Fernando Della Posta, Sillabari dal cortile (rec. di Fabio Dainotti)

Fernando Della Posta, Sillabari dal cortile
Prefazione di Nicola Grato
Macabor editore 2021

Nella sua acuta Prefazione Nicola Grato osserva: «Le storie compiute, l’unità dei saperi contro la frammentazione, la ricerca di un linguaggio della verità sono i comandi etici di Della Posta, che poi si traducono in linguaggio poetico, tra i linguaggi il più necessario e adatto ad esprimere la verità del mondo attraverso innanzitutto continue domande e dubbi». D’altronde, perché mai la poesia resiste, nei millenni, all’invasione debordante della “chiacchiera” massmediatica?
Il riferimento a Luzi conferma l’inserimento già evidente a una prima lettura, della poesia di Della Posta nella poetica dell’analogismo di derivazione arcanista. Almeno queste ascendenze letterarie sembra voler declinare il poeta. Ma bisogna riconoscergli il merito di non aver perso il contatto col valore semantico della parola, senza di che non c’è poesia, ma solo una serie di trasgressioni che rendono incomprensibile il messaggio.
La sua poetica, affidata eminentemente alla prima sezione del libro, che reca il titolo Meccanismo, sembra consistere altresì nel conferire “grazia”, ma anche novità, alle “lettere”. Altra caratteristica: la verticalità, insieme alla riflessione metalinguistica e alla capacità immaginativa e mitopoietica (Gli aeroporti spediscono lettere alle nuvole). Nel contempo in Fase estetica il poeta ci mette in guardia da un linguaggio aulico, simbolizzato forse dalle “rose altezzose”. In Gioca per sé come tutti, appare la figura della sfinge, in una sorta di gioco a dadi periglioso, in una sfida per una vita che sarà comunque “brevissima”; e la poesia, che si nutre di metafore, è comunque pericolosa. Scrive Luciano Parinetto: «La metafora, come insegna Aristotele, […] rimanda all’enigma: “Proprietà dell’enigma è dire l’effettuale saldato all’impossibile” (Poetica). Il nesso di effettuale e di impossibile può essere solo un dire non dicendo […] Il fatto è che l’enigma ha un’origine mantica: costituisce perciò il nesso di un ossimoro originario fra mondo umano e mondo divino. Il dio si presentifica all’uomo mediante l’enigma, perché la sua forma ‘vuole accennare a un salto, a un’incolmabile disparità di natura fra ciò che appartiene a un dio […] e la vita propria dell’uomo […] L’enigma grava sull’uomo, gli impone un rischio mortale’. Ben lo seppe Omero, che, secondo una tradizione perì per non essere riuscito a risolvere un enigma! Da Omero a Turandot, coll’enigma ne va della vita)».
Una natura animata e inquietante apparenta le voci degli umani a quella degli esseri inanimati. Ancora la prefazione ci sovviene: “Le cose, tutte le cose del mondo, sembrano bisbigliare, fare fracasso, soffrire lacrimae rerum per esistere, per emergere dell’indistinto e avere una lingua, consistere”. Compito del poeta è anche quello di decifrare quel linguaggio. Che, più avanti nel libro, è rappresentato da “segni” appena affioranti tra gli antichi monumenti. E forse il rovinismo, non solo monumentale, ma anche nella scala ridotta di un cortile, è una delle cifre stilistiche dei Sillabari, se altrove anche metaforicamente “i casamenti rovinano a mare” (Napoli), e da qualche parte nel libro “il caseggiato è chiuso/penzolante”.
In un suo fare gnomico e sentenzioso, l’autore pare distillare il succo di un’antica sapienza (Una salda realizzazione); ma si veda anche verso la fine della raccolta l’epifonema “ma ragazzo non spingerti mai / oltre il limite che annienta le estati!”; e i veri depositari della sapienza sono i bambini (La maturità è il peggioramento).
L’amore non è solo coup de foudre, sembra dirci il poeta, ma costruzione paziente (Da adolescenti ci siamo amati), nella successiva partizione La fame e la sete, che si atteggia appunto come un piccolo canzoniere d’amore, dove si celebra il trionfo di una sorta di corporeità spirituale.
Nella sezione eponima della raccolta, lo splendore metaforico e analogico conferma la capacità immaginativa di Della Posta: l’immagine di Roma appena suggerita nei contorni di un paesaggio invernale tutto da indovinare, con la collaborazione del lettore, com’è giusto che sia, leggiamo in Lascito, una delle ultime liriche della silloge:

In queste frasi abbellite
il nostro amore si nasconde
negli spazi fra le parole.
Riempirli devi col tuo immaginare.

Il tema dell’identità e della personalità viene affrontato e risolto in immagini smaglianti e suggestive, in cui si saldano metafora e similitudine; come quella del la “scogliera su cui il mare/trabocca come placida marea” (ma a proposito di tropi traslati figure, tocca accennare anche all’epanadiplosi in Giovani costruiscono un mondo di giovani e all’antitesi “Saldi/cedevoli” in L’identità). Così l’antitesi tra interni ed esterni, nel testo che inizia col mirabile verso “Nei chiusi mondi della porta accanto”, cui non è estraneo qualcosa di perturbante, e termina con le strade ricche di “occasioni”, simboleggia il contrasto tra già detto e apertura al nuovo. L’importanza del libero arbitrio, a specchio del suo contrario, la prigionia della “gabbia”, è suggerita nel dittico di pagina 53 e 54.
Città e stanze è il titolo della sezione seguente, che riprende il motivo del regicidio presente in precedenza e ripresenta i bambini che corrono felici nella casa semivuota, evidentemente in grado di affrontare al meglio le novità; così come ricompaiono spilli e punture che apparentano la poiesi del Nostro alla poesia engagée, «civile», com’è giustamente definita nell’ Introduzione. Strali che si infittiscono nella sezione Ciò che permette; all’interno della quale troviamo una riflessione sul potere (Il giardino pubblico non è molto affollato), il compianto per esistenze trascorse “fra pesanti ruote dentate”; e la denuncia del potere abnorme dei media e della loro ingerenza perniciosa. Nella poesia eponima della sezione, ritroviamo la centralità del linguaggio, in questo caso quello usato nei sogni dai defunti per trasmettere informazioni a chi resta, un dialetto che ha sfidato i secoli.
Nella penultima parte, Un’affilata lucidità, si affaccia la tematica della visione, dello sguardo, mentre, nella conclusiva Parabole, sembra profilarsi un contrasto tra artificio, simbolizzato dai “fiori di serra”, e naturalità.
Immagine ritornante è anche quella che rappresenta la incomunicabilità; si vedano i “sempre più asettici e solitari appartamenti”. Interessante e accattivante anche la ritmica in questa godibile raccolta, che meglio sarebbe definire libro, compatto, coerente, coeso.

© Fabio Dainotti

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