‘Gli scomparsi’: Carlo Emilio Gadda

Gli scomparsi sono i libri che non abbiamo mai saputo di voler ritrovare: libri dimenticati, libri fuori edizione, libri introvabili, libri mai tradottilibri trascuratiOgni settimana qualche brano da un libro“scomparso”, nella speranza che questo piccolo spazio nascosto possa contribuire a riesumarne qualcuno.

Edoardo Pisani

Le Muse, Jan Toorop

Il libro di oggi è Lettere a Gianfranco Contini, di Carlo Emilio
Gadda. Le lettere di Gadda a Contini, curate da Contini stesso, sono da tempo irreperibili nelle librerie; eppure è uno dei carteggi letterariamente più interessanti del secondo Novecento italiano. Riportiamo due brani di due diverse lettere; la prima contiene un attacco a Moravia irresistibilmente “nevrastenico” (come lo definisce Contini nelle note), la seconda una preziosa e sofferta confessione biografica di Gadda sulla propria opera.


Carissimo,
ti ringrazio della tua lettera da Friburgo, e ti scrivo a Domo dove mi dici tu sarai. Non sono ancora disponibile per “vacanze”, lo sportello della gabbia non si apre ancora: avanti coi 35! Sarà, semmai, per il settembre.
[…]
Lo Strega è stato conferito a Moravia: giustamente, avuto riguardo al merito generale. – Il suo libro è arrivato (a passi felpati) 20 giorni dopo la scadenza del concorso e comprende lavori già editi in volume. Non è giusto accusare di lesa maestà moraviana i concorrenti “ripetutamente invitati” come me. Io non solo mi sono LEGITTIMAMENTE ISCRITTO A TEMPO DEBITO, con libro uscito a TEMPO DEBITO, ma fino alla scadenza delle presentazione et ultra, ignoravo, come tutti ignoravano, che Moravia avrebbe presentato un libro, auspice la famiglia Cecchi, e col rumoroso codazzo degli strombazzatori di sinistra; i quali hanno pubblicato che le mie Favole sono “sostenute dai preti”. Se è Moravia che ha varato questo siluro di tutta puzza, bisogna dire che il suo cervello è quello di un autentico deficiente: e che la spondilite e l’eredolue gli è arrivata alla ipófisi, o pituita. O è malafede anaria.
“Dietro Gadda c’è Piccioni, dietro Piccioni c’è Andreotti, e dietro Andreotti… puntini… eccelsamente vaticani” (Testo di Paese Sera). Sì, dietro me e dietro il bel trenino di cazzinculi, ci starebbe il Pacelli! Piccioni mi ha dato gentilmente il suo voto di amico o di buon compagno, come Angioletti “ateo integrale”, come me lo hai dato
tu. Che c’entra il Papa? Per quanto disastrosa sia l’opinione che un milionario an-ario (come li chiami tu) possa avere di una zitella con tre corone in testa, la pianti di fare il martire del libero pensiero! e di darsi a ritenere come l’unico martire! Io sono martire quanto lui e più di lui: Eros & Priapo non si può stampare. E non ci sono coiti, mentre lui ha potuto inondare di male chiavate i suoi romanzi. L’Indice [Sacra Congregazione dell’] lo ha messo all’indice, come ha messo all’indice il Pescarese: è il meno che poteva fare, nella pia quanto vana speranza di salvare dal manustupro le sue zitelle e i suoi seminaristi. Macché martire!
Il y a de la blague dans tout cela. Inflazione poetica, logorrea critica, e adesso martirologio-Parioli, sono le baggianate dell’epoca. C’est à se tordre.

Non invierò né espressi né telegrammi.
Ti abbraccia affettuosamente il tuo

Gaddus

PS: Ho visto qui il simpatico Santucci. Leggerò; leggerò.

 

§

Illustre, caro Contini,
frequentando i “poeti del Duecento”, specie nella parte storica e biografica e nella annotazione filologica, ho patito quasi per reiterate fulgurazioni la conferma abbagliante del mio antico e súbito giudizio circa i rapporti con te, voglio dire circa i miei obblighi, troppi e troppo leggermente accolti e accollàtimi, verso di te. Da quando ti conobbi, a Roma, e da Firenze, dai primi tuoi Saggi, dalle Rime di Dante, guida per me preziosa e rivelatrice dei modi e degli strumenti di una indagine e di una raggiunta conoscenza del testo. Il giudizio fu ed è il seguente: un abisso divide il tuo intelletto dalle mie “approssimazioni”, la tua opera, la tua posizione dai miei “giochi”.
Il lungo strazio degli anni è la sola attenuante ch’io possa invocare di fronte a chi si facesse troppo acerbe giudice della mia leggerezza. Codesti “giochi” sono la mia novocaina, mon opium, mon alcool à moi.
Il loro significato biologico e terminale è l’inconscio tentativo di distornarmi dal dolore e dal male, anche per quanto riguarda l’infanzia, la prima guerra, la morte di mio fratello; e, soprattutto, gli orrori della seconda catastrofe, che per me ha rotto la vita in due tronconi senza valore, e ci ha fatto disperare di un futuro comune. Questi “divertissements”, queste fughe dalla realtà, sono, visti e giudicati sulla pagina, un atroce rimorso.
[…]
Oggi, qui, l’angosciata preghiera di non sentirti in alcun modo vincolato da eventuali domande del genere della suddescritta: di abbandonare me al pandemonio con la mia sfortuna e mala suerte, cioè brutta fortuna, di dilettante vexé par l’imprévu, tracassé par l’horreur della vita mia propria e degli anni che ci è toccato attraversare: e di voler credere che quanto più desidero, nella mia disperazione, è di allontanarmi e scampare dalla huée senza trascinare il nome di altri, e men che meno il tuo nitissimo (sic), nell’esiziale (per me) bailamme.
Con gratitudine, rimorsi, e profonda ammirazione, ti prego credermi l’aff.mo

Gadda

PS: La comminata tortura (7 dicembre, Sant’Ambrogio, Milano!) mi stritola, mi annienta. Ti dirò, se mi sarà dato: e perché.

 

(La prima lettera – l’assalto a Moravia – data del 1952, qualche anno prima della pubblicazione del Pasticciaccio (1957); la seconda è invece del 1962, poco prima della pubblicazione della Cognizione (1963). Sarebbe bene che le lettere di Gadda a Contini fossero di nuovo disponibili nelle librerie).

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