Davide Cortese, Tre poesie da “Zebù bambino”


Davide Cortese, Zebù bambino
Postfazione di Mattia Tarantino
Terra d’ulivi edizioni 2021

 

 

 

 

 

Gioca ai dadi con le bambole
il piccolo Zebù. A una ha dato il nome
della madre di Gesù.
Tatua fiori di melo e serpenti
sul seno di plastica di Maria.
Poi rosicchia quel seno coi denti.
Succhia il latte che finge vi sia.

 

Le mani che di giorno hanno picchiato
al buio le giunge in preghiera.
Zebù bambino si finge pio.
A cavalli di vetro soffiato
stringe la fragile criniera.
Gioca ai funerali di dio.

 

Quando in petto lo strugge
un arcano bisogno d’amore
va a rubare all’emporio del gobbo
un lecca lecca a forma di cuore.

 


Dalla postfazione di Mattia Tarantino:

“Al poeta – lo scomunicato, il balbuziente, l’insonne che veglia – non resterà che dire, allora: «Scoccano insieme/ la mezzanotte e il mezzogiorno». È la visione di Zebù, il bambino con le ali «da angelo randagio» che inganna il tempo a dadi, tempo di cui è ancora impossibile dire «How […] has ticked a heaven round the stars». Zebù, satira – satiro – della parodia, che dà fuoco agli angeli perché anneriscano, che «Tira le trecce a Maria, sua madre» giocando alla storia di Cristo tentando – attentando – la soglia, lo strano nesso, tra volontà e immaginario («Vuole un sole che non sia giallo./ Vuole andar piano ma arrivare presto/ accendere la luce per vedere il buio pesto»), è la figura di una ninna-nanna che buca il paradosso: che lo buca – e, per questo, vi si sottrae – proprio perché proviene da quel punto in cui il conflitto fugge dalla forma che gli abbiamo attribuito e fuggendo – slittando – indica un’altra via, qualcosa come un torrente appena sotto la struttura, annuncia una ricreazione, («Non vuole saperne d’a, e, i, o, u./ Ama la ricreazione/ il piccolo Zebù») l’inizio di un’altra Settimana e di un Giudizio ancora dove il linguaggio finisce di iniziare e non inizia – ristabilendo e dissimulando continuamente questa stessa simmetria – mai a finire. Come nella pseudocabala di Zanzotto («dài baranài tananài tatafài,/ sgorlemo i sissi missiemo i sonai») il linguaggio si fa factum loquendi, mero-fatto che si parli. Zebù, angelo del logos – e del logos stravolto, guarda l’Abgrund e ripete più volte e tentennando, come un rito che non riesce a ricordare, Nir-Garten: può parlare a ancora, e ancora può morire. Come coloro che «Dall’abisso tendono mani/ che già non si vedono più».

 


Qui e qui due tra i contributi dedicati da «Poetarum Silva» alla poesia di Davide Cortese

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