Dante 2021 #11: Dante e George Gordon Byron

Dante muore a Ravenna settecento anni or sono, la notte tra il 13 e il 14 settembre 1321. Un anniversario importante, che su queste pagine non può passare inosservato. «Poetarum Silva» intende commemorarlo, il 14 di ogni mese, attraverso le pagine di autori che gli hanno reso omaggio, trasformandolo in personaggio della loro scrittura critica, narrativa, poetica.

Dante e Byron, esuli e profeti

Byron, esule volontario dall’Inghilterra a partire dal 1816 conobbe a Venezia, nel 1819, la diciottenne Teresa Gamba, allora sposata col Conte Guiccioli e intraprese con lei una relazione che lo portò, alla fine dello stesso anno, a trasferirsi a Ravenna, dove la donna risiedeva col marito. A Ravenna rimase due anni, tra fameliche letture, bulimiche scritture, arditi contatti con la Carboneria, attacchi di cupa depressione e sfrenate cavalcate in pineta. Fu proprio durante una di queste cavalcate in compagnia di Teresa che nacque l’idea di scrivere un poema ispirato a Dante:

Un pomeriggio si recò con Teresa nella pineta fuori città e la Guiccioli stessa raccontò in seguito che quando al tramonto udirono le campane in lontananza suonare, pensarono ai versi che aprono il canto ottavo del Purgatorio: «Era già l’ora che volge il disio…». Teresa chiese allora a Byron di scrivere qualcosa su Dante e il giorno dopo lui iniziò a comporre la Prophecy, dedicandogliela.[1]

Nella prefazione scritta da Byron stesso si rievoca vagamente l’episodio, omettendo il nome della persona che ha dato il la alla composizione e dando conto al lettore di quale fosse la sua intenzione di scrittura:

In una gita, da me fatta a Ravenna nel 1819, mi fu suggerito, che avendo io composto un carme sulla prigionia del Tasso, sarebbe stato bene che facessi il medesimo intorno all’esiglio di Dante, la cui tomba forma quivi uno de’ più importanti oggetti di curiosità così pe’ nativi, come pe’ forestieri. […] E i seguenti quattro canti in terza rima ne furono il risultato. Nel caso che sien essi intesi ed approvati, è mio divisamento di continuare il poema in varj altri canti fino alla sua natural conclusione nel presente secolo. Supponga il lettore, che Dante s’indirizzi a lui nel tempo che passò tra il compimento della Divina Commedia e la morte di lui, e presagisca, poco innanzi quest’ultimo evento, le vicende d’Italia nelle età successive.[2]

La stesura cominciò il 18 giugno 1819, ma la prima edizione, per i tipi dell’editore londinese Murray, non avvenne che il 21 aprile 1821, insieme alla tragedia Martin Faliero. Nonostante una buona accoglienza, il proposito di continuare la stesura dell’opera non fu mai attuato, probabilmente perché nel periodo successivo l’autore si dedicò alle vicende politiche dell’Italia e della Grecia molto più che alla letteratura e la morte lo colse prima che potesse dar seguito a questa sua intenzione.
Il testo della Prophecy si apre con un distico di Campbell e un sonetto dedicato a una Lady che altri non è se non la Guiccioli. Lo riportiamo qui di seguito, nella traduzione coeva di Michele Leoni:

DEDICATORIA DELL’AUTORE

Se per la fredda, nebulosa terra,
ove la cuna ebb’io, ma non la tomba
aver vorrei, del magno italo vate
oso l’alta imitar triplice rima
con poetico stil, runnica ed aspra
copia di quel, che di sublime al mondo
la regïon meridional comparte,
tu la cagion, DONNA, ne sei. Pur se ombra
in lui non è dell’immortal concento,
la colpa mi perdoni il cor gentile.
Nello splendor di giovine beltade
parlasti: e ‘l tuo parlar, e ‘l disïoso
obbedir di chi t’ode, è un punto solo.
Ma ben dove più amico il sol rifulge
tanta di suon soavità si esprime,
e tal si spiega incanto, e dolce scorre
sì bel sermon da sì leggiadra bocca.
Deh a qual cimento non trarria tal possa![3]

Nella Prophecy Byron esule e poeta si immedesima in un Dante ideale, anch’egli esule e poeta. L’Alighieri profetizza le sorti della sua patria, assurgendo così a un ruolo oracolare che serviva a Byron per dare voce, sotto un’illustre maschera, alle sue idee di rivoluzionario e di carbonaro. Ciò non sfuggì alla censura, come testimonia il rapporto inviato il 9 febbraio 1822 dal Regio commissario di Volterra al Presidente del Buongoverno di Firenze:

Illustrissimo,

Alcuni esemplari della Profezia di Dante, lavoro poetico di Lord Byron, sono venuti in questa città. L’opera non è sicuramente scritta nello spirito del nostro Governo, né di alcuno dei Governi d’Italia. Mi sembra anzi dettata per aumentare le agitazioni dei popoli abbastanza forse agitati. Lord Byron introduce Dante a vaticinare l’indipendenza e la democrazia per l’Italia, come i veri beni per questo paese.[4]

Il primo canto ruota intorno ai temi – dolenti anche per il poeta inglese – dell’esilio e dell’ingratitudine della patria nei confronti di un figlio illustre e coronato dalla gloria poetica. Il secondo è più apertamente politico e quindi rischioso per l’autore: in esso il Lord carbonaro fa da ventriloquo all’Alighieri deplorando l’asservimento dell’Italia agli stranieri e concludendosi con un appello agli italiani affinché si uniscano per spezzare le catene della tirannia. Nel terzo e nel quarto Byron esalta prima la poesia e poi l’arte in genere, come emanazioni dello spirito che portano alla vera libertà, una libertà impopolare, figlia della dignità e dell’onore. Negli ultimi versi del poema, Byron-Dante vaticina una frattura perpetua, con la sua patria, a cui non perdonerà, neanche post mortem, di non averlo saputo trattare come figlio:

Quando il mio spirto spiegherà le penne
per gir, Fiorenza, a quelli che son morti,
daraigli il merto che pria non ottenne.
Dentro a nuov’urna allor vorrai raccorti
queste ceneri mie, ma non le avrai:
ah quai fur, popol mio, teco i miei torti?
Ben sei severo in tutto quel che fai!
Ma passa di malizia ogni confino
l’ingiustissima pena che mi dai:
io, quant’altri fu mai, fui cittadino:
in guerra, in pace tu stesso m’ergesti,
e quindi tu inaspristi il mio destino.
Tutto finì; non varcherò mai questi
limiti che tra noi segnò tua mano;
morrò solingo e guarderò con questi
occhi pieni di lume sovrumano
i tristi dì che per favor del cielo
prevede uom spesso, e altrui rivela invano.
Io pur a chi non m’ode or li rivelo:
ma l’istante verrà, s’or altri il vieta,
che le lagrime al ver sciorranno il velo,
e nel sepolcro si vedrà il profeta.[5]

© Paola Deplano

 


[1] Francesco Bruni, Loretta Innocenti, Introduzione a George G. Byron, La profezia di Dante (con testo inglese a fronte), Salerno Editrice, Roma 1999, pp. 9-10.
[2] G. Byron, La profezia di Dante, cit., p. 97.
[3] Ivi, p. 95.
[4] Citato nell’introduzione dell’opera a p. 51.
[5] Ivi, p. 215, nella traduzione di Lorenzo Da Ponte.

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