Mario Fresa, Bestia divina (rec. di Francesco Iannone)

Mario Fresa, Bestia divina
la Scuola di Pitagora editrice, 2020

Mario Fresa, poeta salernitano già con una bibliografia solidissima, ci regala con Bestia divina (la scuola di Pitagora editrice, 2020) una testimonianza di poesia autentica. Non sono, per onestà e temperamento, un dispensatore di elogi, né mi verrebbe mai in mente di essere disinvoltamente generoso quando si parla di poesia. Ma un uomo di fede è innanzitutto un uomo di speranza, e la mia speranza, da lettore “disperato” quale sono, è di imbattermi in una parola che abbia la ruvida spietatezza di un lanciatore di coltelli e, allo stesso tempo, la cara affezione del palpito che aspira ai tepori della fiamma. Con Bestia divina questo piccolo miracolo è accaduto. E allora un vento di gratitudine ha soffiato i suoi mulinelli di gioia nei miei occhi. Bestia divina è innanzitutto un libro di voci, voci che sopravanzano secche attraverso la sapiente costruzione di pensiero e visione. Il poeta scavalca i muri dell’io e si cala nel folto di un coro innamorato e crudo, si muove fra le rupi e il fardello, e qui c’è la bestia, la sua caduta terrestre, e fra la vetta e suoi cieli celesti (citando l’immenso Beppe Salvia), e qui c’è l’uomo proteso sui suoi stessi abissi. Quando in I Musici scrive «l’alternativa è diventare/ un altro nome; o una mosca, diciamo, d’allegria» penso che Fresa stia proclamando ciò che la poesia dovrebbe essere: un canto che fa splendere sulle labbra il nome degli altri e non per un vago senso d’amore per il mondo, ma per un dannato attaccamento a sé stessi, laddove l’atro è lo specchio amplificatore del nostro desiderio e della nostra ferita. Fresa riporta in cima il rosso succo di un melograno maturo: l’amore. E commuove quando scrive: «ci si ama perfino nel minuto/ del fuoco ben tirato sugli occhi», un distico che è il capogiro di un uomo al culmine del suo scavo interiore. È lo slancio esausto di chi anela farsi corpo di giardino dove una terra incolta incontra le cure di una mano amata. Fresa in questa raccolta smantella i recinti degli agi e osa turbando gli equilibri logici della sintassi tanto da creare talvolta nel lettore quegli spaesamenti necessari alla scoperta di strade nuove, sentieri inediti. E se il tempo fa balbuzie, è dal respiro fiammante – ancora torna l’immagine del fuoco quasi come in una carnale Santa Caterina da Siena – che si ri-nasce alla fine degli svenimenti, dopo i lunghi sonni, dopo le veglie ai capezzali di sé stessi. Fresa rincorre le svolte della vita, risale i precipizi del dolore consapevole che «il terreno, come d’incanto, ci spinge/ a essere vivi». Ed è proprio questa vitalità a rendere preziosa la poesia di Fresa nominandoci custodi delle sue più intime rovine. 

© Francesco Iannone

 

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