Inferno e ritorno. Nota su “Estremi occidenti” di Valentina Sturli (rec. di F. Libasci)

Valentina Sturli, Estremi occidenti. Frontiere del contemporaneo in Walter Siti e Michel Houellebecq
Mimesis 2020

Le festività in corso, il tempo risparmiato a fare aperitivi e inutili auguri e l’indecisione su cosa dire di questo 2020 che ha segnato forse la fine di un mondo o più ottimisticamente l’inizio di qualcosa mi ha fatto riprendere in mano il bel volume di Valentina Sturli dedicato a due autori, Walter Siti e Michel Houellebecq che di apocalissi e catastrofi naturali e culturali se ne intendono parecchio avendo passato più di un quarto di secolo a descriverle e anticiparle. Sturli ci ricorda fin dalle prime pagine che i due autori nei loro libri, da Scuola di nudo a Le particelle elementari, da Troppi paradisi a Sottomissione, fanno convivere la fine e l’inizio, la distruzione e la rinascita, ricordandoci, e quanto ne abbiamo bisogno, che la letteratura è sempre compresenza di spinte opposte, siano esse emozionali o ideologiche, come Francesco Orlando tra gli altri ci ha insegnato. In effetti i due provano per questo nostro Occidente un’attrazione che sfocia spesso nel disgusto, un’ansia conoscitiva che si rovescia nel disprezzo che solo la forma romanzo può contenere ed esprimere. Sturli nell’estremizzazione del discorso sull’Occidente portato avanti dai due autori legge il loro tentativo di condurre il lettore, progressista in più di un caso, più lontano, a un secondo livello, a una tesi sempre riaffermata e da riaffermare: in Houellebecq, infatti, le trame rivelano sempre «l’opprimente semplificazione e piattezza delle forme di vita del nostro tempo, la disperante banalità dell’esistenza e la mancanza nel presente di ogni possibile via d’uscita»,[1] l’assenza di ogni semplicità positiva, e l’utopia solo lontanamente intravista di una vita armoniosa non mediata dal denaro e dal potere; in Siti invece l’apparente tradimento del chierico, lo sprofondamento di questi nella società delle immagini e dei consumi rivela qualcosa di più profondo: «è infatti solo diventando un consumatore che può vivere e comprendere gli effetti del sistema vigente sulle vite degli uomini, sui loro corpi e sulle loro menti».[2]  A partire da qui la nostra critica insegue e porta alla luce con strumenti abili e bella prosa le tante analogie e le altrettante differenze tra i due autori, quel loro demone di mostrare tutto, di apportare soluzioni romanzesche a problemi che angosciano il nostro tempo; e quelle soluzioni, in fondo, non sono meno angosciose dei problemi che vorrebbero risolvere, sempre in bilico tra predica e provocazione, tra evocazione di un paradiso perduto e descrizione di un inferno iperrealista, tra corpi iperfunzionali ma assenti e orienti estremi e medi completamente ridisegnati dalla nostra esperienza turistica. Sturli mette in luce le contraddizioni dei due autori e delle loro opere in un capitolo dal titolo fin troppo evidente: apocalittico o integrato; e si sarebbe tentati di sostituire la o con una e, tanto le due spinte attraversano egualmente situazioni e personaggi, tra biografia e invenzione. Lo stesso capitolo ha poi il merito di ricordare una difficoltà e una sfida insita nella letteratura degli ultimi decenni che si vuole allo stesso tempo opera letteraria e auto-esegesi. Sturli risolve brillantemente l’impasse rivolgendosi come ella stessa afferma più al come che al cosa, essendo tutto fin troppo detto, ai dispositivi retorici quindi, l’uso della parodia e della controfigura in un serrato confronto con l’Occidente che è anzitutto un dialogo-processo con e contro se stessi chiamando in causa questa parte di mondo e il suo sapere accumulato. Alla fine emerge un doppio ritratto di autori ai limiti, estremi, di questo Occidente: tra un’adesione cosciente e critica fino al paradosso – cosa sarebbero loro senza questo Occidente, di cosa scriverebbero? – e un rifiuto che sarà solo la tappa per una nuova e futura adesione e la tentazione di continuare a dire, scrivere, che «l’estremo Occidente non si può riformare, può solo implodere o restare com’è».[3] In Houellebecq sono visibili i segni di una distruzione che avverrà per crisi successive, naturali o terroristiche; in Siti il personaggio di Marcello sembra invece contenere una grazia che resiste a qualsiasi squallore, un desiderio di normalità che si affaccia dietro alla continua e procurata trasgressione; e anche in Bontà ci sarebbe qualche segnale, «l’inizio di una conversione (im)possibile che può essere intravista nell’ultima pagina del romanzo»,[4] magari sotto forma di negazione e litote come giustamente fa notare ancora Sturli. Ma davvero i personaggi di Siti, le sue storie stanno diventando meno estreme, infernali? Basterà leggere l’ultimo La natura è innocente per accorgersi che malgrado il titolo è vero il contrario, per accorgersi che forse dall’inferno non c’è ritorno ma solo conoscenza, la stessa che ci regala Sturli nel suo libro.

© Fabio Libasci

 


[1] Valentina Sturli, Estremi Occidenti. Frontiere del contemporaneo in Walter Siti e Michel Houellebecq, Milano, Mimesis, 2020, p. 20.
[2] Ivi, p. 21.
[3] Ivi, p. 215.
[4] Ivi, p. 234.

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