Sotirios Pastàkas. Un’intervista (di Lefteris Papasterghiou)

Sotirios Pastàkas (by Dino Ignani)
Sotirios Pastàkas. Un’intervista: «Il più grande peccato per l’uomo è uccidere il tempo»
di Lefteris Papasterghiou
Traduzione e introduzione di
Chiara Catapano

La frase estrapolata dall’intervista, e divenuta titolo dell’intero articolo, racchiude in fondo un aspetto evidente di questa nostra società, che tenta di dissimulare l’aggressività latente ma che non può non ricacciare fuori, fingere di non vederla. Si uccide il tempo. E il tempo dell’essere, il tempo dell’umano (fondato in terra greca da Ulisse, come recita Zeus nell’Odissea, per poter «governare per sempre la genia degli uomini») è davvero l’elemento più puro con cui ci è dato creare, giorno per giorno, la nostra esistenza.
Pastàkas è un poeta che merita d’esser letto con attenzione: ogni parola pesa, e vince la gravità che la terrebbe ancorata alle cose che nomina. Questo è l’ottimismo a cui l’intervistatore accenna, più sotto, e che io leggo nei suoi versi: la capacità intrinseca di tendere al miglioramento, di alleggerire le nostre pesantezze, di vincere le nostre più oscure paure. Uccidere il tempo è autodistruggersi, è voltare le spalle all’oro incenso e mirra offertici dalla vita. E l’aggressività che serpeggia non è altro che lo specchio in cui ci riflettiamo sempre più soli, l’isolamento forzato dell’uomo nelle grandi città, il bisogno dello sfioramento, della condensazione, di percepire quella forza di gravità con cui Pastàkas gioca seriamente nelle sue poesie.
Tanto più in questo presente sospeso, in quest’oggi iniziato quasi un anno fa.

[Potete leggere l’articolo originale, pubblicato su «Larissa Press» qui: https://tinyurl.com/y6uaj4jx]

 

Intervista di Lefteris Papasterghiou

Non c’è probabilmente persona più adatta per discutere di quanto sta avvenendo, da tutti i punti di vista. Dentro di noi, intorno a noi, e accanto. E non solo perché Sotirios Pastàkas, come (già) psichiatra può dare una spiegazione a ciò che ha mutato la nostra quotidianità in un film di fantascienza. Ma anche perché attraverso il suo lavoro d’intellettuale si trova nella posizione di esaminare nei dettagli la realtà, toccando i punti oscuri dell’esistenza umana, e gettandovi sopra un po’ di luce, cosa di cui abbiamo tutti bisogno…

Cos’è che stiamo vivendo? Con quali versi lo descriveresti?

Incorporeo essere, costantemente in caccia
dell’abbraccio dal corpo al corpo
che mi veste, lo sguardo
che mi stira le rughe,
mi riabilita bello
e dignitoso, ma sopratutto il corpo
guardo mi restituisca
la mia perduta fisicità.

Ασώματος ων, διαρκώς κυνηγών
την αγκαλιά απ’ το σώμα στο σώμα
που θα με ντύσει, το βλέμμα
που θα μου σιδερώσει τις ρυτίδες,
θα με αποκαταστήσει όμορφο
και ευπρεπή, αλλά κυρίως το σώμα
επιζητάω που θα μου δώσει πίσω
το χαμένο μου κορμί.

(dalla raccolta Perduto corpo, uscita nel 2010 per le edizioni Melani)

Come affronti la quarantena? Qual è la tua soluzione?

Il lavoro e ancora il lavoro. Abbasso la testa e mi do da fare con la fede profonda che attraverso il lavoro io possa tener lontano il caos che mi circonda, di poter mettere ordine nel caos del mondo. Delle volte avverto che si tratta di un punto di vista folle, ma sono andato avanti così per tutta la vita, ed è una di quelle abitudini da cui non mi sono mai sganciato, come ad esempio per gli alcolici… Non ho mai permesso a nessuno di portarmi fuori dal mio tracciato, per quanto doloroso fosse a livello personale per le persone e me più vicine…

Come combattiamo le nostre paure? Qual è l’antidoto?

Come superiamo un amore con un altro grande amore, così andiamo oltre una paura grazie a una più grande. I comportamentisti ci hanno insegnato a tenere sotto controllo le nostre paure sulla carta, dall’ultima alla prima, una classificazione che cambia sovente per noi stessi ogni volta che ci apprestiamo a scrivere l’elenco. Ciò che ricaviamo da questo procedimento è quanto le nostre paure, nella stragrande maggioranza se non addirittura tutte, siano transitorie e risibili.

La paura della morte?

La morte nessuno è mai riuscito a evitarla, neppure Onassis. La questione non è il morire, ma l’opera che ti lascerai alle spalle. Cosa hai fatto prima di morire, come hai fatto fruttare il tempo, l’unico elemento utile che ti è stato dato. Ritengo che il più grande peccato dell’uomo sia quello di “ammazzare il tempo”.

Quando questa vicissitudine avrà termine, cosa avrà lasciato dietro di sé all’umanità, da un punto di vista esistenziale?

La sensazione di vita sospesa: difficilmente ce ne libereremo nella nostra quotidianità. Non sono solo i locali a vivere in sospensione, e il giro degli esercenti, lo sono anche i nostri sentimenti. Tutto appeso a un filo, come è sempre stato, mi dirai; ma questa crisi ha reso visibile il filo, e temo che continueremo a vederlo per molto tempo ancora pendere sopra le nostre teste.

Questo ci renderà migliori?

Siamo geneticamente condannati al miglioramento. Forse non ci è riuscito molto bene in questi primi tremila anni, ma non smetteremo finché non ci saremo riusciti. Pure se fossero necessari altri tre millenni.

So che sei per tua natura ottimista. Dimmi qualcosa di ottimista per il 2021.

Cominciamo col riprenderci indietro il nostro involucro mortale, con l’occupare ex novo il nostro corpo, fatto diventare immateriale dal telelavoro, avatar dal cybersex e da zoom. Dobbiamo provare di nuovo lo strepito e vedere ancora il lampo generato dai corpi quando si sfiorano.

Che cosa hai letto di interessante in questo periodo, e cosa stai scrivendo?

Il romanzo storico Frantumare cristalli (Θραύση κρυστάλλων), delle edizioni Potamos. Il cinquantenne Ghiorgos Gozis rende onore ad entrambe le parole: il mito e la Storia, trasportandoci, noi che siamo più grandi, nel ventennio dorato degli anni ottanta e novanta… I nostri anni migliori. Sto preparando due libri in italiano, traduzioni di Pasolini e di altri poeti italiani, e correggo le Storie della Psi, che usciranno per le edizioni Kedros prossimamente. Fra poco uscirà anche la prima antologia di poetesse greche del XX secolo, L’altra metà del cielo, messa in cantiere assieme a Stravros Girgenis per le edizioni Zitros. Riguardo a ciò che sto scrivendo, mio caro Lefteris, permettimi di glissare la risposta, per rispetto al nascondimento degli scrivani: se dovessi rispondere a questa domanda avendo qualcosa da scrivere, non lo scriveresti più.

Chiudiamo con un tuo augurio…

Che il mondo diventi un unico abbraccio.

 

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