Anna Maria Curci, Opera incerta (nota di Luca Benassi)

Anna Maria Curci, Opera incerta
Postfazione di Francesca Del Moro
L’arcolaio 2020

Francesca del Moro, nell’illuminante postfazione, individua nel «concetto di attraversamento» che «invita il lettore ad attraversare e esplorare un percorso tracciato dalla scrittura» uno dei tratti distintivi dell’ultima opera di Anna Maria Curci. E in effetti i primi due testi della raccolta, il primo dei quali è titolato Barcaiola e dà anche il titolo alla sezione d’apertura, riportano l’immagine di un fiume alle cui rive siedono – lo decida chi legge e si appropria di questi versi – di volta in volta poeta e parola, poeta e lettore, poesia e interprete, in mezzo ai quali il corso d’acqua della vita scorre, non si sa se tumultuoso o quieto, ma di certo non agevolmente attraversabile senza l’ausilio di un traghetto. La scintilla del verso si pone questo compito di attraversare e far attraversare: «Siedi sull’altra riva e getti l’amo./ Io traghetto.// Nella scalmiera remo/ bisbiglia con cadenza.// Lei, la tua mobile sostanza, smesse/ le vesti torbide mi accoglie.// Quando riprende il volo la speranza,/ cocciutamente sai che non è fuga.» La poetessa coglie questa scintilla e la rende materia, suono, cadenza come quella del remo, il cui tonfo altrove ricorda l’improvvido cadere del silenzio («cade il suono/ come il tonfo di un remo/ nel silenzio»). La scintilla della poesia si fa scrittura consapevole, diventa una opera incerta, ovvero, secondo la lezione di Vitruvio nel De architectura, un muro che mette insieme pietre grezze di dimensioni e fogge diverse, ma la cui solidità è maggiore rispetto ad altre più fini opere murarie. Così è la poesia della Curci: assembla materiale e forme letterarie, stili e strutture diverse in un testo dotato di una sua rocciosa solidità. Ma l’opera è incerta anche perché non presuppone fin dal suo inizio una sua statica definitività, quanto piuttosto un’inesausta ricerca, un cammino negli spazi del senso, della storia e della letteratura. Si tratta di un’operazione che chiama continuamente in causa il lettore, lo costringe a scoprire rimandi, richiami, eventi e luoghi che percorrono sottotraccia il testo, a volte attraverso palesi citazioni, più spesso in maniera occulta e dissimulata, anche con il ricorso a quella graffiante ironia alla quale ci ha abituati la scrittrice romana. Ecco allora che il testo si rivolge al lettore, lo scuote e lo avverte che non potrà rimanere pigro davanti a questi versi: «Ascolta, su, porgi l’orecchio/ dirama la conversazione/ traduci e chiedi, leggi e annota,/ discerni e associa sotto il cielo». L’attraversamento non sarà facile e non sempre gli approdi saranno luminosi, come avverte il testo immediatamente successivo a quello innanzi citato: «Posa la mano ora sul ghigno amaro/ la ruga appiana di constatazione./ Prenditi sottobraccio il riso/ saluta i sassi e cammina nel sole».
In questo libro Anna Maria Curci mette fuori onda, almeno in parte, il gioco letterario che ha contraddistinto molta della sua produzione precedente, in particolare Nuove nomenclature e altre poesie (2015), per concentrarsi sulla riflessione consapevole sul passato, le relazioni e sul territorio della propria vita. Emergono a tratti le figure importanti, fondanti dell’esistenza, quelle paterne, materne e familiari, legate ai luoghi e alle esperienze delle origini. Il risultato è una poesia limpida, che non rinuncia tuttavia all’enigma, al diritto all’oscurità come osserva Francesca del Moro, ma che allo stesso tempo si mostra luminosamente profonda, come nel testo di chiusura Di tanto azzurro dedicato alla figura materna, una delle poesie più intense della raccolta e che vale la pena riportare per intero: «Non so se sono ancora la bambina/ che facevi volare nel mattino/ nitido e freddo al sole di dicembre.// La casa, poi il mio asilo e la tua scuola/ dove da trafelata ti mutavi,/ lingua-madre diventava il francese.// So che di tanto azzurro mi rimane/ un fiocco, il cielo in testa e l’occhio desto,/ pegno d’incanto, balzo, testimone».
L’esperienza dell’origine si salda con quella della Storia e con la riflessione sulla contemporaneità, mostrando una Curci arguta, curiosa, mai passiva di fronte alle temperie dei nostri giorni, tenace negli smascheramenti dei teatri della vita (a volte colti nella loro grottesca ipocrisia), ma che qui si fa capace di traghettare e tradurre la lezione della Storia nelle vicende contemporanee e in quelle personali (come il ricordo dell’8 settembre 1943 attraverso la memoria della madre), con una vena di inedita e spaesante dolcezza. La poetessa fa parlare la Storia attraverso ricordi, voci, emozioni, chiamando come in una corte Dietrich Bonhoeffer, i deportati di Birkenau, la piccola Anna Pardini morta nell’eccidio di Stazzema, il Rivoltoso Sconosciuto della rivolta di piazza Tienanmen a Pechino del 4 giugno 1989 messo a confronto con l’ignoto guidatore del carro armato che cercava di ostacolare. In questa ponderazione sulla e nella Storia, Opera incerta riflette sull’esistenza e sul senso del tempo, attraverso una grana filosofica che però si fa lieve, quasi dolce. È un libro che “traduce”, ovvero consente un continuo spostamento di significato dall’esperienza quotidiana alla letteratura e viceversa, e lo fa con quell’abilità propria dell’autrice di contaminare e travasare da lingue e culture, forme d’arte, filosofia, letterature di mezza Europa.
Sbaglierebbe però il lettore che si soffermasse troppo sull’intreccio di cultura e citazioni. Il nocciolo del libro è da un’altra parte. Più che altrove, in questo libro Anna Maria Curci sembra voler mettere in gioco il cuore, abbandonandosi alla tensione verso lo spirito, a quell’azzurro fatto d’incanto e testimonianza. Senza trattenersi, questo libro si apre allo stupore, all’incandescenza, all’ignoto dell’enigma, che può strappare un sorriso o terrificare, ma sempre riesce ad accendere i versi e a sorprenderci: «Ad imparar da capo la paura/ ché non ti basta mai lo studio./ Ti sorprende e ti strega/ l’ultima apparizione».

Luca Benassi, luglio 2021

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