Annalisa Rodeghiero, A oriente di qualsiasi origine (rec. di Luigi Paraboschi)

Annalisa Rodeghiero, A oriente di qualsiasi origine
Prefazione di Massimo Morasso
Arcipelago itaca 2021

Più che di un libro, come lo definisce Massimo Morasso nella sua prefazione, oserei dire che questa è una raccolta di “sussurri“ esistenziali che l’autrice ordina e raggruppa in quattro stanze legate tra loro da quell’unico filo conduttore, già rintracciato nella raccolta precedente, Incipit, dove scriveva, rivolgendosi a un immaginario “Sergente” Rigoni Stern che l’aveva ispirata: «perché sotto quella luna piena nella piana/ la poesia non muore e tu lo sai/ – Sergente –/ fino a quando esisterà/ anche un solo uomo sulla terra/ e la terra dentro occhi innamorati».
Questa sicurezza così solida sul valore della poesia la ritroviamo in apertura del lavoro, più recente, A oriente di qualsiasi origine, dove leggiamo a p. 11:

————le due sole che contano davvero.
Dell’amore il pane e i suoi  vestiti a festa
della poesia l’essenza di ogni cosa immaginata
di ogni cosa nominata
 —————————-il canto.

La prima parte del libro è introdotta a p. 14 da un esergo tratto da Deserti luoghi. Lettere 1925-1941 della poetessa russa Marina Cvetaeva: «e senza anima, fuori dell’anima, ho forse bisogno di qualcosa io?».
Anche Rodeghiero senza anima non saprebbe vivere e soprattutto non saprebbe scrivere perché tutta la sua opera  è realmente un “sussurro“, il respiro di un’anima che canta; scrive a pag. 16: «ma l’anima – almeno l’anima –/ sentivo svincolata dai confini»; chiarisce ancora meglio successivamente a pag. 17 :«A lungo ho cercato nelle radici intricate/ del sottobosco il senso» e a pag. 18 aggiunge :«in fondo siamo noi a decidere le altezze/ come fosse lecito dare misura all’anima»-
Ma di quale anima intende parlare l’autrice ? Non certamente – o almeno non completamente – di quella che trova il suo significato nel comunemente definito “senso religioso“, bensì di un’anima laica che attraversa la vita e che si confronta con gli sbandamenti e le paure, come vediamo a p. 19: «Tuttavia ci vedevano vivi e non sapevano/ né mai sapranno l’afasia di certe notti/ senza dorsi di luce sulla nuca né tu mi dirai domani al risveglio, il nome,/ il nome io non ti dirò […]// E mai si arrende in noi questo volare inquieto».
Se è vero quanto afferma a p. 21 con questo verso :«Ogni singola cosa era già in nuce/ e tutto comprendeva./ l’anima se c’ è nasce già pronta/ mia amata Cvetaeva», allora siamo costretti ad ammettere una sorta di predestinazione dentro ciascuno di noi, una specie di stigma che ci caratterizza individualmente, come leggiamo a p. 27: «Se è vero che siamo ciò che mai eravamo stati/ con quest’assolutezza nelle mani – ora noi siamo –/ ciò che saremo domani».
Il riferimento a Cvetaeva non può essere dimenticato e rappresenta l’omaggio a un’altra anima intrisa di sofferenza alla quale l’autrice sembra voler chiedere aiuto con una invocazione spesso rintracciabile dentro i versi della poetessa russa, in fuga perenne: «[…] Si aprisse/ una via di fuga al giorno prima che sia tardi/ prima di finire schiacciati/ dal peso/ per non essere stati» (p. 23).
«Non essere stati»: è questo il nocciolo della tematica, il senso dell’esistere sempre condizionati da qualcosa o da qualcuno che costringe ogni persona a rinunciare, è scritto a p. 22: «È per non farti vedere su di me come si quieta il sole/ a poco a poco – come cambia la postura il giorno/ nel susseguirsi delle ore, questo darmi dei limiti,/ frenare. Questo deve essere il rinunciare».
È una convivenza con la vita questa vita ed è chiarito meglio a p. 29: «Nelle spole d’insonnia/ bussola senza ago sovverte punti cardinali/ mentre cerco concordanza nelle cose./ Abito – come ognuno – dentro questa lotta – e tu – che m’incoraggi a una certezza con la tua voce d’alba che mi lava».
Il peso del vivere trova una via di ipotetica salvezza quando l’autrice cerca rifugio (come già nel  precedente libro Incipit) nell’amata natura delle montagne ove è nata e ha vissuto a lungo e ancora soggiorna di frequente. Lassù la neve è una sorta di balsamo che si stende sopra l’anima, come si legge a p. 35: «Imparare dai campi riarsi, il sogno di neve.// Cancellarsi come neve, come neve crearsi» e, ancora a p. 33: «[…] un silenzio calmo intorno/ di natura/ mostrava come si può morire senza colpa […]// Eppure, nessuna paura quella sera sul Verena/ perché c’era la neve anche se non c’era».
Ho detto poc’anzi che la poetica di Rodeghiero sembra svilupparsi dentro un continuo sussurro, e constato come questa definizione sia connotata molto bene dagli ultimi versi di questa poesia a p. 37: «Se come stamattina rasserena/ bisognerebbe trattenere intatta/ la chiarità dell’alba di promesse/ – memoria e desiderio –/ prolungare degli attimi/ la sovranità nell’insonne attesa.// Esistere per essere un sussurro/ come brezza lontana/ che si alza dalla valle e benedice// ma non sia troppa la luce – ché serve/ serve distanza tra ciò che siamo e il sogno».
Di fronte alla condizione di benessere che la natura ci regala se sappiamo trattenere “la chiarità dell’alba“ ci sono la mente e il pensiero che ci impediscono il volo sereno perché non sappiamo la voce pensante della mente come scopriamo a p. 38: «Dell’azzurro che ci apparteneva/ intero al nascere, la memoria salva/ intatte – le cose da salvare./ […] Eppure basterebbe, scendendo/ risalire in volo d’aquila al mistero/ rendere afona/ la voce pensante della mente».
Forse dovremmo accettare «il senso d’incompiuto», ignorando ciò che non sarà; leggiamo meglio a p. 40: «Accettare il senso d’incompiuto in noi renderlo trascurabile, come una scusa detta/ a fine di bene – saturare la crepa. Tacerne/ E vivere appieno il mistero di certi istanti minimi,/ la loro instabile sapienza./ Ignorare ciò che non sarà. Che non potrà essere/ per mia, per tua costituzione».
Però risorge sempre l’eterno dubbio su di noi e sul significato di ciò che facciamo – visto che noi siamo il risultato della nostra volontà di dissoluzione –  e lo troviamo detto a p. 39: «cosa siamo noi, al di là d’ogni ragionamento/ noi, sulla frangia della fiamma/ forse cos’altro siamo/ se non esattamente quello che vogliamo».
Dell’anima abbiamo già detto, però legata a essa è la intima sensazione del tempo che sembra sfuggirci di mano, come appare nell’esergo stralciato da un verso del poeta russo Brodskij nella parte del libro dedicata all’acqua, Nel silenzio delle rive: «Penso, molto semplicemente, che l’acqua sia l’immagine del tempo».
L’acqua è il tempo che scorre e dentro il suo fluire appaiono nella mente dell’autrice, p. 51, immagini molto belle che desidero riportare quasi per intero:

Alba plumbea stende bruma sulle sponde
ai ponti vanno tacchi svelti
su porfidi consunti.
[…]
Ricordo com’ero e il desiderio
e torno – adolescente voce nella quiete
dei tuoi occhi lanterne di neve,
pagina nuova del mio scrivere
mio fiume d’acqua possibile.

Lo scorrere del tempo e il fluire dell’acqua sono condizioni simili e collegate che fanno venire a galla i ricordi a p. 56: «Di tanto in tanto affiora come legno/ sopra il velo d’acqua  un desiderio/ e poi ricade» e a p. 60 ancora: «Un anno è un cerchio che si compie/ se dentro il tronco se ne prepara un altro»
Perciò la domanda che nasce di fronte al fluire del tempo è quella che incontriamo a p. 52:«Sarà questo gonfiarsi d’anse rabbiose/ a condurci dove si rammendano le colpe,/ inconsapevoli di cosa rimarrà/ nell’iride della mancanza/ quando spossati torneremo/ – nel nulla, nel tutto – che siamo».
Se torneremo nel nulla o nel tutto che siamo allora ci salveranno l’amore (la nuca carezzata nell’alba ) e l’oblio (le dissolvenze ) di p. 53: «Se non io a consegnarmi a dio/ o a te, se è l’anima che/da sola – si consegna,/ se nella pazienza abbiamo messo in salvo/ il tempo sacro dell’incompiutezza./ Sia benedetta dell’acqua l’ansa inquieta/ benedetta sia la nuca carezzata all’alba/ amata sia la dissolvenza/ (persa la pretese di capire/ il senso dello scorrere del fiume/ il possente desiderio/ tutto suo – di riaversi al mare».
Con versi di T.S. Eliot a p. 65 ci avviamo alla  lettura della quarta parte, intitolata Nel meridiano dell’indugio: «Quello che noi chiamiamo principio spesso è la fine/ e finire è di nuovo ricominciare./ La fine è da dove veniamo».
Appare a p. 67, la visione conclusiva dell’autrice sul destino comune, e l’angoscia, pur se leggera, si avverte drammaticamente tutta in questo finale di solitudine: «Fugge il tempo nello scricchiolio di porte/ fugge nella pietra corrosa dei bastioni/ morsa in sciabordio di frasi./ Al di là del vetro una falena/ sola – illumina il nero della sera.»
Ma come andremo ?
Lo leggiamo a p. 70: «[..] Mai così insieme – mai così soli –/ andremo. Senza nome né mani di carezze./ Senza fogli, senza liturgie. Nell’indifferenziato celeste/ – quasi senza colpa –/ andremo».
È in quell’«indifferenziato celeste» che mi sembra si manifesti la visione laica dell’autrice sul  destino dell’anima, come scrivevo in apertura, visione che ci conduce verso la fine dei “sussurri” di Rodeghiero. Leggiamo infatti a p. 75: «Questi silenzi che portiamo velati/ dopo tanto clangore d’imperturbate ore accese […]/ questi silenzi che sbrecciano da fuori […]/ siano per l’anima questi silenzi di solstizio/ come aurea luna della quercia/ nella notte più lunga – squarcio, lanterna».
La risposta è affidata ancora alla natura, alla neve, all’eternità del presente a p. 78: «Ma solo verso sera/ quando la neve stende silenzi/ sui tetti di lamiera e sui cancelli / […] la casa ritorna alla casa/ e il fuoco alla casa./ Qui io sono, dove sono assenza e quiete,/ nel tempo eternamente presente/ giunta da dove ero partita da dove non ero partita» e, una volta giunta a casa, le arriva il raggio di speranza che le/ci fa tirare un respiro di sollievo, a p. 80: «È un’invenzione il tempo/ non esiste/. Mai l’abbiamo perso/ né mai lo perderemo».
Il tempo datoci non è stato perso, conclude la poetessa, e a me sembra che non sarebbe stato possibile mettere in versi in modo così leggero ed elegante il suo fluire. Non perderemo il tempo, afferma, perché esso è la struttura con la quale è tessuto il nostro vissuto.
Un lavoro, questo di A oriente di qualsiasi origine, nel quale Annalisa Rodeghiero ha affinato, sintetizzandolo, il suo linguaggio e costruito uno spazio nella produzione poetica del nostro tempo.

© Luigi Paraboschi

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