Tiziano Mario Pellicanò, Alice tra le mura di Rodez

Alice tra le mura di Rodez
di Tiziano Mario Pellicanò

Antonin Artaud vide nell’esercizio quotidiano della traduzione di alcune parti del capolavoro di Lewis Carroll, Alice Through the Looking Glass, un modo per fare i conti con le proprie nevrosi, facendo approdare la dimensione della patologia alla condizione più rassicurante di una terapia personale. Però, già ridurre la figura di Alice a cifra di un disagio psichico e alla sua successiva risoluzione sa di formuletta che dice tutto e niente. Eppure, l’esperienza di Artaud è stata, senza dubbio, singolare. Cercheremo di spiegare perché.
La dimensione ‘perversa’ dell’adolescenza – e vedremo strada facendo il senso particolare che daremo a questo aggettivo che non coinvolge solamente la dimensione psicologica – è l’angolatura attraverso la quale, nella nostra prospettiva, molti messaggi vengono filtrati nonostante l’apparente copertura di normalità. In letteratura, o almeno in molta letteratura, i messaggi più pregnanti sono proprio quelli che delineano scarti, incongruenze, insomma che fanno riferimento a codici che vanno oltre il grado primario della comunicazione. E questa sarà la prospettiva attraverso cui si tenterà di aprire alcuni varchi all’interno del discorso letterario oggetto del nostro discorso. Nel caso di Alice, vedremo come la perversione sia tutta risolta all’interno di una dimensione linguistico-semantica. È il discorso stesso, le parole attraverso cui esso si sostanzia, che determina la carica ‘oscena’ della presenza di Alice nel suo particolare manicomio. La fanciulla risolve tutta la propria carica eversiva all’interno di un gioco verbale in cui il senso primario viene stravolto e deformato. La terapia cui sottopone il traduttore intercetta dinamiche che ne coinvolgono in prima istanza la dimensione semiologica, come se attraverso il dipanarsi e la conseguente risoluzione di riddles e puns si celasse la vera via verso la guarigione. È questo lo scandalo dell’operazione messa in atto da Artaud.[1] Alice condivide con Artaud il lato psicopatologico del gioco verbale. Anche lei è una dissociata, scissa in mondi frutto della sua immaginazione alterata, preda di un delirio che la costringe dentro le mura di un carcere psichiatrico che assumono le sembianze di paesaggi deformati in cui vige la legge della metamorfosi continua. E lei stessa si trasforma, in maniera sia visibile che invisibile. I mondi che attraversa, specie quello al di là dello Specchio, sono la quintessenza di loci adatti a una psiche scissa, perennemente frantumata. Ora Artaud, proprio attraverso l’esperienza dello Specchio, usato come arma della Traduzione, cerca vanamente – ben sapendo di essere in un gioco molto più grande di lui e all’interno del quale si trova tutto sommato benissimo – di liberarsi della stessa prigione in cui è confinato. Alice e Artaud finiscono per essere la stessa persona, in una sorta di rivisitazione del tema del Doppelgänger.
La dimensione semiologica si tinge allora dei connotati di una reclusione fisica che è anche uno scontro tra corpi doloranti. Alice è reclusa nel suo spazio materiale, ma libera in quello della parola, allo stesso modo in cui lo è Artaud. Entrambi sperimentano la dimensione dell’internamento in termini di un’evasione da sé, nel recepimento di istanze che li proiettano verso dimensioni inesplorate ed estranee al senso comune. A differenza delle tante figure di esclusi che costellano lo spazio letterario – esclusione che può assumere le forme più diverse, secondo un ampio spettro che coinvolge la dimensione affettiva e/o di genere – in Alice l’esclusione è tutta focalizzata nell’extravaganza di un linguaggio che abbatte le barriere e si crea un proprio spazio libertario.
Il paradosso sta proprio in questo rompere le catene di una psiche che si vuole a tutti i costi imbrigliare e ridurre a regole prestabilite, facendo ricorso a strumenti prettamente discorsivi, se non addirittura letterari e retorici (ma a una retorica del tutto particolare, a una prassi verbale che ribalta, rovesciandolo, il senso).
Collegi, case di correzione, carceri disegnano nella letteratura una topografia oggettiva in cui il soggetto recluso, sottoposto focaultianamente all’internamento – si vedano, ad esempio, i casi emblematici di Törless, di Luzhin –, lo subisce passivamente in quanto non è in grado di opporvisi. Alice, invece, in quanto entità che trascende la dimensione temporale e carnale, si muove nella direzione di un atto di liberazione assoluto grazie alla sua forza linguistica, all’uso spregiudicato del doppio senso, del pun, dell’artificio retorico.
Vedere il personaggio di Alice come alter ego di Artaud in effetti comporterebbe una riduzione, un appiattimento delle problematiche inerenti al gioco di forze che si instaura tra i due. È, dunque, più giusto affermare che Alice è una specie di musa che esplica il suo ruolo terapeutico mediante lo scandaglio del testo che la vede protagonista. Allora, l’operazione messa in atto da Artaud nel momento in cui si accinge a tradurre – sarebbe meglio dire a manipolare – il testo carrolliano, si inscrive in una dimensione che non implica una semplice aderenza al personaggio, ma comporta anche una rivisitazione, una ritrascrizione dello stesso. Ciò che li accomuna è la dimensione claustrofobica, il malessere psicotico da cui sembra impossibile uscire, ma le strategie messe in campo per superare l’empasse sono diverse. Artaud, come abbiamo appena detto, è un manipolatore, e l’operazione di traduzione cui si sottomette è sostanzialmente un attraversamento del testo per superarlo. Già l’episodio preso in considerazione – Humpty Dumpty – viene stravolto e reintitolato L’arve et l’aume (L’uovo e l’uomo), secondo una direttrice che pone al centro la dimensione simbolico-antropologica del testo originario. Nelle intenzioni di Carroll probabilmente entravano in essere, nella scelta del soggetto, componenti che attenevano più al gioco linguistico che a quello simbolico; in Artaud è invece presente in maniera massiccia la componente mitica, esoterica – l’uovo come simbolo ancestrale di sapienza alchemica. Alice è, in questa fase, inconsciamente la bambina che lo mette in contatto con questa dimensione arcaica e arcana, ma è anche allo stesso tempo il tramite, il medium per guardare dentro i più remoti meccanismi della mente. L’uomo-uovo è sostanzialmente un essere indefinito, un pupazzo disarticolato, perennemente in bilico e pronto a cadere per risorgere. La scelta di questa specie di freak è certamente non casuale – anche lui è, appunto, sul limitare di una fanciullezza ingenua, ma anche corrosiva, disturbante, permalosa. E qui veniamo al nocciolo della questione. Siamo sicuri che dietro tutta questa operazione, che dovrebbe avere come esito finale la salus mentale di Artaud, non ci sia invece un disegno eversivo che mira sortire l’effetto opposto, a scardinare l’ordine di una mente così fortemente compromessa? I dubbi sorgono quando si investe la figura di Alice di una luce che, anziché illuminare gli antri più bui e drammatici della mente di Artaud, rende il peso dello sfaldamento psichico ancora più drammatico e irreversibile. Artaud, ponendosi di fronte alla bambina Alice, ne subisce tutta la fascinazione distruttiva e perversa. Da oggetto e mezzo di salvezza, Alice diventa strumento di dannazione. L’artificio di una terapia possibile tramite l’arte è solo una maschera, un ulteriore gradino verso la perdizione definitiva. Singolare è il disconoscimento che, nella seconda versione, Artaud fece dello scrittore vittoriano, arrivando addirittura ad accusarlo di plagio nei suoi confronti e di snobismo inglese.[2]
In sostanza, l’esperimento terapeutico non è riuscito. Alice si è rivelata solo un interessante gioco linguistico che, con la sua ambiguità, il gioco del doppio e dello specchio, affascina Artaud nella sua prima versione, ma che poi lo delude e lo disillude nella seconda, allorché scopre (o crede di scoprire) le dinamiche profonde del testo carrolliano. Il corpo del poeta è un corpo dolorante, martirizzato, la sua lingua è una glossolalia tipica degli alienati, un linguaggio della schizofrenia, ermetico e ricco di addentellati esoterici. Nessun processo salvifico ha senso per ‘un corpo senza organi’, disarticolato, privo di corrispondenze oggettive. E l’esperimento messo in atto dalla medicina, con la sua presunzione di venire a capo di una possibile cura, si rivela come un altro gioco al massacro. Alice, che pure poteva essere un tramite tra linguaggio degli alienati e linguaggio infantile,[3] si è improvvisamente dissolta, lasciando vuota la sua prigione. L’«Angelo dai capelli rossicci» si è così trasformato in «una specie di meticcio ibrido che ha triturato la coscienza per farne uscire scrittura» (Lettera ad Henri Parisot del 22 settembre 1945).

 


[1] In Antonin Artaud, Alice in manicomio. Lettere e traduzioni da Rodez, a cura di Leonardo Boero, con postfazione di Pasquale Di Palmo, Stampa Alternativa, 2008, viene ripercorsa l’esperienza drammatica di un Artaud che vaga da un manicomio all’altro, ma soprattutto la terapia cui viene sottoposto a Rodez. La cura, oltre che a base di elettroshock, prevede anche l’arte e specificatamente la traduzione di opere letterarie. L’arteterapia del dottor Ferdière porta Artaud a cimentarsi con la traduzione del capitolo VI di Alice attraverso lo specchio di Lewis Carroll. E pare sembri funzionare: Artaud recupera gradualmente fiducia, riappropriandosi del suo corpo.
[2] «Ci sono dei passi di fecalità in Jabberwocky, ma si tratta della fecalità di uno snob inglese, che in lui sfiora l’osceno come il ferro caldo sfiora i riccioli, una specie di assaggiatore dell’osceno che fa ben attenzione a non essere osceno, non come Baudelaire nella sua afasia terminale o come Edgar Poe in un tombino il mattino in cui fu trovato morto di apoplessia da acido prussico o da cianuro di potassio» (Ivi, p. 193).
[3] Ivi, p. 196.

 


Tiziano Mario Pellicanò si è laureato in Lettere con Giulio Ferroni all’Università di Roma “La Sapienza”. Ha insegnato per vari anni nelle scuole secondarie. Si interessa di Letterature comparate, in particolare del periodo storico tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. La sua pubblicazione più recente è un saggio su Identità e mascheramento in Proust, in AAVV, And love finds a voice of some sort, Roma, Carocci, 2020.

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