Il robot giardiniere e il drone (di Sara Vergari)

Il robot giardiniere e il drone. Due sguardi inediti nella poesia di Leonardo de Santis e Bernardo Pacini

Se c’è una cosa che la poesia oggi può fare, è sfruttare la complessità del reale a proprio vantaggio, interrogarsi sui nuovi linguaggi e integrarli, calarsi nell’iper-contemporaneo senza sprofondarvi e allo stesso tempo mantenere la sua posizione marginale strategica e fondamentale. Un compito senza dubbio complesso, che affida alla poesia il materiale caotico per un nuovo modo di fare lirica. Proprio quest’ultimo termine non è causale, e anzi sembra porsi in forte contrasto con aperture eccessivamente sperimentali o con il venir meno di certe norme strutturali. In realtà, dismesso un esagerato rigore lirico sul piano formale che non appartiene più a questi tempi, ci si rende conto che la partita si gioca sul piano dell’Io, e più precisamente sul suo posizionamento tra soggetto poetico e soggetto scrivente. La prima persona ormai non è che una delle molteplici entità in grado di osservare il circostante, e aggirarsi nuda e alla ricerca della mera esperienza intimistica non basta più a indagare e restituire la dimensione ipertestuale del nostro tempo. E visto che la poesia non è fatta per accontentare o accontentarsi, ma da sempre pone dubbi e fa tremare la terra sotto ai pedi sforzando al massimo il potenziale simbolico del reale, è necessario che una poesia di ampio respiro si confronti con altre dimensioni e si riformuli senza dimenticarsi di sé stessa e della propria tradizione. In tal senso una nuova lirica dei nostri giorni è quella che sappia adottare punti di vista inediti, filtrando l’esperienza diretta dell’Io o dislocandola in altri mondi, pur continuando a dialogare con i Maestri. Disorientando i riferimenti tra chi osserva e chi è osservato, tra chi scrive e chi parla, si apre una faglia che permette sguardi inediti su un’esperienza che si fa nello stesso tempo vicina e lontana dallo spazio-tempo privato e soggettivo.
In Fly mode di Bernardo Pacini (Amos Edizioni, 2020), un drone assume le parti del punto di vista parlante, è lui che dice Io nel testo ed è suo lo sguardo in pixel restituito in versi. Mentre quest’occhio volante guarda dall’alto, il suo conducente, il soggetto scrivente, osserva le sue mosse dal terrazzo di casa («Osserva le mie mosse con lo sguardo dal terrazzo della casa»). Si direbbe che è tutto un gioco di sguardi illusorio quello in cui vuole farci perdere Pacini, ma si tratta innanzi tutto di un espediente per filtrare l’immediata e limitata visione dell’Io umano. La poesia, allora, nasce negli occhi di un drone che fin da subito dichiara: «Io vedo tutto». In Il robot giardiniere di Leonardo De Santis (Esordi 2021, Pordedonelegge), un robot agisce indisturbato in una realtà parallela a quella umana e non sappiamo se sia lui ad osservare noi o viceversa, o se addirittura l’uno sia il riflesso dell’altro. L’androide «non guarda, funziona», fa il suo dovere per come è programmato senza margine di errore. In entrambi i casi siamo in presenza di uno sdoppiamento tra due Io, uno umano e uno cyber, che agiscono su traiettorie diverse (dall’alto in basso nel caso del drone, di lato il robot), ma che restano profondamente legati l’uno all’altro. Infatti, ci si rende conto a poco a poco che il linguaggio di questi meccanismi robotici viene usato per scardinare i limiti del reale e creare la possibilità di uno sguardo che, fuoriuscito dal sé, torni a guardarci o a rifletterci. Non sono Io che parlo di me, insomma, c’è un altro, un corpo meccanico che, in funzione di soggetto poetico, può parlare per me e raccontare qualcosa che ha a che fare con noi tutti. Ma vediamo come si muovono e cosa raccontano di noi un robot e un drone. Nel libro di Pacini l’occhio volante va in giro e osserva dettagliatamente il quotidiano vivere degli umani. Nella prosa Miniguida preliminare, ad esempio, il drone si sofferma sul significato del silenzio e registra minuziosamente una scena di interno fatta di movimenti quasi impercettibili. È evidente che il suo sguardo amplifica le possibilità dell’occhio umano, portandolo dove da solo non arriverebbe e rendendolo più acuto. Ma ecco che si rivelano tutti i limiti del drone, perché guardare non significa sapere se manca ogni ricostruzione cognitiva dei fatti. L’occhio infatti registra, ma dichiara anche di non saper elaborare i dati nel momento in cui vede: «E se di notte devo ricostruirti, prezioso mio panorama/ se devo ricomporti byte per byte nella memoria/ della mia videocamera». Il drone che sorvola su tutto, che vede tutto senza trattenere niente sembra allora un monito a una patologia del nostro tempo, il sovraccarico di immagini che passano velocemente senza alcuna pausa di riflessione. La sua onniscienza dichiarata all’inizio, inoltre, non è frutto né di potere né di un volere, sembra piuttosto una traiettoria ripetitiva su cui non ha alcuna influenza: «Ogni giorno che passa sono obbligato a vederti», e ancora «Vorrei una sera dopo il volo/ tu mi lasciassi acceso per errore/ una falla in quel sistema perfetto/ di logiche e abitudini». Ugualmente, il robot giardiniere di De Santis agisce e non sbaglia, sembra non avere margine di errore, eppure è chiaro che non ha coscienza di ciò che fa: «L’androide cura l’erba./ La tiene d’occhio con il suo globo rosso», «Si accovaccia sui fiori che uno/ direbbe che li ama. Non è vero./ Non serve amare per amare» «Lo scanner non capisce/ non è registrabile niente». L’androide «mentre funziona è distratto» e sembra proprio questa la sua caratteristica principale; funziona bene perché non pensa, non pensa perché il suo movimento è un meccanismo automatico. Come sintetizza con efficacia De Santis in questi versi «È tanto automatico nella sua distrazione/ che finisce sempre per curare/ come uno che non pensa e rifà un letto perfetto». Anche in questo caso il robot sembra riflettere o porre l’accento non tanto su una caratteristica degli oggetti meccanici quanto sull’essere umano contemporaneo. Solo che se il robot è una versione non perfettibile di sé stesso, a noi umani dovremmo chiedere di essere un po’ più che semplici automatismi distratti.
Con questi due dispositivi, che funzionano anche da espedienti di allontanamento dell’Io poetico, Pacini e De Santis provano a immergersi con sguardi e prospettive inediti sul mondo contemporaneo, indagandone i nuovi linguaggi senza spezzare il legame indissolubile con la tradizione lirica.

@SaraVergari

 

Irreversible return to land

Vorrei una sera dopo il volo
tu mi lasciassi acceso per errore
una falla in quel sistema perfetto
di logiche e abitudini.
.                             Desidero vedere
la stanza in un fotogramma statico
schermata dal contenitore di polistirolo
che mi ottunde la vista

cogliere un dettaglio in quiditate
senza per forza doverlo registrare
la noia di riviste impilate senza garbo
un fazzoletto invaso di scritte illeggibili
piccoli ricordi insignificanti
di quando eri bambino e poi la tenda, mai lavata
un bozzolo di calze masticate tra i cartoni da buttare.

(Qui c’è un gatto?
.                             Dentro un sensore spento mi dico – non è detto
che qui da qualche parte viva un gatto.)

(Bernardo Pacini, Fly mode)

 

 

Capitolo 4 | Sempre distratto n°2

Non c’è ricordo che consideri
se c’è non è tuo si trova
nei noccioli di terra
nei pinoli sporchi di spazzacamino.
Qualcosa per fortuna smette di importare.

La macchina non compete sui significati
e questo va molto bene.
La leonessa si è ricongiunta al suo cucciolo
e tutto va bene nella giungla.

Non c’è davvero alcunché per ora e questo
Credimi che può andare.
Manca lenire soltanto.
L’androide prosegue ciondoloni a fare.

L’androide pianta pota innaffia meditando.
È così assente che non potrebbe distrarsi di più
non potrebbe fare niente di migliore

(Leonardo De Santis, Il robot giardiniere)

 

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