Stefano Modeo, Inediti (Nota di F. Bajec)

Stefano Modeo
Inediti
Nota di Fabrizio Bajec

Il Sud di Stefano Modeo somiglia tanto a quello che mi descrivevano i fuorisede all’università, o ancora prima, i ragazzi delle medie che avevano lasciato Taranto. Luoghi invivibili (mi assicuravano): un misto di degrado, solitudine e calore atroce. “Nulla si salva fuorché il mare. Almeno quello…”. Nelle poesie di Stefano la città non funziona, la vita stessa è disfunzione. Pare sia stata devastata dall’arrivo di altra gente che ha sottomesso i primi abitanti. Gli unici che accennano ancora a qualche forma di libertà e non si lamentano sono proprio i ragazzini. Partendo dai testi anche più vecchi di Modeo, me li figuro mentre corrono scalzi per strade grigie o gialle e  polverose, oppure quando salgono su una collina a piedi nudi, per nascondersi in un capanno o una grotta, dove scansano le siringhe usate per terra. Modeo è uno di quei ragazzini. Sembra essere cresciuto così, e ora si vendica con una poesia che prende la via dell’asciuttezza e della cronaca scabra, non immune dai tropi neorealistici di tanta poesia meridionale che l’ha preceduto (dialettale e non). A volte, fa pensare a un Esenin in miniatura, strappato a forza dalla campagna. Ma nel suo inventario delle ferite urbane e amputazioni dei tanti concittadini (siano essi uomini monchi o donne inquiete) c’è un sentimento di rivalsa che sta tutto nel tentativo di stendere una mappa la più completa possibile. Se fosse napoletano, direi che scrive come uno scugnizzo munito di laurea, perché gli anni lo hanno avvicinato alla letteratura d’impegno e alla narrativa d’inchiesta, ma è rimasto nel profondo quel bambino libero che guarda fumare l’Ilva e si chiede innocentemente perché è così brutta. Dà un giudizio, non rimane neutro, ma preferisce far parlare i vinti e le lamiere, le cose sfasciate. Quale rimedio a questo eterno dilemma? Forse prendere il treno o l’aereo, rivedere tutto da quella prospettiva, tornare, ripartire, riiniziare da capo, dopo aver grattato con le unghie al suolo per ritrovare cosa c’era di mitico e nobile, prima del disastro. Lo immagino con un coltellino in tasca (figura che torna spesso nelle poesie, assieme ai tagli). Ecco una bella eccezione fra i tanti autori giovani che impazzano sulla rete e ai festival di letteratura. Ecco uno che ha qualcosa da dire e sta provando a dirlo con un lavoro che se è davvero tale, di per sé, è tra i più nobili che l’uomo possa compiere: quello sui propri versi.

 

Sono seduti con le ginocchia nere
non sanno cos’è un bosco di faggi,
né hanno mai visto fuggire una volpe.

Però in questa foresta di cemento
sono come uccelli. Dai resti 
dei cantieri fischiano al giorno
il canto misterioso del loro mondo.

In due nel vicolo, in sella alle moto,
s’involano ora sfiorandosi appena
e sembrano rondini quasi smarrite.

 

 

S’inerpica sui muri del santuario,
intorno a un recinto di lamiere,

un vecchio fico come un soffitto
e chiude i resti in un verde sereno.

Le donne dai balconi stendono
i panni nella chiesa vuota:

«è venuta meno» dicono «di gronda
in gronda l’acqua abbarbicata sul tetto
ha lasciato al Cristo fradicio, il cielo.»

 

 

Resta nella penombra un uomo zoppo.
Intorno, hanno venduto il mobilio
gli hanno spento le luci. In strada
carcasse di auto cadono a pezzi, sotto
terra ne ritroveranno gli scheletri.
Una radio racconta ai cani sdraiati
i risultati del campionato inglese.
Sul tavolo sono ammucchiate le carte
di un poker notturno. Gli uomini
dalla periferia passano senza fermarsi,
eppure un bel sole scalda sulle panchine
i volti incipriati delle badanti dell’est.

 

 

«Qui c’era aperta campagna e lucertole»
dice indicando uno spazio d’asfalto.

Oltre la strada, negozi e palazzine
sfilano con gli intonaci a pezzi.

«Era immensa la costa a doverla guardare,
si fecero case con la vista sul mare
poi alberghi, palazzi e attracchi privati.»

Restano lamiere sgretolate di eternit,
fuochi di giornali pubblicitari.

Sul cartello vietato l’ingresso 
qualcuno vi ha scritto appresso: 

alla città.

 

 

Costruì un timone per guidare la zattera
e quando fu favorevole un soffio di vento
volse lo sguardo verso le stelle.

A un tratto poi si raccolsero le nubi,
si sconvolse il mare e il vento squassò i tronchi,
si schiuse la terra e si srotolarono i flutti.

Gli vennero meno le ginocchia,
quando dall’alto fu coperchio il mare.
Fece un salto lontano, con le mani
legate al legno di nodi scivolosi.

I mari e i venti lo trascinarono
insieme alla zattera. E alla casa
natale non fece ritorno.

 

 

Abitudini

È questa smorfia che fai, una disputa
che mina, che tutto frana nel silenzio
ad avvelenare l’aria nel vagone. Pensi:

non basterà un viaggio per raggiungerli,
spiarli dai vetri pizzicarsi il mento,
un gesto d’affetto – mentre guardi il vento

ingrossare, saperli camminare rasente il mare -.

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