Spyros L. Vrettos, Trattative (a cura di Chiara Catapano)

Spyros L. Vrettos, Trattative 
Edizioni Gavriilìdis, Atene, 2019
Una selezione
Traduzione e introduzione di Chiara Catapano

Quando Spyros L. Vrettòs mi recapitò i suoi libri, in pochi minuti mi ci ritrovai immersa. Trovai qui una casa, trovai un paesaggio. È questo un dato forse molto personale, perché la vena d’oro della sua percezione nel sentire i sensi, nel portarli altrove, nel riversarli sulla pagina battezzati di luce nuova, è ciò che più cerco in poesia. Mi stupii che questo incontro non fosse avvenuto prima. E sempre con stupore, pagina dopo pagina, emergevano immagini legate alla sua poesia da un’invisibilità palpabile di migliaia d’anni. Sentii risuonare i passi del Coro dell’Antigone di Sofocle, accolsi come rinnovate le parole della Sentinella, nel prologo dell’Agamennone di Eschilo: l’alto canto e il più umano canto. Il silenzio del tragico, di contro allo strepito con cui oggi tendiamo a urlare quanto non siamo più capaci di comprendere. Le parole del pensiero e del sentire. Le parole di tutti, che in pochi san pronunciare. E ripensai anche al mio amatissimo Giovanni Boine, quando recensendosi in merito al romanzo Il peccato ed altre cose (il primo vero romanzo novecentesco italiano) affermò: «L’intenzione generale era di rappresentare quel lirico intrecciarsi di molto pensiero sulla scarsezza di pochi fatti; quel continuo sconfinare della poca cronistoria esteriore nella contradittoria, nella dolorosa, angosciata complessità del pensare che è la vita di molti e la mia.»
Ho scelto di presentare una selezione dall’ultimo libro di Vrettòs, di iniziare dalla fine, per rispondere all’esigenza di una delle voci di quest’opera,

La mia fine, inizio.
E dall’inizio di nuovo verso la fine.

E per rispondere all’urgenza di una ricerca che sempre più sento viva in altre voci, quelle di quanti mi parlano, avvicinandosi spogliati dalla paura delle proprie paure: l’evento che dura, siamo noi.
Le poesie di Vrettòs sono ciottoli antichi, memoria resa liscia dal tempo. E torna a me un pensiero intorno alla ricerca estenuata della poesia degli ultimi decenni, quel bisogno di dire con originalità: la lingua greca, e i custodi della sua memoria, i poeti, ci insegnano ancora e ancora che originale significa tornare all’origine, è saperci donare il mondo come terra appena bagnata dalla pioggia di primavera.
Un appunto vorrei farlo anche a proposito dell’editore, Samis Gabriilìdis, scomparso lo scorso 12 febbraio: fondò la casa editrice che porta il suo nome nel 1988. L’attenzione per la poesia che respiravi nei locali in via Aghias Irinis, ad Atene, con i tavolini in legno scuro e il caffè ove sedevano scrittori, avventori-lettori e qualche turista, ha lasciato in me un profondo senso di riconoscenza verso l’uomo che ha saputo circondarsi di bellezza, e di riconsegnarla così al mondo; forse le tragiche vicende della madre, Carolina Gavriilìdou, deportata nei tre più tristemente noti campi di concentramento nazisti, hanno acuito in lui l’urgenza dell’umano nell’arte e nelle lettere.
Buona lettura.

© Chiara Catapano

IL GIUDICE ISTRUTTORE E L’EVENTO

Qualcuno si è auto nominato giudice istruttore e ha deciso di far luce su un evento accaduto il 15 di marzo, per il quale nessuno si trovava nella posizione, o non voleva parlare. Ha affittato come ufficio una stanza d’albergo, e lì venivano a deporre in qualità di testimoni quanti avevano creduto che si conducesse un’indagine ufficiale. Nella stanza accanto c’era una coppia.

*** 

COSA DICEVANO L’UOMO E LA DONNA NELLA STANZA ACCANTO

Il giudice istruttore nell’ora della terza testimonianza, avverte dalla stanza accanto dell’albergo un uomo e una donna parlare. Al termine del dialogo comincia a sentire il Bolero di Ravel.

UOMO:
Poche furono le mie parole
ma durarono a lungo
perché te le cantai.
Avanti indietro le mie parole.
La mia fine, inizio.
E dall’inizio di nuovo verso la fine.
E pur se non fossi dominato dalla musica,
te lo canterei:
Anche la morte come l’amore ha gettato in terra corpi.

DONNA:
E io
dentro il dolce sfinimento
così a te ribatto e truce ti dico:
L’amore,
l’amore come la morte ha gettato in terra corpi.
Non ricordi?
E ti guardo con forza,
con gli occhi ti dico:
La morte come paragone e per seconda poni.

Appunto del giudice istruttore:
Che siano loro l’evento?

 ***

 PICCOLA STORIA D’AMORE

 Negli occhi è il tatto, e io per quanto tempo mi son dato da fare con le mani

 ***

L’ESSERE UMANO È DONNA

Il paesaggio ove incedi diviene alle volte un essere umano che ti guarda. L’essere umano è una donna. Comprendi a fondo tutta la catena montuosa. Appuri che montagna non esiste e la donna è la catena montuosa. Lei è l’intero paesaggio. Dinnanzi a lei, lì dove normalmente dovresti esserci tu, nulla sussiste. E allora chi è colei che ha ingoiato il paesaggio e chi sei tu che hai immaginato la donna nell’irreale profondità? Ripieghi in mezzo al nulla. Ti giri e guardi dietro, lì ov’è il grande specchio. Quello da cui sei uscito. Nello specchio vedi la donna e non dubiti della sua realtà.

Perché m’hai spedito a cercarti? le dici.
Perché non so se esisto, ti risponde.
Allora sei certo che lo specchio si trovi dall’altra parte.

***

LA GIUSTA MOSSA

A tal punto si erano identificati, che non appena lei a casa sua faceva un gesto, lui, che si trovava altrove, l’indovinava questo gesto, lo vedeva avvenire come gli fosse innanzi. O non appena lei stava per muoversi, subito se ne pentiva, perché capiva che lui avrebbe previsto un gesto differente, e quindi era l’altro movimento che faceva.

Dunque un giorno che voleva prepararsi per andare da qualche parte, indossò begli abiti, nei suoi occhi riversò luce il giorno, si pettinò con le dita giù dritte nei capelli preparandosi a scendere. Fin qui tutto bene. Lui ch’era altrove prevedeva tutto nella giusta maniera e lei se ne accorgeva, e seguitò nei gesti. E quando venne il momento in cui la scala l’attendeva a scendere quaranta e più gradini, invece di dirigersi al piano di sotto e riversarsi in strada, si mosse in direzione opposta, verso la terrazza. Perché di nuovo sapeva che lui l’aveva prevista quella mossa, e non l’altra. E saliva allora, se non cento, all’incirca non di meno tante scale. E più saliva, più sentiva che era la giusta mossa, che lui la prevedeva quella mossa, la vedeva compiersi come gli fosse innanzi.

E lui era lì. E lei lo sapeva. Due gradini ancora.

***

INTERPRETAZIONE DI UN SOGNO

Ti ho visto, gli disse, nel sonno. E fremevo nel vederti avvicinare. Eri tu e tremavo all’idea che ci scoprissero. Eri vestito e nudo. Eri tu, e al tempo stesso eri qualcun altro. Tuttavia l’altro prendeva il sopravvento dentro i tuoi abiti. Ma era orrendo e un rancore maligno gli deturpava gli occhi. Dimmi perché t’ha rubato i vestiti, ed è venuto, così orribile e spaventoso, a svegliarmi?

Le disse: “La tua paura che ci scoprissero, è questo che ha deformato i miei occhi, i suoi occhi voglio dire, e ha fatto sì che apparissero deturpati, come se questi occhi avessero visto nella vita ciò che di più terrificante esiste, e questo li deturpasse con tutto il male. E l’avevano veduto. Posso a tal proposito completare io il sogno che hai fatto. Per ciò che riguarda il vestito e nudo su cui infine prendevano il sopravvento gli abiti, significa che hai vestito la mia nudità, la sua nudità voglio dire, perché non ti strappasse via dagli occhi. Ah, dimenticavo. Nessuno ha rubato i miei vestiti. Quelli che hai visto nel sogno, non sono gli stessi che portavo quando sono arrivato?”

S’alzò nudo, raccolse i vestiti dal pavimento, glieli porse perché si tranquillizzasse, e lei gli disse: “E mettiteli allora, fammi vedere che non sei qualcun altro”.

***

LE IMPRONTE DIGITALI DELLA VOCE

Quando la sua voce va via, come impronte digitali che escono dalle labbra le sue onde sonore proseguono e si disperdono. Perché anche la voce si origina dal tatto, che rimane punto fermo primo tra i sensi. Per primo il tocco delle dita, segue il tocco delle labbra quando parlano e soprattutto quando urlano per farsi sentire da lei ch’è distante. Perciò alcune volte vediamo, quanti tra noi han capacità di vedere, la voce proferita come tocco, per non dire come vista che avanza.

Non appena le onde sonore s’accostano lì ove volevano arrivare, diventano mani dalle dita forti. Aprono porte senza preoccuparsi di averle toccate. Segretamente tra sé e sé le mani dicono: “Figurati se ci trovano, siamo fatte di voce e la voce non lascia impronte”. Tutta la sera sistemano casa e ogni tanto coprono lei che dorme. Ma appena arriva l’ora per le mani di ridiventare voce, le parole non giungono.

Accanto a lei, sul cuscino vuoto, la donna ha lasciato un biglietto che dice: “T’aspetto solo come tocco, e io farò finta di dormire”.

***

IL TESTIMONE AURICOLARE
(nella stanza d’albergo)

Dopo che si furono scambiati qualche parola, lei gli disse “mi uccidi” e lui le rispose “ti uccido perché io son già morto”. L’unico testimone auricolare che c’era non aveva sentito nulla di ciò che fu detto prima, mentre anche di quanto sopra sentì solo il “mi uccidi” e “ti uccido”.

Infine quello che disse “ti uccido” fu accusato di omicidio, perché la sua voce venne riconosciuta dal testimone auricolare. L’accusato spiegò al giudice istruttore che il “ti uccido” l’aveva detto in modo metaforico. “E allora la donna dov’è?” gli chiese lui. “Ma come avrei potuto uccidere davvero, se io ero già morto?” rispose.

Il testimone assicurò ancora una volta il giudice che il “mi uccidi” l’aveva udito in modo chiaro, ma cominciò a dubitare della voce. “Forse non si tratta di lui”. “La sua voce, per quanto dicesse ‘ti uccido’, aveva un che di pacifico, qualcosa di molto dolce, e questo qui mi pare differente. E non l’ho mai visto in faccia. Com’è possibile, dal momento che non conosco le labbra di qualcuno, dal momento che non le ho viste, dire che riconosco la voce che esce dalle sue labbra?”

L’accusato osservò per bene il testimone e gli disse: “Puoi, guardando le mie labbra, dire che sono stato io a pronunciare queste parole?”. “Non dovevi chiederlo” gli disse il testimone. “Sì, posso dirlo che dalle tue labbra sono uscite le parole. Non dovevi chiedermelo, e certo non avrei dovuto vedere le tue labbra da così vicino. Riesco persino a immaginarti pronunciarle”. “E poiché mi hai visto pronunciarle, di’ se pure m’hai visto metterle in pratica” gli disse l’accusato. “A, metterle in pratica no. Mai le hai messe in pratica. Tu d’altro canto eri già morto” disse il testimone guardando in direzione del giudice.

Dal suo volto allora sfila il testimone con difficoltà una maschera, scuote la testa e sventolano i lunghi capelli di una donna. “Mi hai ucciso con le tue parole” dice la donna all’accusato. “Ti ho uccisa, perché io ero già morto per le tue parole” le risponde lui.

Mentre l’uomo e la donna si allontanano abbracciati, la stanza alle loro spalle sprofonda.

Perché sei venuto a trovarmi? le dice.
Perché volevo vedere se esistiamo, gli risponde.

 


Spyros L. Vrettos è nato a Lefkada nel 1960. Ha studiato legge ad Atene. Vive e lavora come avvocato a Patrasso. Ha pubblicato nove raccolte poetiche, un’antologia, tre saggi e un libro di racconti. Le sue prime cinque raccolte poetiche sono state tradotte in inglese da Philip Ramp (Collected Poems, Shoestring Press, 2000). In Italia è comparsa un’antologia di sue poesie in traduzione di Massimo Cazzulo (Il postscriptum della storia, Atelier, 2005). La sua raccolta poetica Ανιστόρητο (Digiuno di storia, Kastaniotis, 1999) e il suo saggio Kostas Karyotakis, l’encomio della fuga (Gavriilidis, 2006) sono stati inclusi, rispettivamente, nella ristretta lista per il premio di poesia e saggio della rivista «Διαβάζω» (Leggo). Sue poesie sono state tradotte in molte lingue. Dalla sua raccolta Accade (precisamente dal capitolo Medea) è stato realizzato il lavoro teatrale Medea dall’inizio di Màros Galani. Anche dal suo libro di racconti Un uomo indistinto (Gavriilidis, 2016) è nato uno spettacolo teatrale, per la regia di Artèmidos Groubla (Θέατρο act 2018). È membro della Società degli Scrittori e del Circolo dei Poeti.

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