Anna Chiara Peduzzi, Figure semplici (rec. di Carlo Ragliani)

Anna Chiara Peduzzi, Figure semplici
Anterem 2021

Approcciandosi al testo per produrne un commento, si ravvisa in prima battuta la necessità di enucleare se non una definizione, almeno una nozione per poter proseguire il dialogo con quest’opera. Per questo, risulta fondamentale enunciare che una “figura semplice”, o meglio le figure geometriche semplici, consistono in quell’insieme di forme geometriche consistenti in sfere, circonferenze, ovali e parallelepipedi.
Queste, nel momento in cui siano avvicinate le une alle altre, andranno a comporre qualcosa di più complesso: una sagoma, una forma intorno alla quale è articolata la materia scientifica della geometria, e altri rami affini della matematica. Perciò, una figura geometrica può definirsi come un insieme continuo di punti e di relazioni tra gli stessi punti, caratterizzato da pertinenze quantitative e da pertinenze dimensionali.
Questo, per astrazione, potremmo intendere essere il fondamento del procedimento artistico; e in effetti diversi sono stati i pittori e scultori che concentrarono lo loro ricerca in questa tipologia di assemblamento rastremato; basti pensare, ad esempio, all’arte cubista o futurista.
Ma non per solo nozionismo è da inserirsi questo sforzo definitorio in un contesto critico, al contrario è per identificare un punto d’abbrivio in cui affossare l’aratro dell’interpretazione nel terreno semantico dell’opera per determinarne quindi un indirizzo, o meglio una direzione verso quelle scelte artistiche per cui potremmo identificare che la combinazione di più figure semplici in un unicum composito consiste nel processo di creazione che si sviluppa anche, e soprattutto, in Peduzzi.
Sin dalle prime battute del libro, è la parola a collocarsi come il soggetto innominato della narrazione poetica, nonostante si squadri contestualmente una sorta di incapacità della medesima di giovarsi di una santità, instaurando simultaneamente un semantema che è sia un luogo-del-non, sia una insondabile profondità.
Questa apofasia, questo mutismo del lessema nei meriti del proprio significato, arricchito (per assurdo, come è impensabile il “tempo che riempie mentre scava” di cui si potrà aver testimonianza fra le liriche) dall’assenza di coordinate grammaticali condivisibili, sembra riposare sulla necessità di una voce narrante per poter dischiudersi come lettura persuasiva, ma più realisticamente è da intendersi nell’apofatismo del significato, nel maxime scibilia tomasiano della parola che – seppure pronunciata, o scritta – non può, né riesce, a sigillare il “miele” della ragione ideale in una singolarità compositiva.
Prevalentemente endecasillabico, il verso della nostra non lesina di arricchirsi in variazioni liquide attorno a canoni metrici importanti, avvocando anche inflessioni settenarie sparse; e da questo, se volessimo speculare sul motivo sottaciuto al tanto, potremmo osare dire che sia la forma a determinare il contenuto della parola – cosa che verrà poi confermata per certi versi al componimento di pagina 17, dove Peduzzi consegna, in un fare tutto gnomico, la realtà come coacervo di cose «infine necessarie e nominate».
Infatti, «non dette non esistono le cose» che compongono il reale, «o esistono di meno/ restano inoffensive ad aspettare»: questo comporta che il silenzio sia parte sostanziale nella versificazione dell’autrice, poiché questo è il ventre ove riposa il seme della poesia, e il logos è la copula che ne sostanzia la presenza.
«Metti in versi la vita, trascrivi/ fedelmente, senza tacere/ particolare alcuno, l’evidenza dei vivi». Questi versi di Giudici possono compendiare tutta l’opera poetica dello stesso, e così, quasi analogamente, e al contempo distaccandosi per seguire le proprie necessità, in Peduzzi siamo portati a inseguire la varietà psicofisica dei versi, seppure sia un invito che dispiace (pagina 22, quando «dispiacerà ad alcuni/ l’impoetico intreccio vegetale/ che dietro la varianza rivela/ l’incessante lavoro di diairesi»).
Il discorso nell’opera risulta “rappreso” sulla soglia di frasi senza fiato, e addensato “in superficie” di una necessità comunicativa che risulta nel complesso inadeguata a veicolare l’urgenza profonda che ne è origine e destinazione; eppure, una volta fuoriuscita, una volta «catturato lo spazio nel suo bianco», la parola rimane come traccia scialba della necessità principale che ne è origine, e perciò necessitante sia di una nominazione, che della de-finizione in essa contenuta. Il che rimanda, ragionando in modo molto aperto su fondamenti teologici, allo svuotamento chenotico della divinità giudaica – ma più propriamente, alle filosofie per cui le varie promanazioni dell’Uno conservino un’impronta genetica che è ricordo slavato della potenza iniziale. Perché «della fiamma iniziale/ non resta che l’assenza», la poiesis (e quindi, la ricerca) di Figure semplici trasporta con sé tutto ciò che è rimasto del mito e della mitologia, «il profilo frattale» della parola prosegue nella catabasi attraverso una successione discendente di sottoclassi che termina soltanto quando si ottiene la definizione cercata, connotata da una proprietà che sa addirsi unicamente all’oggetto della ricerca.
Poiché la parola della nostra è prova ontologica e logica di uno stato pristino ormai abbandonato, e ricalca la completa insignificanza della complessiva realtà, così il verso (e forse anche l’autrice) non può che aderire in maniera sostanziale all’esistenza.
Conseguentemente il risultato dello slancio poetico porterà in petto il tragico di dover ricordare il magma caotico profondamente istillato nella vita, e la ferita di doversi specchiare nell’insieme insensato della composizione globale della realtà, ormai priva del fuoco primordiale da cui fu generata. Per questo, quindi, le forme complesse non sono che contenitori di sofferenza che esplicano la loro esistenza nella viltà del gesto e nell’inutilità del dialogo – il che coagula un sentore completamente ellenico nel suo essere stoico, se non anche cristianeggiante nel disprezzo della realtà e delle sue componenti minime.
Queste complessità ci vengono consegnate come destinatarie di una sorta di monismo in quanto vascelli “di elette solitudini”, completamente esautorate di dignità, perché «dove la forma degrada in gesti vili/ e sonda i nessi s’illude di ragioni/ nel corpo scorre memoria di ogni male/ l’occhio registra fremiti e apprensioni». Eppure, dal sentimento profondamente nichilista (in senso sia occidentale che orientale, poiché il nulla è sia basamento della materia che destinazione della stessa) e dal niente che ingoierà ogni ombra e ogni luce, vi è una salvezza – se ci è concesso intenderla in tal modo – e una redenzione: la “riduzione algebrica” della realtà per salvarla da sé stessa, per «non più estrarre col forcipe un senso» né cedere alla «conta triste degli assenti».
In quest’atto profondamente riflessivo, e saturo di consapevolezza delle dinamiche della vita e dell’esistenza, si instaura un modo che entra ed esce costantemente dalla personalità umana, trascendendo l’io poetico e il lettore, trascendendo il valore dialogico letterario dell’“io-non-io”. Il dettato, dopo avere accolto situazioni in cui prevalgono l’instabilità e l’impermanenza dell’attività globale dell’uomo, in un atto di estrema necessità sembra trovare finalmente respiro in una sorta di ecfrasi, esprimendosi un quadro fenomenologico in cui il verso sembra descrivere con l’eleganza che più compete l’uguagliare in evidenza l’opera originale che possiamo rinvenire nell’opus magnum – la natura.
Così organico e inorganico si fondono in una sorta di progressione infinita in cui il soggetto è osservatore in quanto osservato a sua volta dalla fiamma più profonda della realtà, la cui emanazione più pura non potrà più realizzare una caratterizzazione personale e/o parziale, né della realtà – né del soggetto poetante.
All’assoluta esteriorità che scardina le funzioni registiche e ordinatrici dell’io lirico classicamente inteso, la necessità primaria a cui risponde l’autrice è la ricerca di un universo originario, univoco ed oscuro se non anzi occulto; di fronte al quale la parola, e la mente con essa, son chiamate a riscoprire da un lato la mortale destinazione al silenzio della carne, dall’altro la più profonda necessità del noumeno primissimo – negato all’esperienza quotidiana.

© Carlo Ragliani

 

Circola tra oleandri mortali
nome senza aureola
colmo all’orlo
da cui il miele non travasa
né l’interno si sonda
ciò che resta dei miti
è avaro di eccedenza
e il discorso rappreso in superficie
con le sue frasi e il respiro corto
si allunga in lucida parete
e non riflette
è specchio senza foglia

 

 

Non dette non esistono le cose
o esistono di meno
restano inoffensive ad aspettare
sgretolate dal dubbio che le erode
mezze realtà di incerto statuto
di malavoglia ogni tanto visitate
temendo che una notte bruscamente
come il cane che balza dalla cuccia
afferrino alla gola
infine necessarie e nominate

 

 

Dispiacerà ad alcuni
l’impoetico intreccio vegetale
che dietro la varianza rivela
l’incessante lavoro di diairesi
segui da ramo in ramo in pietre e quarzo
le forme scalene i racemi
sfrangiati schemi d’infiorescenze
vedi come l’identico processo riforma
– e l’occhio trascura –
il profilo frattale
ancora uguale

 

 

Nell’estate esausta di luci
la notte raccoglie la terra senza frutti
fu presagio la confusione dei sensi
fruscio d’uccello che vola basso
come un’introversa minaccia
crepitavano voci sotto gli aghi di pino
necropoli pulsante di fauni ridenti
così fu ignorato il patto che soccorre
solo cadesti tra le bacche sanguigne
del sapientissimo gelso

 

 

Di elette solitudini
non si ha cura né pena
non si parla
difese dietro un vetro
o immerse nel fluire dei passanti
sul treno a braccia tese
oscillano staccati i passeggeri
attenti a non cadere a non toccare
come i pini marittimi in collina
una linea nel folto li distingue
chiamano timidezza delle cime
il profilo punteggiato del contorno
questo starsi vicini e separati
evitando la mischia dei fogliami

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