Alessandro Cannavale, poesie da “Il sarto dei piccoli strappi”

 

Dobbiamo restare qui,
solerti custodi di meraviglie:
ho un segreto fragile
sul dorso della mano,
bisbigliato al cielo
tra ali di farfalla:
“io resto qui,
come cosa
posata e persa”.

 

Il lavoro precario
è tempo sospeso
d’opere incompiute.
Siamo le bestie che tingono
il macello purpureo
dei tramonti di fine estate.
Forse cadono vani gli sforzi
sull’autunno dei capelli bianchi.
Prendete pure il mio tempo:
un mucchietto di sabbia,
solo cenere cosparsa
sul capo del mondo.

 

Io non conosco il Sud:
gli sguardi di gesso dei santi
che fanno ancora gli inchini
ai balconi dei latitanti.

 

Puglia/Calabria
Da questo sperone
di pietra madida
si tocca l’infinito.
Le quinte di calce
dietro i bisbigli
sulle sedie di paglia;
lo scirocco, un velo
di sabbia sugli occhi;
le donne, come margherite,
cielo e radici,
coriandoli in aria
dalle mani di bimbi:
su queste strade bianche
anche la luce è mistero.
Un gatto nero possiede
tutte le chiavi dei vuoti
tra i vecchi dadi di tufo.
È il sovrano delle assenze:
della gronda che dondola,
dell’ombra dell’arco,
dei gerani di nonna.

 

Alle cicche fumate e spente
sulle carriere spezzate,
ai sogni infranti, alle bugie,
alle belle ali tarpate per sempre.
Si scioglie, in un vento d’affanni,
la candela degli anni precari:
cocopro, cococo, coccodè.
La mia medaglia al valore
è un velo di gesso, a fine lezione.
Il mio cielo di precario
è una lavagna nera, senza stelle.
Mantengo, viva,
la vena dell’incanto.

 

Sono un tassello
che non trova mosaico:
continuo a esporre, laico,
la faccia meridionale dell’anima.

 

© Alessandro Cannavale, Il sarto dei piccoli strappi, Les Flâneurs Edizioni 2020

 


La poesia di Cannavale è, indubbiamente, una poesia con un forte legame coi luoghi. Una connessione in particolare col paesaggio salentino, geografico e umano, interiore ed esteriore, naturale e sociale, che è esplicitamente richiamata dal contrappunto (frutto probabilmente di una frequentazione amicale e di una complicità intellettuale e amicale) delle tele di Antonio Bonatesta, inondate di malinconica luce e di una indicibile nostalgia del paesaggio familiare e di un altrove immaginato e sognato a cui esse, in maniera incisiva ed evocativa, rimandano. […] L’inquietudine e la mobilità di un tempo sono diventati ormai la precarietà, dei giovani e dei luoghi, evocata dai versi dedicati a solitari, randagi, precari, solo per i quali il poeta scrive «versi senza codici a barre». […] Perché la poesia tutto può permettersi tranne che non essere sincera. Per il poeta, ma anche per un’umanità che soffre e per cui vale la pena scrivere versi, perché «È sale, l’ipocrisia, / sulle piaghe dei precari, sugli sforzi dei randagi».

dalla prefazione di Vito Teti

 

L’intento è quello di suturare gli strappi aperti, nel rapporto della cultura e dell’arte con le masse, dal solipsismo avanguardistico, rigettando al tem­po stesso l’ossessione borghese per l’armonia, co­stante vettore di una certa idea di ordine sociale. Fare poesia e pittura in modo comprensibile per raccontare il conflitto, la distanza, l’irregolare, la precarietà, per sottolineare le disfasie, le stecche fuori dal coro, i giri a vuoto del nostro presen­te.

dalla postfazione di Antonio Bonatesta

 


Alessandro Cannavale (Bari, 1977) è ingegnere e ricercatore universitario. Ha scritto A me piace il Sud, con Andrea Leccese (Armando Editore, 2017). Collabora con diverse testate giornalistiche: La Repubblica, ilfattoquotidiano.it e basilicata24.it. Con Les Flâneurs Edizioni ha pubblicato Versi randagi (2019) e Il Sarto dei piccoli strappi (2020). 

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