Pier Franco Uliana, Corrispondenze dal roseto boreale (rec. di Maria Lenti)

Pier Franco Uliana, Corrispondenze dal roseto boreale
Prefazione di Ivan Crico
Le Voci della Luna-Qudulibri 2021

Constatazione e non giudizio: la poesia italiana di almeno due decenni sembra ancorata a esperienze e passioni quotidiane prese con serietà da chi le narra e gira attorno a esse solo raramente con ironia e rilancio o spostamento di punto di vista, concentrando mondo (spazio e tempo) nel sé.
Resto stupita se mi giunge una poesia come esperienza di vita sì, ma come riflesso intellettuale, invito a capirsi e a capire. E, magari, a volte poesia come digressione, allontanamento, contrappunto alla fuga o al consistere, in relazione con una diversità. Ecco, sul mio tavolo, Corrispondenze dal roseto boreale di Pier Franco Uliana, che già dal titolo offre una dislocazione interrogante.
Come agiscono le poesie? I corrispondenti-emissari sono in persona, rivelati in nota o subito riconoscibili: Simone Martini, Hölderlin, Savonarola e Giordano Bruno, Ariosto, Tasso, Leopardi, Pascoli, Sylvia Plath, Anne Sexton, Gertrude Stein, Pasolini, Giovanni Raboni, Ezra Pound, Eliot, Zanzotto, Rimbaud, Lorca, Achmatova, Cvetaeva, Mandel’štam, Gumilëv, Majakovskji, Pasternak, Brodskji, Paul Celan, Gregory Corso, Mary Shelley, Primo Levi, Amelia Rosselli, Emilio Praga, Thomas Dylan, Ungaretti, Caproni, Loi, Dante, Petrarca, Pollock, Baudelaire). Le loro rose, cantate nelle poesie pur in un accenno significativo (le rose di Osip, l’innesto di rosa canina di Scardanelli-Hölderlin, le roselline di Amelia, la candida rosa di Levi, le spine dei roseti di Lorca, le spine dello spleen, la rosa dell’ideale baudelairiani, ecc.) sono reali e metaforiche. Come la rosa, per esempio, quale simbolo del piacere vago della sofferenza poetica Petrarca.
La corrispondenza non riesuma lo status dello scrittore nella sua forma canonica ma dialoga oltre il canone in uno ieri-oggi, testo-lettura-riflessione, di conferma e anticipazione, di scandaglio sulla durata e di proiezione spanta sulla vita odierna e sulla esistenza nella sua interiorità.
«Sbancavamenti di pianure venete/ e smottamponamenti di colline,/ strappi di paesaggio, fessurazioni:/ strabismi da far spalancare l’occhio/ voyeur e ammiccare l’altro voyant» (L’orto di Andrea); «Nel sogno ho vissuto cose tremende/ che ho paura di addormentarmi,/ nel sogno ad occhi aperti ho visto cose tremende/ che voglio addormentarmi…/ L’Africa senza giardini mi curerà» (Occhi di pervinca).
Non solo, dunque, conoscere per un piacere intrinseco, ma riconoscere l’incontro con un interlocutore parlante pensieri, pensamenti, figure dell’intorno e figure della possibilità, anzi della necessità umana. Uscenti da una lingua «in cui ogni nome – riprendo dalla prefazione di Ivan Crico – è sempre al suo posto, incastonato con la precisione dell’orafo che sceglie solo la gemma più adatta, in cui la preziosità non dipende dal valore dato dagli uomini ma solo dalla bellezza, rilucente diamante o umile opaco sasso di fiume…».
Caratteristiche proprie della poesia di Pier Franco Uliana, una poesia sui generis, in cui la singolarità del significante rende la ricchezza del significato, in cui il testo si slarga e si allarga sì che la lettura avanza verso la rilettura e apre a un’altra lingua poetica, a quello che è versus quello che non è, a una immagine mai rinchiusa entro sé stessa.

——Vedi quel punto
tra muro
————e rami…
sta’ sotto vento
————————e attento
prendi la mira…

lo sparo non lo sente
se dritto
————dritto va al petto
————————————-del niente. (Il caso della rosa)

© Maria Lenti

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