Milo De Angelis, “Linea intera, linea spezzata”. Nota di Cinzia Thomareizis

Milo De Angelis, Linea intera, linea spezzata
Mondadori 2021
Nota di Cinzia Thomareizis

«nulla ci appartiene se non questo foglio
popolato di demoni»

Linea intera, linea spezzata, Milo De Angelis

Linea intera, linea spezzata corre su una traiettoria compressa tra l’ultimo commiato e l’imminenza della fine, tra una stagione chiusa per sempre e la promessa della morte, acquattata compagna di ogni notte. Tra la prima poesia del libro e l’ultima, viene tracciato un arco lungo il quale l’umanità prende le forme di una figura errante e assalita da una «paura senza origine», un tragitto disegnato da un movimento incessante, ostinatamente inquieto, notturno, insonne. Ci investe una veglia perenne, animata da spettri che tornano e tornano, «i morti non restano fermi», figure che il lettore conosce, altre che si presentano oggi. «Vanno in giro per la città, per le case, e vengono a salutarci» scriveva Parise tanti anni fa dei morti. Lo stesso accade in questo testo che pullula di verbi di movimento che agitano vivi e morti: salire, scendere, camminare, giungere, tornare, arrivare, entrare, ancora camminare, aggirarsi, migrare, muoversi, precipitare… noi – passeggeri.
Le pagine si traducono nella proiezione di un road movie in cui sono montati fotogrammi sparsi ma coerenti, spezzoni e dialoghi accostati in quell’infinito presente che il lettore conosce, «tessere disgiunte di un mosaico» che non chiede di essere ricomposto: pezzi sparsi di città e personaggi si fronteggiano, ci osservano e trascinano in un magma di paesaggi che scorrono uno dopo l’altro, tempi che si fondono, visioni che si accalcano. Il libro scandisce un tempo accelerato, «freccia – corsa – maratona», accelerazione di quel precipitare verso la morte che riguarda tutti noi. Il tempo, come sempre dato per punti ed eventi nella poesia di Milo De Angelis, «spina che può trafiggerti», qui è segno di imminenza: la morte è sempre per tutti imminente.
Il vivere è sì l’umano transito tra noto e ignoto di Quell’andarsene nel buio dei cortili, ma se allora si riconosceva la potenza del seme che deve morire per dare frutto perché «ogni paesaggio si rigenera morendo», qui prende il sopravvento «il soffio buio del distacco che si ripete in ogni tempo, qui irrompe la fine» che sancisce in modo definitivo il tema dell’addio.

Definitivo e improtetto. Linea intera, linea spezzata è dunque un libro definitivo. La lettura è una collisione perturbante che conduce in uno spazio-tempo perturbato. In questo senso la linea si congiunge intimamente più ai testi irti e visionari di molti anni fa, Terra del viso e Distante un padre, che non alle apparenti distensioni di successivi noti libri dell’autore. Attraverso un esito formale certo non assimilabile, Linea intera, linea spezzata ci immerge nella stessa dimensione scissa, «qualcosa di mai congiunto circola nel sangue», esprime la stessa distanza laterale dalle cose, quella che Gottfried Benn – richiamato per nome nel libro – definiva «la profonda illimitata antichissima mitica estraneità tra l’uomo e il mondo» che origina dalla consapevolezza di abitare sul confine «tra un nulla e l’altro nulla».
Ma ciò che molti anni fa si era espresso con particolare impatto straniato e straniante, qui si ripresenta in modo differente attraverso una decisa volontà di controllo: il nulla può essere atteso o può essere «costretto a svelarsi» come l’ultima sezione “Aurora con rasoio” esplicita. Ed è proprio questa volontà di controllo ciò che la lingua del libro esprime, mentre sorprende e disorienta al primo ascolto: lasciato alle spalle il Novecento, si offre come un avvicinamento alla scrittura dell’oggi, un verso lungo, prosastico, una riflessione seria sui luoghi in cui abita la poesia adesso, ma pur sempre a debita distanza dalla littéralité: scosse telluriche si agitano sotto il testo.
Il poeta sceglie di giungere disarmato all’ultima fermata della corsa, così disarma le parole e il verso che a tratti appare troppo esposto ed esplicito, senza rete come «il poeta giovanissimo» che camminava sul filo delle grondaie: Linea intera, linea spezzata è infatti nella sua essenza un libro improtetto, quanto lo è l’ora decisiva e recisa, lì «vicino alla morte». Ciò che il tono piano e apparentemente pacificato o colloquiante rivela non è altro che la decisione di opporre un contrappunto al boato dell’ombra taciuta: il grido, significativamente legato nel testo alla figura femminile della madre, non cessa di aggirarsi inquieto «tra le cose infinitamente taciute».

Parola e silenzio. Esemplare in questo senso è la poesia “Udienza”, che apre la quarta sezione che dà voce ai suicidi. Qui la lingua è decisa a mostrare interamente il nervo indifeso, a tirare fino all’osso la tensione: il vero nome delle cose non è mai stato così scoperchiato nella poesia di Milo De Angelis. Tutto ha un volto oscuro, non solo l’uomo abitato dalla bestia o dal demone nero, anche il necessario silenzio ha un rovescio dove si scopre come capo d’accusa. Ma è il tribunale, forse, il demone più grande da abbattere, per disfarsi dell’eterno peso del giudizio che grava da sempre sull’autore: la stanza – reale o poetica – è l’aula in cui siede un imputato. Insieme al dovere, altro tema dominante: quel «dovevi, dovevi…» che suona come un rimprovero o un rimpianto. Non viene scritto: devi oppure dovrai (perché? per la coscienza che non tutte le parole vogliono vedere la luce, ma non per questo sono mute? perché i demoni, qualche volta, è meglio che restino dove sono?).
Sembra che l’umanità abbia definitivamente deposto ogni tentativo di patteggiamento con la morte, nessuna possibilità di tregua come Incontri e agguati aveva anticipato chiudendosi in un punto di non ritorno, in un estremo senza sbocco, innominabile, impronunciabile, indicibile: uccidere «la cosa più amata». Ciononostante Incontri e agguati si accomiatava dai lettori con «un annuncio oscuro di linee e parole» capace di trattenere nello stesso foglio salvezza ed esecuzione oltre ogni dicotomia, perché qualcosa poteva ancora essere detto, nominato: la parola poetica continuava ad affermarsi come l’unico dono meritato.

Linea intera, linea spezzata riparte da lì e va oltre: mai era stato detto con tanta chiarezza da De Angelis che parlare è guarire, perché la parola è viva, agente, respira, bussa, è ostinata, può risanare. L’uomo è solo, dall’altra parte il «pubblico giudizio». Chi lo salva? La guarigione passa attraverso l’esposizione al mondo, in un atto di consegna, un moto relazionale, un estremo gesto di fiducia nella primavera, nella religione delle stagioni terrestri, luogo della carne dove ognuno – nella sua Solitudo Obscura Solitudo lampeggiante come un s.o.s. – si libera dal male mantenendo saldamente la parola come viatico. Perché tutto, tutto è contenuto nelle «parole che hai detto», persino ciò che si tace…

Occorre per questo «la dizione più precisa», l’esattezza dello sguardo e del ricordo: l’attenzione al dettato irrompe tra le pagine come un soffio indiano, «l’attenzione è chiarezza, sgombra da ogni pensiero» diceva Krishnamurti, il maestro chiamato per nome nel libro. L’umanità, questa creatura brancolante, tremante, devastata potrà trascendere sé stessa finché sarà in grado di nominare e nominarsi: «Milo» viene scritto per tre volte. «La serietà della morte» è tale perché in grado di silenziare tutto, persino la parola, lì «non diremo». Linea intera, linea spezzata è infatti un libro colmo di silenzio, quello dell’afasia delle frasi che crollano nel loro esordio, quello dell’infanzia prosciugata, quello ultimativo della morte che ci ammutolisce: quando «non dirai più il tuo nome».

Immersione. La linea di lettura non può essere che ripida, in picchiata, la chiarezza formale scaturisce dall’immersione in un luogo «che non è di questa terra» – discesa destinale da un tram o avvitamento della rampa di un garage – si affaccia da un trampolino, pronuncia il suo annuncio dalle vertigini di un tetto come Daniele Zanin, che chiude il libro. E il suo colore deve essere il nero, yin, parole cariche di oscurità si susseguono: carbone, pece, catrame, notte, buio, substancia nigra, brown sugar. Anche le nove tappe del viaggio si raggiungono col favore delle tenebre. «La notte come una parola unica, la parola fine ripetuta all’infinito», scriveva nel 1978 Milo De Angelis traducendo Maurice Blanchot. Unica luce: l’aurora, segno prodigioso del passaggio finale.
Immersione abbiamo detto, dunque acqua: non è la prima volta che l’acqua compare come elemento dell’immaginazione materiale di De Angelis, da “L’oceano intorno a Milano” di Biografia sommaria fino alle piscine o le risaie che pure qui ricompaiono. Ma in Linea intera, linea spezzata, l’acqua sembra rivelarsi come il controcanto più aderente alle voci, consapevole della sua potenza analogica: «il sonno era acqua che si spezza», la morte – «acqua che ha perduto la sorgente».
L’acqua è una realtà poetica completa scriveva Bachelard, declinando le sue principali qualità poetiche, ma è anche «un tipo di destino» che ci fa comprendere più intimamente che l’umanità contiene in sé stessa il destino dell’acqua che scorre. Continuava: «l’essere che si vota all’acqua è un essere preso dalla vertigine. Egli muore a ogni istante, senza fine qualcosa della sua sostanza sprofonda. L’acqua scorre sempre, sempre cade, sempre trova fine nella sua morte orizzontale». Linea intera, linea spezzata appartiene ai «corpi affondati nelle acque dell’Idroscalo, voce di tutti gli affogati, pioggia troppo forte, ruscelli di sangue», temporali, correnti, laghi, fiumi dove si esercita «l’arte di estinguersi». L’acqua di Milo De Angelis, seguendo Bachelard, è profonda come il nostro passato, è pesante, tira a fondo, non disseta, è essa stessa una sostanza che beve, che «inghiotte l’ombra come sciroppo nero», non purifica né salva. «Il dolore dell’acqua è infinito».

Visione. La voce di Linea intera, linea spezzata è la voce di un veggente. Tutto il libro, e in particolare le “Nove tappe del viaggio notturno”, sembra infatti essere governato da quelle stesse forze teorizzate quarant’anni fa in Poesia e destino, dove l’autore poté affermare «io stesso sono queste forze». Forze di visione e divinazione: il futuro è tutto nel passato affermava Giorgio Colli in riferimento al legame vitale tra Apollo e Dioniso, alla discendenza della mantica dalla mania: la risposta all’enigma delle figure che costellano il libro sembra essere già scritta «nell’acqua passata». Nessuna contrapposizione, dunque, tra Apollo e Dioniso in queste pagine, dove convivono chiarezza della visione e della parola (ossia distanza), ed ebbrezza divinatoria (ossia vicinanza). Ci troviamo di fronte a un libro sciamanico, lo denunciano da subito il titolo ispirato a I Ching, le premonizioni dei numeri, gli autobus che compaiono se invocati, la cecità – che nel mondo greco investe la figura del veggente – della “Quarta tappa del viaggio notturno”, l’insostenibilità del vedere troppo, le visioni de “Il penultimo discorso di Daniele Zanin”. Gli esagrammi de Il libro dei Mutamenti – segni come oracolo, qui si traducono nell’imperativo di «portare il destino in un esametro» – versi come oracolo e al tempo stesso tentativo di contenere l’enigma tra i bordi quotidiani di un biliardo nella Sala Venezia. Locus elettivo da cui dare parola alla legge immutabile ed eterna che opera sotto ogni mutamento, da cui rispondere all’appello di «non restare muto», da cui opporre con devozione «un trasalimento di rime contro il nulla» come l’unico possibile umano orizzonte di permanenza.

© Cinzia Thomareizis
Febbraio 2021

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