Pietro Romano, Nota su “Nove” di Carlo Selan

Il problema del come restituire «un ricordato o di raggiungerlo» accompagna ogni processo di scrittura, implicando un limite sostanziale che il soggetto, nel momento in cui osserva, sa invalicabile, e cioè conoscere le cose al di fuori dell’interpretazione che è loro conferita e farle esistere nell’atto della parola poetica stessa. Nove di Carlo Selan, plaquette edita da Edizioni volatili, sviluppa questo nucleo di riflessioni, ponendo al centro della scrittura il non sapere come dire tutto quel che si è visto o si ricorda. Infatti, il senso del guardare come possibilità di continuare ad affermare in parola «la presenza e l’esistenza delle cose, al di là del loro essere guardate e ricordate», si traduce, in Nove, come restituzione di una struttura logico-relazionale tra soggetto che guarda e oggetto guardato destinata a rimanere insoluta o parziale e comunque sempre irrealizzabile sul piano linguistico-esperienziale, in quanto la parola è già altro rispetto ai termini di tale relazione. Lo scrivere allora assume le vesti di un «domandare» come unica esperienza possibile a un io che, nel porsi come soggetto esperiente, registra frammenti, gesti o parti di una realtà che può darsi sempre e solo come pensata. Per queste ragioni Mario Benedetti assurge, in Nove, a interlocutore privilegiato, giacché interprete di un modo di poetare che volta per volta si scontra con i limiti del dire:

Sembra che ti stiano molto a cuore questioni epistemologiche. Un problema è l’incertezza dell’esistenza delle cose, che per esistere realmente hanno bisogno di essere ricordate, quasi incise, attraverso una continua rimodulazione verbale: è quanto accade spesso in Umana gloria.

Sì, è così. È tutto molto provvisorio in maniera forte, è così pregnante la parola «provvisorio» per me. È così tutto. Forse anche perché mi sembra di aver vissuto epoche diverse. Sono nato in un Friuli molto arcaico, arretratissimo; ho sentito molto la trasformazione della società, del paesaggio – che era tutto per me, allora. Molte volte sono andato via da diversi luoghi, ma lì è davvero cambiato tutto. Qualche anno dopo il terremoto si sono modificati il torrente, le case, la gente. Già gli uomini della generazione precedente la mia avevano i loro ricordi; ma io ne ho molti di più, perché ho filtrato i ricordi di mio padre, più tutta la mia vita, attraverso la cultura «libresca». L’idea del tempo storico viene quando hai un po’ di cultura; mia madre non ne aveva, né mio padre. Nella mia prospettiva tante cose non sono solo guardate (perché anche mio padre guardava le stelle), ma rimodulate da scienziati, da poeti. Poiché tutta l’esperienza umana è per definizione provvisoria, quel che si può fare è cercare di testimoniarne piccole parti.
In apertura di Nove, Selan colloca quest’intervista di Claudio Crocco a Mario Benedetti contenuta in Materiali di un’identità (Transeuropa, 2010), per tematizzare la provvisorietà di cui la poesia, in generale, tende a farsi testimone. Il risultato di questo lavoro di ricerca si realizza quindi in una tessitura dialogica che presuppone una rimodulazione costante dei materiali di scrittura:

«E la casa mi volava via nel prendere sonno.
Ero con mio fratello così distante dai nostri giochi
della palla, dell’aquilone, della canoa.

Era perché non poteva restare niente di tutto questo
che gli occhi facevano i matti. Sorpresi come uno stupido
a cui si dice “che cosa fai”». […]»

*Chi non capiva questi giorni o gli anni che capita
di domandarsi come passano e dove vanno,
si fa come un inventario per sentirsi con le mani,
ancora nevrosi e afasie, due appartamenti cambiati
e di come è stato bello anche crescere così.

Scrivere perché, come dire,
«un uomo guarda una casa, un ragazzo scrive di lui
che osserva una casa, un uomo entra nella casa
ma noi non c’eravamo, ce lo hanno solo raccontato».

Per come non sapevamo dire le persone
sembrava quasi non dicessimo niente,
sembrava, ecco, provavamo a spiegare
non ricordando mai ogni cosa.

Capivamo perché non si poteva restare. 

Tu, invece, adesso dove sei? Hai conosciuto qualcuno?
E ora come va?

L’espediente pone la scrittura in una forma di dialogo nel quale l’esperito resta figura di un’assenza irrevocabile. Ogni frammento pare ubbidire a un andamento circolare che vorrebbe proteggere entro di sé quel poco di significato che il poeta è riuscito ad attingere a contatto con il reale, ma che comunque deve fare i conti con i limiti del dire e con i modi di ricezione del lettore, anch’egli soggetto esperiente e per nulla esonerato dal «provvisorio». Molto ha dunque a che fare con il modo in cui i materiali poetici sono stati assimilati e assorbiti all’interno di una partitura mentale che risente di «filtri culturali e intellettuali elaborati da altri». Quel che si crede essere un vivere nostro è infatti in continua correlazione con ciò che in un certo qual modo si è già concettualizzato a partire da altri:

Cosa può dire la scrittura se non un tornare a riflettere su quello stesso gesto del guardare che sembra rimanere il poco che ancora si può tematizzare con convinzione in versi? Resta il senso di un comporre che sappia mettersi in nota, che accetti il proprio essere luogo di un’esperienza con un reale che non si riesce a conoscere ma che si può solo guardare e interpretare attraverso pensati e strutture che sono ereditate, che ci derivano dall’avere cultura e non solo, dal leggere e dall’aver assimilato il ragionare di altri. Qui uno dei possibili significati di uno scrivere glossando, di quel personale e non finito mettersi in commento che implica un costante tornare, un considerare qualsiasi testo come mai esaurito nel suo significato e nel suo poter dire di un vivere nostro e di un nostro stare. Qui, forse, una possibile alternativa alla parola che si ritiene capace di nominare le cose, di fondarle o conoscerle. Qui, il gesto umile di farsi voce seconda, annotazione sussurrata al dire altrui

Appare plausibile, pertanto, considerare Nove come il risultato di un sentire che è andato elaborandosi sulla base di un occhio impegnato in un duplice movimento del proprio narrarsi: se da un lato figura uno scrivere che altro non può se non un continuo tornare su sé stesso e ai materiali di cui si serve, dall’altro è in azione una sensibilità poetica che comunque si slancia verso un aggancio effettivo con il presente senza però mai trovarvi un ancoraggio definitivo. Queste considerazioni possono essere avvalorate facendo riferimento al particolare uso che Selan fa dei tempi verbali: il presente e il passato prossimo impiegati per immobilizzare il particolare poetico su cui lo sguardo costruisce la propria narrazione; l’imperfetto che invece esprime un movimento a ritroso e quindi il lavorio continuo di una memoria portata a dislocarsi:

«Il cielo gira verso Cividale, gira la bella luce sulle manine che avevamo, che è stata la vita [essere vivi così» 

Mi sei sembrata stanca, non so come dirti
sfioravi soltanto e qui che si vive
mi sedevo un po’in parte nei marciapiedi,
il cappotto usato, gli occhiali sporchi,
mi sei sembrata quando svegliarsi ancora
di luce a novembre, ancora caldi, ancora ieri
e poi come guardarsi, il mio sguardo nel tuo
e non partire. E non c’era un bisogno di pensare
e queste poche cose e gli anni trascorsi,
capitava la casa nuova, l’appartamento,
non si sapeva spiegare.

Si stava come poco difesi,
si diceva come quasi per scherzo
«è bello qui», «mi sembri invecchiato»,
«forse dovrei bere di meno»,
«ricordati domani di non fare troppo forte,
ricordati, ricordati, se puoi prova a non svegliarmi».

Testi come assemblaggi di gesti, parole e immagini incisi e riversati entro una lingua conscia dell’impossibilità di rimettere in azione gli eventi. Selan fissa a uno a uno i particolari che affiorano dal processo di ripercorrenza del proprio Sé per poi tentare un ampliamento dello sguardo in direzione del paesaggio e dei rapporti che intercorrono tra l’uomo e la natura:

Migrazioni, vagabondare, erranza | umana e vegetale. Ritroviamo | gli incolti, il terzo paesaggio, il giardino | planetario e il giardino in movimento, | le serre idroponiche, gli orti urbani. | Spazio come riflesso dei processi | dinamici tra l’uomo e la natura.

Gli uccelli migratori percorrono| migliaia di chilometri nutrendosi | in parchi suburbani o cittadini. | Si tratta di un grande viaggio attraverso | luoghi, paesaggi e anche climi diversi. | Il pettirosso, l’upupa, la rondine.

Il giardino ospita spesso diverse | varietà di bellissimi volatili. | Accudite tutto l’anno gli uccelli | selvatici, nutriteli e potrete | godere della loro vicinanza.

Nove dilata l’osservazione verso una spazialità che appare inesauribile e che in un certo qual senso amplifica con sé le possibilità di interazione tra l’uomo e il paesaggio. In tale prospettiva, il visibile risulta come prodotto di un rapporto tra osservatore e l’oggetto osservato e la spazialità di cui ciascuno fruisce si modella su come siamo pensati dai concetti:

Il territorio oggi non è più un medium| neutro su cui si svolgono gli eventi. | L’aspetto visibile di un ambiente| (di un luogo) è il risultato di un rapporto | tra osservatore e l’oggetto osservato. | E i luoghi dell’abbandono non sono| più solamente spazi non pensati.

Negli alberghi, spesso sulle autostrade: | per Marc Augé la surmodernità | produce tanti e diversi non luoghi| antropologici. Ma uno studioso | da professionista è spinto a associare | le persone che studia con l’ambiente | in cui le scopre e in cui le guarda agire.

I ragazzi li abitano i non luoghi? | La loro esperienza di residenti | e fruitori di diversi paesaggi | urbani è condividere uno stare, | un progetto breve di fedeltà?

Per concludere, Nove pone in atto uno scrivere che, secondo vari espedienti messi in campo dall’autore (riscrittura, ricomposizione per frammenti, partiture dialogiche, brevi prose miste a componimenti in versi) si muove secondo una geografia visiva (che incide sulla costruzione sintattica dei testi, specchio di tale esigenza rappresentativa) in continua riformulazione e comunque depensante, quasi la spinta propulsiva del procedere poetico non fosse altro che un incessante domandare.

© Pietro Romano

 


Carlo Selan nasce a Udine nel 1996 e attualmente studia Italianistica presso l’Università degli Studi di Udine. È redattore delle riviste «Digressioni», «Charta Sporca» e del sito letterario «Poesia del nostro tempo». Suoi versi sono apparsi nell’antologia Abitare la parola. Poeti italiani nati negli anni Novanta (Ladolfi, 2019) e in diverse riviste o testate online. Tradotto in ceco è stato pubblicato nella rivista «Revue protimluv». È uno dei fondatori del collettivo artistico ZufZone. Nel 2020 è uscito il suo progetto-libro Nove per la collana I cervi volanti (a cura di Giorgiomaria Cornelio e Giuditta Chiaraluce).

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