Nadia Mogini, Gettlíni de linòrio

Nadia Mogini, Gettlíni de linòrio / Germogli di alloro
Prefazione di Walter Cremonte
puntoacapo 2020

Immersa nei colori e nelle presenze, alberi, piante, germogli, animali, umani, santi scalzi e luminosi, “umili e casti” come sorella acqua nella Lauda di Francesco d’Assisi, la poesia di Nadia Mogini parte da quell’attento sguardo «fuori della finestra» che conosciamo dall’attacco della poesia Piaceri di Bertolt Brecht, e  letteralmente spicca il volo, senza proclami, bensì con un desiderio autentico di abbracciare con lo sguardo una distesa quanto più ampia possibile, una distesa di vita in fogge e forme varie, eppure unite da un legame che vibra e che viene percepito, colto, intercettato. Non importa che a favorire l’elevazione e, di conseguenza, l’ampiezza dello sguardo, sia un palloncino a forma di coniglio venduto alla fiera, o il falco pellegrino risanato: da quello sguardo assorto e innamorato l’Umbrietà si innalza a comprendere l’armonia nella varietà e, qualche volta, a «risolvere la pena». (Anna Maria Curci)

 

Ntól loro

Gítce pe sti paesi nostri
ndua ch’èn nati i santi nostri
scatizzàtli sti santi nostri.
Dimandàte e pu spettàte,
zzitti, m’arcomàndo,
ché lor’ènn’avézzi a risponde
ta chi jé parla poch’e schietto
e ncó senzza i testimoni.
Èn santi scorbútchi
mbompò artiràti
se fònn’avanti sól
si èn chiamati
e pu archiamàti.
Èn santi riservati.

Al loro posto

Andateci per questi paesi nostri
dove sono nati i santi nostri
stuzzicateli questi santi nostri.
Domandate e poi aspettate,
zitti, mi raccomando,
ché loro sono santi abituati a rispondere
a chi parla poco e schietto
e pure senza testimoni.
Sono santi scorbutici
molto schivi
si fanno avanti soltanto
se sono chiamati
e richiamati.
Sono santi riservati.

 

Aqqua

A gèmmne arcòlta da na bacinella
gricc(io)li freddi ntlé vampe de la pelle
se perde n tanti rami stiepidíti
ntla bocca che je dice: “Bedenétta!”

A ròcchio, fredd’e canterína
come parturíta amò dal monte
gónta da la canèlla tutt’opèrta
ntó st’istàte tropp’alluminàta
umile e casta l’aqqua de Francesco.
Ubbidiente corre mmezz’ai diti
come si fusse gnente e ncó dovuta
va via cussí, nghiottíta e nonn artórna
vita che se rigàla da sorella.

Si fusse l’aqqua
llicóre patíto de la terra
lo slagrimà bòno de le madri
grazzia nonn arconosciúta
pei fioli al mondo
senzza meravija?

Acqua

Presa da una bacinella a manciate con due mani
fresco solletico sulla pelle avvampata
si perde in tanti tiepidi rivoli
dentro la bocca che le dice: “Benedetta!”

Con un grosso getto, fredda e canterina
come partorita ora dal monte
trabocca dal rubinetto tutto aperto
in questa estate troppo illuminata
umile e casta l’acqua di Francesco.
Obbediente scorre tra le dita
come cosa da niente e pure dovuta
se ne va via così, inghiottita e non ritorna
vita che si regala da sorella.

Se fosse l’acqua
il liquore sofferto della terra
il pianto buono delle madri
grazia incompresa
per figli al mondo
senza stupore?

 

Na guardata for dla finestra

Rútton núvoli scuri i monti mii
l grigio se strata lento e nnaqquarísce
n qua e n là mpò de cileste nzzalavíto.

L castagno dindo acost’a la finestra
gonfio de ricci e foje, piegh’i rami
je pesa l’aria e se sgrava di fioli.

Na címicia verdina su pel vetro
puntín de vita contro l cielo tristo
camína n zzu e n giú senzza rimóre.

A gocc(io)lóni se sbotóna no sgrullo
riga de sguincio tutto l panorama
quil ch’era fermo, amò se mett’a curre.

Uno sguardo fuori della finestra

Eruttano nubi scure i monti miei
il grigio si stende lento e impallidisce
qua e là un po’ di celeste sporco.

L’ippocastano vicino alla finestra
gonfio di ricci e foglie, piega i rami
gli pesa l’aria e si sgrava dei figli.

Una cimice di giardino su per il vetro
puntino di vita contro il cielo cattivo
cammina su e giù senza rumore.

A goccioloni si sbottona un acquazzone
riga di sguincio tutto il panorama
quello che era fermo adesso si mette a correre.

 

P’artrovàsse

L tempo ce vòle, l vòto,
e dde sta soli, zzitti,
e ntón frullo de passero
se potría, de le volte,
arisòlve la pena.

Per ritrovarsi

Il tempo ci vuole, il vuoto,
e stare soli, zitti,
e in un frullo di passero
si potrebbe, a volte,
risolvere la pena.

 

Có llu

C’è n falco pellegrino
curato e pu arlasciàto.
Come s’è arpréso l’aria
j’ò poggiato su l’ale
l mi spirto col zzu male.

Con lui

C’è un falco pellegrino
curato e poi lasciato al volo.
Come si è ripreso l’aria
gli ho appoggiato sulle ali
il mio essere ferito.

 


Nadia Mogini è nata a Perugia, dove ha compiuto i suoi studi, laureandosi in Lettere Moderne. Dopo alcuni anni trascorsi in Lombardia, si è trasferita e vive ad Ancona. Interessata alla poesia, al canto corale e al teatro (in lingua e in dialetto), da tempo s’impegna in questi ambiti. Nel 2005 le è stato assegnato il Premio come migliore caratterista femminile al Festival Nazionale del Dialetto “La Guglia d’oro” di Agugliano (Ancona). Scrive poesie prevalentemente nel dialetto di Perugia, di Ancona e in italiano. Nel 2016, con la raccolta in dialetto perugino Íssne (Andarsene), ha vinto il Premio “Ischitella-Pietro Giannone” e il 2° posto al Premio “Salva la tua lingua locale”. Nel 2017, con la stessa opera, ha vinto il Premio “Isabella Morra”. Le sue poesie sono incluse in antologie e riviste letterarie cui: Dialetto lingua della poesia, antologia a cura di Ombretta Ciurnelli, Cofine, Roma, 2015; Versante ripido. Ventuno poeti italiani neodialettali, a cura di Manuel Cohen, n. 3, marzo 2015; Poeti nei dialetti dell’Umbria fra Novecento e Duemila, antologia a cura di Francesco Piga, Cofine, Roma, 2017; Poeti neodialettali marchigiani, antologia a cura di Jacopo Curi e Fabio Maria Serpilli, Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche, Ancona, 2018.

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