Paul Breslin, Rifrazione di “virtù” di Herbert (trad. di A. D’Ambra)

Refraction of Herbert’s Virtue/Rifrazione di Virtù di Herbert

by
Paul Breslin

Traduzione di Angela D’Ambra

 

Sweet day, so cool, so calm, so bright,

He cannot taste it. Not as sugar is, but as the light can be, lingering late in the English
spring
rounding toward summer, bringing forth the rose to be mentioned later. Or he means
the delight
of being alive in such air, fragrant with new mown grass. He drinks at an open window
looking
west, at clouds stained wine red by the sun. His wife places one hand on his shoulder,
raises her
cup, and drinks with him. Nothing has to be said. The married clergyman, secure in his licit
pleasure.

But the day is no seamless ens, the same to all eyes. To the east, it is past midnight,
foreday of
tomorrow. To the west, yesterday winds down with late carousing and sleep. At the
antipodes,
night falls early as the twilight dwindles. Another winter draws on.

The daylight comes from the sun, a cauldron in which his flesh would be instantly
vapor. Dark
storms ripple its surface. When the moon obscures it, you see the flares it spits into
space,
twisting snakelike hundreds of thousands of miles. In the North American mainland,
wind rakes
the central plains with a violence he cannot imagine, uprooting boulders and trees.
About the time
his rose finishes blooming, huge wind-knots will sweep west across the Atlantic,
exploding over
the Caribbean Sea.

Giorno soave, sì dolce, sì calmo, sì radioso,

Non sa assaporarlo. Non come zucchero è, ma come a volte è la luce, che  s’attarda nella
primavera inglese
che d’estate volge al colmo, e genera la rosa di cui più oltre si dirà. O esprime
la delizia
d’esser vivo in un’aria così, fragrante d’erba di fresco falciata. Beve a una finestra aperta
lo sguardo
a occaso, nubi screziate rosso vino dal sole. Sua moglie gli posa una mano sulla spalla,
solleva la propria
tazza, e beve con lui. Non c’è nulla da dire. Il sacerdote sposato, sicuro della liceità del suo
piacere.

Ma il dì non è un ente uniforme, a ogni occhio uguale. A oriente, è mezzanotte passata,
preludio di
domani. A ovest, lo ieri si smorza in baldoria tardiva e sonno. Agli
antipodi,
la notte cala presto al declinar del crepuscolo. Un altro inverno s’avanza.

La luce diurna viene dal sole, un calderone in cui la carne di lui all’istante
vaporizzerebbe. Fosche
tempeste ne increspano superficie. Quando la luna lo oscura, vedi i bagliori che sputa nello
spazio,
serpeggiare sinuosi per centinaia di migliaia di miglia. Nel continente nordamericano,
il vento rastrella
le pianure centrali con una furia ch’egli non sa immaginare, sradicando alberi e macigni.
Più o meno quando
la sua rosa smetterà di fiorire, enormi nodi di vento sferzeranno a ovest sull’Atlantico,
per esplodere sopra
il Mar dei Caraibi.

 

The bridal of the earth and sky:

The old dream, that when we marry, what the Chinese called the Ten Thousand
Things dwell with
us, forming a sort of ménage à tous. A man and a woman draw earth and sky through
the sacred
hoop of their embrace, then fling them wide again, linked now to human fortunes
despite
uncrossable distance. It is a dangerous religion, polygamous, polyandrous, pagan. We
do not
understand why he has agreed to marry them and called us to witness, but we are not
surprised
when he turns away. When he turns to face us again, he talks about death.

Le nozze della terra e del cielo:

L’antico sogno per cui, quando ci sposiamo, quelle che i cinesi chiamavano le Diecimila
Cose dimorano con
noi, formando una sorta di ménage à tous. Un uomo e una donna uniscono terra e cielo
nel sacro
cerchio del loro abbraccio, poi di nuovo li allontana, legati ora alle umane sorti
malgrado
la distanza inattraversabile. È una religione pericolosa, poligama, poliandrica, pagana. Noi
non
capiamo perché lui abbia accettato di sposarli chiamandoci a testimoni, ma non siamo
sorpresi
quando si gira. Quando di nuovo si volge e ci fissa, parla della morte.

 

The dew shall weep thy fall tonight;

The air chills, its source of heat withdrawn. It goes numb as a people from whom God
has turned
away. It contracts as its molecules huddle together for warmth. No more room for the
water it
drank up so eagerly in the morning. No more room for charity. Out you go, H2O! If
we meet
again I don’t know you. The dew has no tears for the day that drops it cold. It weeps
for itself.

La rugiada stasera piangerà il tuo tramonto;

L’aria si raffredda, la sua sorgente di calore si ritrae. S’inebetisce come popolo da cui Dio
ha distolto
lo sguardo. Si contrae mentre le sue molecole per tepore s’ammassano. Non c’è più spazio per
l’acqua che
bevve così avidamente al mattino. Non c’è più spazio per beneficenza. Fuori, H2O! Se
ci incontriamo
ancora, io non ti conosco. La rugiada non ha lacrime per il dì che ne sgocciola il gelo. Piange
per sé stessa

 

For thou must die.

But it starts over next morning: the air welcomes the dew, the calm if not here goes
somewhere,
perhaps arriving where yesterday storms had driven it out. The brightness supplants
the chill of
night with its temperate cool. And since the day is no infrangible whole, only what
enters one pair
of eyes, the statement confesses under torture of allegory. Oh, sure, the grammatical
referent is
day, but no one is fooled. This pronominal bell tolls for the whole kit and caboodle.

The day is not going to die, it is going to behave like Sisyphus after his death. It is
going to draw
up the dew and put it back down again every twenty-four hours for billions of years.
The sun is
going to disperse its violence until our side of the globe rolls away, and then it will
give the same
thing to the other. High noon in Death Valley is night on the Gobi, and vice-versa. At
last the
sun will blow up to the orbit of Jupiter and swallow the earth, and then we might
speak of the day
dying, were any “we” left to speak of it. Not the day, but our days. The dew is us, too.

Perché morir tu dei.

Ma il mattino seguente ricomincia: l’aria accoglie la rugiada, la calma va, se non qui,
altrove,
arrivando forse dove ieri le tempeste l’avevano scacciata. La lucentezza soppianta
il gelo della
notte con fresco temperato. E giacché il giorno non è un’infrangibile interezza, ma solo ciò che
entra in un paio
d’occhi, l’asserto sotto tortura d’allegoria confessa. Oh, certo, il referente
grammaticale è
giorno, ma non gabba nessuno. Questa squilla pronominale rintocca per l’intera baracca e burattini.

Il giorno non morrà, agirà come Sisifo dopo la sua morte. Si disporrà a
preparare
la rugiada e tornerà a posarla ancora ogni ventiquattro ore per miliardi di anni.
Il sole
disperderà la sua violenza finché il nostro lato del globo ruoterà via, e poi
darà la stessa
cosa all’altro. Mezzodì a Death Valley è notte sul Gobi, e viceversa. In-
fine il
sole esploderà fino all’orbita di Giove e ingollerà la terra, e poi, forse, si potremo
parlare del giorno
morente, qualora rimanesse un “noi” per parlarne. Non il giorno, ma i nostri giorni.  Pure, la rugiada è noi.

 

Sweet rose, whose hue, angry and brave,

He gives the thing its due before he murders it. It takes what the street calls attitude to
be a rose
in brief summer, with somebody’s scythe already poised for the stroke. You can spot
me a mile
away, I’m not sorry! Look, I am red: my colour, my gift, my pride.

Rosa soave, la cui sfumatura, irata e ardita,

Egli dà alla cosa il giusto prima d’ucciderla. Essa assume ciò che la gente chiama  la posa
d’essere una rosa
nell’effimera estate, con la falce di qualcuno già pronta al fendente. Puoi scorgermi
a un miglio
di distanza, nessun rimorso! Guarda, io sono il rosso: mio colore, mio dono, mio vanto.

 

Bids the rash gazer wipe his eye:

Rash to have looked at all. Now the fierce colour, coming in at the eye, will
metastasize in the soul,
which begins to fancy itself a flower, a gaudy jewel, or a live coal hot with desire.

Stop weeping; the rose is you. Wipe your cornea dry. Wipe your retina clean, and the
place
where the retina’s light-shows go. When you awake, you will remember nothing.

Invita l’incauto spettatore a nettarsi gli occhi:

Incauto, soltanto per aver guardato. Ora il colore feroce, che colpisce l’occhio, creerà
metastasi nell’anima,
che inizia a sognarsi in forma di fiore, vistoso gioiello o carbone acceso d’ardente desiderio.

Basta piangere; la rosa sei tu. Detergi la cornea. Netta la retina ed il
Punto
dove vanno i giochi di luce della retina. Al risveglio, nulla ricorderai.

 

Thy root is ever in its grave,

The scythe comes down; the sexton’s shovel leans on the garden wall. But his God is
gravefooted
too; only when buried can He release His power. He must compacted lie. A
grave is the
place worth rising from.

{                                       }

Needless to fill in the line, if you understand the trap being built around you. “Must”
is becoming
oppressive. Not as in “I must sleep with her!” or Beethoven’s grimly delighted “Es
muss sein!”
Not even silly old Masefield’s “I must go down to the sea again.” It’s one of those
horrible offers
you can’t refuse.

La radice tua è nella sua tomba, sempre

La falce s’abbatte; il badile del becchino poggia sul muro del giardino. Ma anche il suo Dio
nella tomba è
radicato; solo se è sepolto può sprigionare il Suo potere. Egli deve giacere compatto. Una
tomba è il
luogo da cui vale la pena risorgere.

{                                            }

Inutile riempire il verso, se sai la trappola costruita intorno a te. “Dovere”
sta diventando
opprimente. Non come in “Devo andare a letto con lei!” O il deliziosamente arcigno “Es
muss sein!” di Beethoven.

Neppure il vecchio sciocco “Devo ritornare al mare” di Masefield. È una di quelle
offerte orribili
che non si rifiutano.

 

Sweet spring, full of sweet days and roses,
A box where sweets compacted lie;

And the lid is closing. The sweets are going to be crushed, “compacted” as compost
is, the
sweetness soured to the foul bouquet of decay. It’s not enough to bury them; each
must be
stripped of its individual qualities, the day that was overcast and full of mosquitoes
the same as
the one so cool, so calm, so bright. They are rammed into each other, forming dense
clods of
day, of generic rose.

Primavera dolce, di dolci giorni e rose piena,
Scrigno in cui dolcezze giacciono compatte:

E il coperchio si chiude. Dolciumi finiranno in frantumi, “condensati” come la composta
lo è, la
dolcezza inacidiva in rancido bouquet di putrescenza. Inumarli non basta; ognuno
deve essere
sfrondato delle sue qualità individuali, il giorno coperto e zeppo di zanzare
uguale a
quello sì bello, sì calmo, sì radioso. L’uno nell’altro cozzano, formando dense
zolle di
giorno, di rosa generica.

 

My music shows ye have your closes,

Or rather a blend of music and logical demonstration so exquisite it cannot entirely
mean what it
says. Below the eloquent mouth and tremulous throat, behind the pulpit, disloyal
hands carve
something resistant. They are enjoying their work.

La musica mia mostra che hai le tue chiuse,

O piuttosto una sì squisita miscela di musica e dimostrazione logica che non sa significare
appieno ciò che
dice. Sotto bocca eloquente e tremula gola, dietro il pulpito, sleali
le mani incidono
un che di resistente. Del loro lavoro godono.

 

And all must die.

A sort of relief in that; no more wearying chase for transcendence, the sonnet that
gives eternal
life, the heroic death in battle that pays for too much chit-chat and recreational sex.

E tutto morir deve.

In ciò, una sorta di sollievo; non più caccia sfibrante alla trascendenza, il sonetto che
dona vita
eterna, la morte eroica in battaglia che ripaga per troppe ciance e sesso ricreativo.

 

Only a sweet and virtuous soul,

Just when you were ready to lie still and go into the compost, he points to a door in
the box. Not
all of ‘you’ can go through it. If you are attached to the shape of your body and
exercise of
its parts, you must cut all that off to get free of the trap. Only the wraith of sweetness
that can be
virtuous, or virtual as the image a convex lens hangs in space is, may pass through the
door.
Which is to say it is no door at all.

Solo un’anima dolce e virtuosa,

Proprio quando eri pronto a giacere immoto e a finire nel concime, lui ti indica una porta
nella cassa. Non
tutto di ‘te’ può passarci. Se sei attaccato alla tua forma corporea e
all’uso delle
sue parti, tutto devi tagliare per liberarti dalla trappola. Solo lo spettro della dolcezza
che può essere
virtuosa, o virtuale come è l’immagine che una lente convessa sospende nello spazio, può passare per la
porta.
Il che vuol dire che non è affatto una porta

 

Like seasoned timber, never gives;

Now he places the thing he was secretly building on top of the pulpit for us to see.
Four braced
boxes of four panels each. You can see the grain, richly varied yet harmonious, and
the
impeccable join at each corner. His smile betrays his pride in it. If he wants to get out,
he will
have to leave it behind.

Come legno stagionato, non cede mai;

Ora, posa la cosa che stava in segreto costruendo in cima al pulpito e ce lo mostra.
Quattro casse
rinforzate ognuna di quattro pannelli. Ne vedi la grana, ricca e varia, pure armoniosa, e
la
giunzione impeccabile a ogni angolo. Il sorriso di lui tradisce che ne è fiero. Se vuole uscire,
dovrà
lasciarselo alle spalle.

 

But though the whole world turn to coal,

We agreed on compost, but that would permit the detritus of roses to feed the roses to
follow.
As sentimentalists, we say that one day, or rose, or spring is as good as another,
extracting from
this species-life a watered-down immortality. Which, he insists, is trivial. The detritus
has to be
burned. We make a cruel discovery: seasoned timber that compacted lies is, quite
precisely, coal.

Ma quand’anche il mondo intero in carbone si muti,

Concordammo sul concime, ma ciò consentirebbe ai resti delle rose di nutrire le rose a
venire.
Da sentimentali, diciamo che un giorno, o rosa, o primavera vale l’altro,
per estrarre da
questa vita di specie un’immortalità annacquata. Il che è banale, insiste lui. I resti
devono essere
bruciati. Facciamo una crudele scoperta: il legno stagionato che giace compatto è, per
l’appunto, carbone.

 

Then chiefly lives.

The colourless soul afloat above blackness, the scorched earth abolished, defilement
and savour
consumed away. “Who calls that livin’?” says impious Sportin’ Life, and no one is
moved to
reply. In what minerals was this timber seasoned, that it cannot burn?
We live as coals live, eaten away by fire.

Poi essenzialmente vive.

L’anima incolore fluttuante sopra la tenebra, la terra strinata abolita, corruzione
e sapore
appieno consumati. “Chi lo direbbe vivere?” Dice l’empio Sportin’ Life, e nessuno è
spinto a
rispondere. Da che minerali fu temprato questo legno, che non può bruciare?
Viviamo come carboni, dal fuoco divorati.

 


Paul Breslin (dottorato presso l’Università della Virginia) è Professore Emerito di inglese. Insegna Letteratura caraibica e Poesia americana moderna e contemporanea. È responsabile dei corsi di laurea in Letteratura comparata (Comparative Literary Studies -CLS), Studi latino-americani e caraibici (Latin American and Caribbean Studies -LACS), e del dottorato interdisciplinare in arte drammatica e opere teatrali (Interdisciplinary PhD in Theatre and Drama.
Oltre all’attività di ricerca per la professione accademica, è autore dei seguenti libri: The Psycho-Political Muse: American Poetry since the Fifties (Chicago, 1987); You Are Here (oesies, TriQuarterly Books, Fall 2000); Nobody’s Nation: Reading Derek Walcott (Chicago, 2001); Between My Eye and the Light (poesie, TriQuarterly/Norhwestern University Press, Ottobre 2014) e, con Rachel Ney quale coautrice, di The Tragedy of King Christophe (traduzione con note e introduzione di La Tragédie du roi Christophe di Aimé Césaire; Northwestern University Press, marzo 2015). Nel 2005, insieme a Robert Hamner, Breslin ha curato il numero di Callaloo dedicato a Derek Walcott, e con A. James Arnold, un’edizione con note di La Tragédie du roi Christophe per la collana Aimé Césaire: Poésie, Théâtre, Essais et Discours: édition critique (CNRS éditions/Planète Libre, 2013), sotto la supervisione di Arnold.

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