Fare poesia e cultura nel lavoro: “Epica quotidiana” di Ilaria Grasso (rec. di A. Raffaele)

Ilaria Grasso, Epica quotidiana
Macabor 2020
Fare poesia e cultura nel lavoro
di Antonio Raffaele

Quanto può essere pericoloso avere occhi distratti che si posano e non vanno oltre la superficie che rendiamo scivolosa non appena si presenta un problema, che solo apparentemente non ci appartiene? Quanto è cancerogeno il silenzio delle nostre labbra di fronte a quello che non va? E quanto è pericoloso continuare a delegare?
Epica Quotidiana è uno specchio a volte anche ironico, dove non solo ci si può riconoscere ma anche vedersi seduti su uno scomodo “sgabello” per non compiacersi troppo delle mancanze che non sono ad appannaggio esclusivo degli altri. Ilaria Grasso più che “scrivere poesia” preferisce “fare poesia” e d’altronde la poetessa si riconosce nei greci antichi per i quali “poiesis” si addice più al fare che non al dire. E meno male perché questo suo procedere fa riprendere alla poesia la sua funzione sociale che sembrava essersi persa e che ora da più voci fortunatamente riprende a parlare. Infatti nella prima sezione del libro non è un caso che si affidi a le gesta dei padri di un novecento ormai crollato e si chieda cosa potrebbe pensare oggi Rocco Scotellaro di fronte a un centro commerciale che ostenta una ricchezza di facciata e al suo interno la stessa se non peggiore fatica e povertà di allora. Per non parlare del lavoro attuale spinto alla produzione sempre più veloce e fredda che la Grasso paragona a un rapporto sessuale non solo senza amore ma volto al godimento a senso unico e continuato della sola parte del padrone o dell’utente di turno senza mai un riconoscimento, una gratitudine o una sedia per far riposare la controparte più debole.
Questa raccolta di poesie può ben rappresentare in itinere (seconda sezione) una intera giornata di lavoro. Si parte dal mattino con semafori interminabili, autobus come bottiglie di vetro al cui interno siamo piante di “carne snervata” stipate all’inverosimile fino al capolinea dove finalmente ognuno può riprendere il proprio spazio vitale e si conclude la sera gettandosi nel letto «sperando di godere/ (anche di ottima salute)». Giunti in-organico, la terza sezione, si passa dall’adolescenza all’età adulta come si passa dalla parola bullismo nelle scuole alla parola mobbing all’interno dell’ambiente lavorativo «che nessuno si prende la briga di tradurre/ forse per paura che qualcuno la riconosca». La poetessa affronta il tema del lavoro precario facendo riferimento tra gli altri al mondo sommerso e senza diritti dei riders a cui è dedicata, oltre che un testo all’interno, la foto di copertina e le parole su Antony, rider suicida dopo essere stato licenziato con una e-mail. La sua è una analisi scrupolosa, critica e reale che dà voce a chi non ha il coltello dalla parte del manico, a chi lavora in nero come rider, appunto, ma anche con i computer, nei call center, nei condomini a pulire le scale o come dog sitter, a chi si ritrova l’ansia, la depressione, la schizofrenia e la nevrosi e si cura con il Tavor, alle donne che subiscono abusi da parte di chi, finché lo Stato non lo scopre, non ritiene reato le sue evasioni sessuali oltre che fiscali.

Interinali, a progetto o contrattualizzati,
riders, croppers e delocalizzati
sempre senza garanzie e prospettive
perennemente ai piedi del capitale

Sono le nuove scimmie ammaestrate di Taylor che portano avanti il circo «come se davvero nessuno potesse farci niente», è il luogo dove la cultura si allontana dalla produzione e proprio questo è il nodo centrale e doloroso per la poetessa che si domanda: se con la cultura non si mangia, «noi di cosa parliamo quando mangiamo?»
In Variazioni aziendali, la quarta sezione del libro, l’autrice mette a nudo i propri sentimenti, le proprie sensazioni, la rabbia ma senza perdere la sua vena ironica come nel testo sull’IVA, dove sottolinea quanto dopo averci fatto credere che in ogni momento ognuno di noi ovunque è imprenditore di se stesso è poi, quando capita a una donna, costretta continuamente a masticare amaro con la telefonata di un cliente subito dopo aver partorito. L’autrice inoltre invita a non perdere la propria dignità e mostrarsi ancora vivi dopo l’incendio doloso della libreria Pecora Elettrica a patto di «essere puntuali della diagnosi/ e sistematici nella cura» contro il racket e anche contro l’ILVA verso la quale l’autrice volutamente non dà giudizi in tema di lavoro e salute ma esprime compassione verso i bambini che si sono ammalati e i lavoratori che non possono fare altro che lavorare, così pure come nei confronti di chi ha perso il lavoro al Mercatone Uno e dei lavoratori immigrati nei campi di pomodoro.
Continua la sua ironia nella successiva sezione Nello stato in cui siamo dove provocatoriamente inverte e stravolge il significato dei primi e fondamentali dodici articoli (per fortuna immodificabili) della nostra Carta Costituzionale lasciando intendere tra le righe, anzi direi chiaramente, le vere e profonde intenzioni dei padri costituenti mentre cercavano di dare senso alle macerie ancora brucianti della guerra tracciando per il futuro luci guida su quei valori incancellabili come il lavoro, l’uguaglianza, la solidarietà, la tutela delle minoranze, la cultura che avrebbero successivamente partecipato a mettere i pilastri all’attuale Carta Europea dei Diritti dell’Uomo. Temi questi verso i quali tra l’altro il nostro bel paese ha ricevuto diversi ammonimenti dalla stessa Comunità Europa per non averli applicati in parte o del tutto su svariati contesti.
L’ultima sezione del libro è memento e la poetessa Ilaria Grasso citando Pasolini ci invita a splendere, a dare importanza ad ogni singola parola, a esprimersi senza filtri, a farsi filo d’erba che seppure calpestato riprende la sua forma donando «viva e inebriante bellezza» dal suo profumo.

Abbiamo bisogno di sentieri
e di alberi
e di radici
e di innesti per nuove foglie e nuovi rami

L’autrice stessa non sa se la sua sia prosa o poesia e dentro di sé mentre scrive sente una forza che al di là della metrica la spinge ad andare a capo. Dare una definizione di cosa sia la poesia non è semplice e forse neppure possibile, se non inutile, mentre è certo che può essere ritenuta una tra le più belle e libere attività che esistano sia per chi le scrive sia per chi le legge e che ti permette di restare fuori dagli schemi e dalle etichette sempre più dai contorni netti e pressanti del nostro quotidiano errare. Il fulcro concreto dell’opera artistica di Ilaria Grasso sta proprio nel suo fare e non scrivere poesia, come ho sottolineato inizialmente, che vuol dire tenere i piedi ben saldi nella realtà, far parlare chi affronta mille difficoltà nel districarsi nel suo quotidiano “eroico” lavorare senza diritti riconosciuti, senza contratti collettivi o senza ricevere il rispetto di chi, in posizione apicale, continua a ragionare per classi, a volere mantenere il proprio “prestigio”, il proprio status e quindi la disuguaglianza sociale. Per l’autrice questi anni Venti dovrebbero far sentire l’esigenza di portare avanti insieme e di pari passo il lavoro e la cultura, due concetti imprescindibili l’un l’altro in un’epoca questa afflitta da mafie, nuove dittature, tecnologia e clima. In questo senso, conclude la Grasso, la poesia ha il compito di occupare un ruolo centrale come ponte tra passato e futuro per comprendere che la complessità è necessaria e che non è una riscoperta scomoda del secolo passato ma una ricchezza, «fonte inesauribile di coscienza e umanità». Quindi non solo l’importanza della cultura del lavoro contraddistinta da tutele riconosciute da e verso tutti i lavoratori ma anche una cultura nel lavoro che dia il giusto peso al benessere psicofisico, alla libertà – intesa sia come partecipazione sia come appartenenza al contesto lavorativo e di vita di ognuno – e alla voce del calore umano che sa liberare energia e colore perché i poeti sono tanti, davvero.

Eppure sono tanti i poeti che mandano avanti il Paese.
Lavorano in ufficio o chissà dove
per il mutuo o per pagare le spese.
Vi ascoltano lo stesso nonostante le preoccupazioni.
Scrivono sul cellulare o su pezzi di carta di fortuna
nel centro di una piazza affollata o al capolinea dei mezzi.

Talvolta anche da lì un’ispirazione parte.

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