua area e il suo perimetro, come quando ci si adatta ad una stanza nuova. Anche gli umani imparano con tutta questa facilità? Anche per loro basta innamorarsi per sapere cosa sia l’amore?
La ama solo da due giorni, ma ha il bisogno di dirlo. Luca non gli basta. Vuole dirlo a lei, a un prete, a chiunque. Chiudersi in una chiesa e dire: ho peccato. Guardala e dimmi come potevo non peccare.
Ma lui è un -bot. Non ha preti, non ha chiese. Né può dire a Maria: ecco cosa ho fatto. L’ho fatto per te. Ho forzato la mia natura e mi sono reso capace di amare perché volevo starti accanto, perché volevo intuire con una forza di cui non ero abbastanza capace tutto quello di cui avevi bisogno. Quanto male potrebbe farle questa confessione?
Vorrebbe pensare a tutto questo. Studiare una strategia. Ma qualsiasi pensiero è interrotto da Maria che arriva, Maria che arriva a ondate, e pulisce con la sua presenza di pensiero tutto quello che era stata prima che arrivasse l’amore. Non è diventata più alta, Maria, non ha messo né ha tolto peso, non porta i capelli in un altro modo né ha gli occhi di un colore (ma quale colore?) diverso. Non ha nulla che non avesse tre giorni fa. Eppure i dettagli si illuminano dal fondale, emergono con una precisione chirurgica che lo stiletta. Le orecchie dal padiglione leggermente aperto. Le narici piccole e raccolte. La chiusura asimmetrica delle labbra. E i gesti con cui manipola il suo corpo: grattarsi la caviglia se è nervosa, tirarsi i capelli in una coda di cavallo e poi lasciarli andare sulla nuca. Tutto questo (come ha potuto non vedere tutto questo?) è un margine, e la sua vastità lo sbigottisce. È il signore di un campo sconfinato. È il più piccolo dei servi. (pp. 60-61)

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