Nicola Romano, Tra un niente e una menzogna (rec. di F. Alaimo)

Nicola Romano, “Tra un niente e una menzogna”, Passigli Poesia 2020
Il tempo e la poesia nella silloge Tra un niente e una menzogna di Nicola Romano
di Franca Alaimo

Una musica ininterrotta agglutina i versi di una poesia, che, pur rimanendo nella dimensione della quotidianità, apre tante vie di fuga da essa, a cominciare dalla qualità del lessico, in cui il lettore quasi inciampa mentre registra lemmi inusuali provenienti dal gergo marinaresco, scientifico o tecnico, o mentre s’imbatte in un hàpax dantesco (Convivio, II 1), quale “impinta”, o in parole rare, che fanno arretrare il tempo fino alla medioevalità; o  in dialettismi ormai colti, se si pensa all’operazione linguistica attuata da un autore come Camilleri, se non addirittura in neologismi, quali “indormiente”, “promittenze” e un sensualissimo “saporavamo”.
Non è cosa da poco un impianto linguistico così misto e attraversato da una rete di stagioni e riferimenti letterari, che sottolinea l’ampiezza delle letture dell’autore, e che soprattutto si ascolta come una sonorità che si sprofonda ed echeggia così opportunamente in quella questione del tempo, su cui s’incentra la silloge di Nicola Romano, trovando la sua più allegorica espressione nel verso: «Sono il setaccio/ di tutto ciò che ho perso» (Un setaccio, p. 23), in cui, più che la funzione di trattenimento memoriale del passato, duole la perdita dei «dettagli/ ormai confusi al trito dei ricordi». Spesso, questa angoscia del logoramento istituisce un rapporto fitto con l’apparato iconico del versificare: risacche marine, venti che defogliano, roseti senza corolle, foglie tradite dall’inverno, oppure si fa intrinseca alla qualità aspra o luttuosa di certe metafore.
Ovviamente in questa consapevolezza di svaporamento e annullamento di forme, di cieli, di giorni, di stagioni, avanzano, scuotendo emotività e intessendo lunghe nostalgie, i cari morti, mai così prossimi al poeta pensieroso del «momento/ in cui sprofonderemo nell’oblio». Sono loro, «gagliardi e volitivi», a farsi figure di quella meditazione costante sulla morte che intride i versi di una solenne malinconia dispogliandoli di quell’ironia e di quel lusus verbale, che erano stati ingredienti ricorrenti nella produzione precedente dell’autore.
Eppure niente è più lontano da un insidioso tono querulo e autocommiserante di questa poesia insieme carnale e spirituale, da questa mappatura di gioie e dolori, delusioni e speranze che disegnano una vita vissuta con onesta e intima dignità, con una partecipazione colma di quegli stupori con cui i poeti traducono gli oggetti, gli eventi concreti in vibrazioni interiori e musicali, grazie ai quali, superata la frammentarietà e la precarietà, si riappropriano di una totalità di significazione, anche se tutto questo non significa mai giungere ad una risposta.
Infatti. il poeta Romano può dire: «Non so capire/ cosa ho già vissuto», quando si pensa come uomo, ma, allo stesso tempo, farci entrare in una stanza «circa tre per quattro» dove, tra enciclopedie impolverate, foto, e altri oggetti, «batte uno scompiglio/ e una voce che parte da lontano/ giunge a raschiare il cuore» (Un mondo, p. 26); guardare allo specchio il suo corpo, la «pelle franta, raspata e ammalorata» (Un battito di ciglia, p. 22) prendendo atto della sua vecchiezza, ma «genuflettere l’anima» per scrivere poesie, mentre ascolta le canzoni di un cantatutore-poeta come Endrigo, e d’improvviso si fa ritmo di parole.
La poesia (e l’arte in generale) e il tempo si rivelano, a fine lettura, gli attori principali di una lotta perenne tra caducità ed eternità, tra distonia ed armonia, tra frantumazione e cucitura del mondo in schemi e metri composti e insieme duttili che escludono qualsiasi dubbio sulla vittoria della prima che sa bene come insinuarsi Tra un niente e una menzogna; e in questo senso vanno letti i tre testi che compongono la sezione conclusiva della silloge Trilogia di un tormento, in cui la produzione artistica e la genialità di tre donne (Camille Claudel, Artemisia Gentileschi e Ipazia) vengono infine riconosciute e cantate di contro la crudeltà, tanto fisica e/o spirituale, da esse subite quando erano in vita.
Questi tre testi si aggiungono a tutti gli altri, presenti in questa come nelle altre sillogi, in cui l’autore rende omaggio, tra incanti e disincanti, tra contemplazione e nostalgia, tra garbugli di noia quotidiana e gratitudine, alla figura della donna quale suscitatrice di emozioni e irrinunciabile compagna d’intelletto e di destino.

© Franca Alaimo

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