Intorno a “Passi silenziosi nel bosco”. Conversazione con Marco Steiner (di Emiliano Ventura)

Intorno a Passi silenziosi nel bosco
Conversazione con Marco Steiner
di Emiliano Ventura

I commenti che si possono leggere intorno al testo Passi silenziosi nel bosco, illustrato da Nicola Magrin, sono tutti unanimi nell’assegnare una dignità poetica alle tue parole. Vorrei cogliere questa occasione per un approfondimento intorno a questo testo e al tuo lavoro. Non solo atmosfera poetica quindi, si riconosce una prossimità intima con la natura e le creature del bosco.

E.V. Per quanto mi riguarda, a fine lettura, ho pensato a un canto sacro, la poesia infatti finisce dove inizia la preghiera, e sembra proprio che il tuo scritto provenga da un uomo sacro dei nativi d’America, uno sciamano. Sembra la visione di un mondo naturale, permeato di sacralità così come lo avrebbe reso Alce Nero o qualche altro nativo. Ciò che colpisce sta nel fatto che la tua cultura, sia letteraria che scientifica è occidentale, e per quanto tu possa esserti formato e informato spicca la naturalezza di un discorso che sembra intimamente tuo, come se fosse un’esperienza vissuta o un ricordo. Ti chiederei di approfondire questo punto.

M.S. Tutto in Passi silenziosi nel bosco è stato diverso, fin dal momento in cui Cristina Taverna, davanti al mare, mi ha proposto questo lavoro. Ho iniziato ritornando sulle storie indiane di Pratt, ho riletto le vecchie edizioni di Ticonderoga e di Wheeling e ho camminato nei boschi, poi ho letto diverse leggende indiane e ho provato a vagare con l’immaginazione in quel mondo cercando di percepirne la voce. Quello che sentivo era poesia mescolata al grido di dolore di una Natura bistrattata da troppo tempo. I passi felpati dei nativi citati da Pratt erano rispettosi dell’ambiente che avrebbe concesso loro la vita, la sopravvivenza e la libertà. Poi, in una delle prime edizioni di Wheeling, nella prefazione, ho trovato un testo poetico di Pratt e in quel momento ho sentito che quella era la strada da percorrere.
A quel punto ho calzato quei morbidi mocassini per entrare nel bosco senza fare rumore.
Cercavo un filo sottile che potesse legare le chine di Pratt con gli acquerelli di Magrin, sono mondi diversi, ma sapevo che c’era un liquido territorio comune, non potevo mettermi a scrivere storie ingombranti che avrebbero deviato l’attenzione dalle immagini, bisognava accompagnare i segni e i sogni, serviva sensibilità, discrezione, sintonia, per questo ho cercato una connessione nella musica delle parole, nei silenzi del bosco che non sono mai vuoti, nelle note di brani musicali che avevo ascoltato mentre Pratt disegnava le sue storie: la chitarra di Joe Pass, i suoni delle arpe celtiche, Eric Satie, Sakamoto e altro ancora ed ecco che il lavoro di scrittura è diventato una specie di canto che andava affinato con la rifinitura, il taglio, la sottrazione. Ho cercato l’essenza delle parole, non volevo raccontare una storia, volevo innescare una connessione quasi impercettibile, ma forte.
A quel punto, tutto è partito di getto, come se si fosse aperto un collegamento necessario, esistente, ma non espresso. Era come se avessi già visto quella bellezza che chiedeva soltanto di tornare dal sogno, dal ricordo verso la speranza.
Plotino sostiene che «Questo universo è un animale unico che contiene in sé tutti gli animali, avendo una sola Anima in tutte le parti» (Plotino, Enneadi, IV, 4, 32). Quello che mi ha sempre colpito nella sua filosofia consiste nel fatto che ognuno di noi ha una notevole potenzialità, quella di conservare il ricordo di un’antica bellezza che ha già visto e dalla quale proviene. Quella bellezza, quell’armonia, possono diventare una guida e il senso di una ricerca esistenziale. C’è un sottile collegamento, un tentativo di ricongiungimento con quell’Anima del mondo perché un frammento di noi è rimasto impigliato in quell’universo inspiegabile. Plotino parla di un’Anima non discesa che determinerebbe questa nostra tensione, questa nostalgia del ritorno, questo inquieto percorso di ricerca di un principio vitale originario.
Il titolo di questo libro parla di “Passi silenziosi” e queste sono parole che vengono da Pratt, dalla poesia Ticonderoga di Stevenson, ecco dunque un chiaro collegamento a un mondo che ho sempre cercato consciamente e inconsciamente perché profondamente radicato in me e allora ho intrapreso un percorso che ho riconosciuto, un sentiero “nel bosco” e ho provato a prendere per mano il lettore con parole distillate, leggere, per andare in silenzio a percepire quella bellezza, per ascoltare il grido della Natura e la poesia della musica del vento fra le foglie.
Quando alle parole poi si è aggiunto l’effetto immaginifico delle “acque sporche” di Magrin all’interno delle quali, con grande eleganza, Guido Scarabottolo è riuscito a inserire gli indiani e le muschiose foreste prattiane, è nato un viaggio emozionale, una comunicazione profonda, forse una visione.
Fra tutte le sfumature preziose degli acquarelli di Magrin, una mi ha colpito in maniera particolare: i dettagli dei segni contenuti nei suoi tronchi di betulla, ecco in quel momento, mentre mi soffermo sui cerchi bianchi, mentre i tratti neri mi rapiscono, trovo un accesso a un portale e mi viene voglia di entrare in quella magica scorza d’albero piantata nella terra e protesa verso il cielo.
È da lì che inizia il viaggio che prosegue con i voli degli uccelli e delle foglie nel vento.
Il senso generale di questo libro penso consista nel fatto che non abbiamo cercato di percorrere una passeggiata incantata, è stato un vero percorso nella memoria dell’arte di Pratt, nella bellezza vivifica della natura e nel desiderio che entrambe riescano a innescare il desiderio dell’armonia, a diffondere un respiro puro come quello che il bosco regalava ai nativi: il senso di appartenenza e rispetto, di effimera transizione e il desiderio di un ritorno spirituale ai “pascoli del cielo” dove continuare a vagare liberi e leggeri. Per entrare nella Natura serve impegno e partecipazione attiva. Per entrare nel bosco, bisogna essere bosco, non basta restare a guardare.

E.V. Hai parlato di visione ed è un termine che ricorre spesso nella ritualità dei nativi americani, attraverso un rito si attende una visione che poi verrà interpretata; non è molto diverso dal procedimento della «mania» dei sacerdoti; greci e non, questi emettevano degli oracoli che poi andavano interpretati, spesso in metrica. Vorrei che tu tornassi sul concetto di visione, so che hai a cuore l’ultima lettera di Gesualdo Bufalino in cui si declinano le varie forme del vedere, da ‘vista visione e visibilio’.

M.S. Mi tocchi sul vivo perché questo concetto mi ha colpito molto e mi ha dato modo di capire meglio tutto ciò che si nasconde e scaturisce da un’immagine e dall’immaginario che è in grado di innescare.
Gesualdo Bufalino, il grande scrittore siciliano, un giorno scrisse una lettera a uno dei suoi più cari amici, Piero Guccione, il pittore della luce di Scicli e del mare di Sicilia. Bufalino quel giorno non stava bene e perciò non avrebbe potuto essere presente alla mostra del suo carissimo amico pittore, così gli scrisse una lettera. All’interno di quella lettera c’è un passaggio in cui Bufalino parla dell’arte dell’amico pittore usando tre parole chiave: la vista, la visione e il visibilio. Bufalino descrive i tre momenti che si alternano nell’osservazione di un’opera d’arte dell’amico da parti di qualsiasi osservatore ed è certo che nella mostra a cui lui non potrà partecipare ci sarà la magia che partendo dagli occhi raggiungerà il cuore e la mente dei presenti. Nella sua lettera, Bufalino descrive la vista come la coscienza della realtà che gli spettatori si troveranno davanti, cioè il loro sguardo davanti all’opera. La visione sarà, invece, la proiezione nelle differenti menti individuali di barlumi o schegge di sogni che derivano dall’osservazione dell’opera stessa e questo, naturalmente, varierà in ogni singolo osservatore in base alla preparazione artistica e alla sensibilità individuali e forse anche in base allo stato d’animo momentaneo di ciascuno di loro. Ma l’effetto finale, il più importante, presagisce Bufalino, sarà qualcosa di molto più profondo, il visibilio, cioè quello che lo scrittore siciliano definisce: «l’estasi dello sguardo». Quella fu l’ultima lettera che Bufalino scrisse prima di morire.
Credo che il passaggio mentale possibile non solo guardando un’opera d’arte, una fotografia, ma anche affrontando un viaggio o leggendo un libro sia qualcosa del genere, l’espansione e la sottile connessione fra ciò che si guarda o si legge con il proprio bagaglio culturale, le proprie esperienze, la propria sensibilità e le proprie memorie. È un percorso bellissimo che ci consente di cogliere non solo la realtà osservata o immaginata o descritta fra le pagine, ma anche ciò che essa genera in noi e le immagini che da essa scaturiscono. Quel momento prezioso diventa un miraggio che genera un caleidoscopio di visioni, ricordi, musiche, odori, fotogrammi, esperienze, sarà, appunto, il richiamo della Bellezza primigenia. Quell’istante di tempo, quello spazio immaginato, diventano un irripetibile e unico vissuto soggettivo. Il dono più prezioso e più raro dell’opera, qualsiasi opera, è quello che Bufalino definisce “visibilio”, cioè quell’emozione indefinibile, quello stupore gioioso, quella vibrazione che colora la nostra esperienza e la rende unica. Quel visibilio è un percorso immaginario, un regalo ulteriore del viaggio mentale, è un qualcosa che non può essere programmato e perciò è assolutamente libero, puro e raro.

E.V. Recupero la tua osservazione finale per sottolineare quanto accade al lettore dopo aver ‘visionato’ e letto i “vostri passi silenziosi”: «Il dono più prezioso e più raro dell’opera, qualsiasi opera, è quello che Bufalino definisce “visibilio”, cioè quell’emozione indefinibile, quello stupore gioioso, quella vibrazione che colora la nostra esperienza e la rende unica». Credo che non si potesse dir meglio. In un punto del tuo lungo poemetto appare un cervo, in cima alla collina, come dici tu e poi aggiungi che: «il cervo sa ricominciare». Vorrei chiederti di tornare sulla simbologia di questo animale, perché il cervo sa ricominciare? E se ben ricordo una versione precedente di questo teso trovava nel cervo un racconto più centrale. Potresti tornare su questi argomenti?

M.S. In varie mitologie europee, ma anche asiatiche, il cervo rappresenta rinascita e fecondità, non è l’animale più forte o potente del bosco, ma è quello che gli assomiglia di più perché si rinnova e tende al cielo come fa il bosco, le sue corna ricordano le cime degli alberi che si protendono in alto in cerca di luce e si rinnovano annualmente proprio come fanno i rami. Nelle leggende dei nativi indiani, quando la donna cervo si rese conto della sua prossima morte causata dal veleno delle bacche selvatiche che aveva mangiato partorì i suoi figli cervi che avrebbe continuato a vagare e a vegliare nella natura; altre popolazioni native della Sierra Madre Occidentale del Messico come gli Huicholes venerano il Cervo Magico perché incarna una duplice valenza, il potere del granturco che cresce continuamente nei campi per sfamare i corpi e quello del peyote che invece sfama e illumina i loro spiriti. Il cervo è presente nella mitologia ebraica, in quella cristiana contrapponendosi al serpente, ma anche per la religione shintoista questo animale sacro rappresenta il messaggero degli dèi.
Un interessante Mito greco è quello legato a Ciparisso, un bellissimo giovane a cui Apollo era molto legato. Ciparisso era un valente cacciatore di Ceo, un’isola delle Cicladi nel mar Egeo, in quell’isola viveva un esemplare di cervo maestoso, ma estremamente docile tanto da essere considerato sacro dalle ninfe e profondamente amato dalla popolazione locale che ne aveva decorato le corna con un medaglione d’argento e altri oggetti preziosi. Ciparisso aveva una particolare dimestichezza, affetto e quasi una forma di identificazione con quest’animale che si lasciava cavalcare dal giovane, ma un giorno, nel corso di una battuta di caccia, non riconoscendolo lo trafisse e lo uccise con un colpo della sua lancia. La disperazione del giovane fu immensa, inconsolabile, tanto che invocò Apollo di poter morire insieme al suo cervo e di poter piangere in eterno a causa del terribile errore che aveva commesso. Apollo, con grande tristezza lo accontentò e Ciparisso venne trasformato in cipresso, le cui gocce di resina avrebbero rappresentato per sempre le lacrime di quell’albero che da allora è diventato simbolo di immortalità ed eternità.

L’aquila sorvolava altezzosa il suo mondo,
scrutava e scandagliava i movimenti impercettibili del bosco,
cercava una preda.
Il cervo in cima alla collina brucava l’erba più fresca e tenera,
guardò passare il rapace con indifferenza,
ma colse una vibrazione lontana
e mosse lentamente il palco regale,
alzò la testa,
si guardò intorno
era pronto da sempre a sparire nel folto della natura,
dalla notte dei tempi sapeva fuggire per ricominciare a cercare.

Questa era la porzione di un brano che faceva parte di una versione precedente e più articolata dei “Passi”, il senso di questo passaggio è che, mentre l’aquila, cerca dall’alto la sua prossima preda, cioè pensa al presente, a sfamarsi, alla caccia, il cervo invece ascolta il respiro profondo del bosco e, in questo caso, sente una vibrazione, forse avverte il fumo di un incendio lontano, oppure lo scricchiolio dei passi di un nemico. Il cervo è capace di ascoltare la voce del bosco che lo avverte del pericolo perché non sorvola il bosco come fa l’aquila, il cervo è parte integrante del bosco, è una creatura che simboleggia l’ambiente all’interno del quale vive. Perfino Il Cacciatore Robert de Niro, nel film di Michael Cimino del 1978, quando riesce a inquadrare nel mirino del suo fucile di precisione la testa di un magnifico cervo che gli sta sfuggendo nei i boschi, evita il colpo, spara in alto, lo lascia fuggire, andare, continuare, perché capisce che deve rispettare la sacralità di quell’animale e poi grida il suo saluto liberatorio rivolto agli alberi, alle montagne, al grande mondo del cervo, la Natura.

E.V. In effetti è un animale che si presta ad una molteplicità di simboli, è anche una simbologia del Cristo e poi le Metamorfosi di Ovidio con Atteone mutato in cervo per aver visto Diana nuda. Comunque volevo chiederti della musica, non solo per la musicalità e il ritmo delle parole stesse, visto l’evidente taglio poetico del testo, ma anche dell’ascolto della musica, sia durante la scrittura sia in tempi non dedicati ad essa.

M.S. La musica è un elemento fondamentale per me e non è mai soltanto un accompagnamento che fa da sottofondo alla scrittura, la musica partecipa perché è in grado di favorire un collegamento sottile fra ricordo e visione, è radice che sostiene e invito al cammino nel territorio sconosciuto, è un componente in grado di ampliare le connessioni fra memoria, racconto e immaginazione.
Mi capita spesso di affinare una frase, cercare una parola alternativa o “intravedere” una situazione grazie all’ascolto casuale di un determinato brano. La musica riesce a suscitare emozioni, ma può andare oltre, può guidare un’intuizione o risvegliare un ricordo sopito. La musica è una luce che illumina una scena rimasta al buio in una “stanza” abbandonata della fantasia, può essere magica e delicata come una candela, oppure fredda e incombente come un’alba nebbiosa o calda e dorata come l’alba o l’imbrunire. La musica è un profumo che guida misteriosamente memoria e intuizione.
In una domanda precedente, parlando di Plotino, citavo il concetto di “anima non discesa”, cioè quel legame che ci collega al ricordo nostalgico di una bellezza già vista; ecco, la musica può diventare un collegamento all’armonia vissuta e dunque elemento che può indurre la tensione al ritorno. Scrivo, cammino, viaggio e cucino ascoltando musica, ma la musica non è soltanto quella generata dalle note, la musica è anche quella che nasce nell’ambiente che mi circonda e mi accompagna inconsapevolmente o razionalmente.
Nel caso di questo libro, i Passi silenziosi nel bosco derivano da quelli ricercati camminando fisicamente nei boschi prima di scrivere questo testo e da tutti i percorsi mentali precedenti affrontati in passato in luoghi e tempi molto diversi fra loro. Sono stratificazioni di rumori, suoni, silenzi, movimenti e memorie.
Il bosco non è mai silenzioso, la musica che lo popola è lo scricchiolio o il frusciare dei passi sulle foglie secche, sui terreni rocciosi o muschiosi, ma a questo si accompagnano i suoni e i richiami degli uccelli in volo e di quelli che ci osservano dagli alberi e lo stormire o il semplice ondeggiare di masse di foglie mosse o scosse dalla brezza leggera o dal vento impetuoso. Anche questa è musica ed è fondamentale perché è quella dell’ambiente che racconto, è la voce che mi circonda, mi viene incontro, mi avvolge e poi m’invade popolando la fantasia. È necessario attraversare il silenzio per percepire la musica giusta, soltanto allora il suono armonico delle parole vibrerà in sintonia con le situazioni descritte.
Negli anni ’50, John Cage compose un brano che s’intitola “4,33”; il titolo ne rappresentava la durata esatta e venne suonato per la prima volta nel lontano 1952. In quell’occasione, il musicista entrò in scena, si sedette al pianoforte e per l’intera durata dei 4 minuti e 33 secondi, non toccò un solo tasto del pianoforte, si limitò ad aprire e richiudere diverse volte la tastiera, immaginò gestualmente di ascoltare un metronomo, si aggiustò le code del frac, gli occhiali e lasciò che tutto ciò che avveniva nella sala in cui si svolgeva il concerto scorresse nel “vuoto” delle sue note. La vera musica, nell’intento di John Cage, era quella dell’ambiente circostante il pianista, i minimi suoni prodotti dal concertista, i colpi di tosse degli ascoltatori, i leggeri movimenti delle sedie o quant’altro accadeva nel corso dei 4 minuti e mezzo della performance. Era una chiara provocazione, ma il senso generale consisteva nel fatto che la musica è sempre nell’aria, in ogni ambiente e anche nell’assoluto silenzio che non è mai tale e popola la nostra mente che ha un estremo bisogno di sviluppare la capacità dell’ascolto, la possibilità di ampliare l’estensione della percezione. Estensione della percezione, ecco il vero senso ed effetto della musica. La musica per me è un tramite per raggiungere l’armonia, fra parole, fantasia, memorie, suggestioni, immagini già viste e fresca immaginazione.
In questo libro in modo particolare, la musica delle parole scritte doveva risuonare in maniera consona al delicato equilibrio fra le chine prattiane e gli acquerelli di Nicola Magrin, da una parte c’era la forza del ricordo sfumato nel tempo del Maestro che mi ha insegnato a “raccontare” le storie, dall’altra c’erano le “acque sporche” di Magrin che rappresentavano per me la tensione all’evoluzione di una narrazione liquida che riuscisse a conservare in maniera subliminale le radici di quel passato. In questo “percorso” che si svolge nell’ancestrale ambiente delle foreste indiane tanto amate da Pratt e dallo stesso Magrin, i segni netti delle chine e le tenui dissolvenze degli acquarelli tracciano un libero sentiero, un magico itinerario nel quale vagare, non sono paletti entro i quali restare, sono confini da attraversare per cercare l’essenza impalpabile dell’incontro. Il vago confine non è separazione, ma possibilità d’incontro e la musica ne guida la percezione. Ogni parola in più sarebbe stata un inutile peso, ogni racconto troppo articolato avrebbe deviato l’attenzione, serviva un delicato e rispettoso equilibrio, la musica delle parole doveva legare e accompagnare le immagini sfiorando l’assenza, proprio come, camminando in un bosco, può fare il richiamo o un verso lontano, lo zampillare cristallino di un torrente nascosto fra i sassi o l’aleggiare diffuso del profumo del muschio, dei funghi o di un unico ciclamino.
Passi silenziosi nel bosco è stata un’esperienza di scrittura importante, un confine intravisto e, forse, raggiunto dopo un lungo cammino. Spero che le mie parole siano state una melodia che scaturisce e si integra in un magnifico mondo fatto di immagini, storie, ricordi e visioni. Nel mio primo libro, L’ultima pista, una delle frasi migliori è quella riportata nella quarta di copertina: «Ora sono solo e ho una gran voglia di andare. Come una nota della chitarra di Ry Cooder». Il mio viaggio letterario proseguirà in questa direzione, quella dell’ascolto di ciò che si muove, vive o muore, ama o soffre, vibra o sogna lungo il cammino.
Nella musica del vento sarà il titolo del mio prossimo romanzo, lungo le strade solitarie della Patagonia, nella natura senza confini.

E.V. Nel ringraziarti, Marco, non mi resta che attendere l’uscita di questo nuovo lavoro di cui avremo modo di parlare in seguito.

 


Hugo Pratt, Nicola Magrin, Marco Steiner, Passi silenziosi nel bosco, Introduzione di Cristina Taverna, Progetto grafico di Guido Scarabottolo, Nuages 2020

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