Augusto Pivanti, Le infinite sponde di Luciano Cecchinel

Le infinite sponde di Luciano Cecchinel
Luciano Cecchinel, Da sponda a sponda
Arcipelago itaca 2019
Premio Viareggio 2020

Dichiaratamente libro di viaggio e di viaggi, Da sponda a sponda appare invece a chi scrive come una straordinaria sequenza di osservazione e di osservazioni sul sé e sulla propria storia, in un itinerario costruito assai più sul “dentro” che sul “fuori”: dovunque si intercetti la scrittura di Cecchinel, infatti – sia nello svolgersi orizzontale rispetto a una diaristica similchatwiniana, sia che si ponga nella verticale delle relazioni interpersonali – Da sponda a sponda sembra raccontare la condizione antenata nella prospettiva di una soluzione pronipote, che chi conosce Luciano sa essere in certa misura irrisolta (o – meglio – risolta proprio malgrado).
Dire “itinerario costruito” appare in realtà improprio, ché è stata la vita stessa – altri direbbe il destino – a suggerire le tappe, dunque le sponde dalle quali partire e alle quali ritornare: non ha scelto l’autore di nascere da madre americana, né è stato nelle possibilità di Cecchinel prevedere un epilogo diverso nella generazione che egli ha messo al mondo. È in questa dualità femminile “genetica” che sembra esprimersi in modo compiuto – più sotterraneamente, ad un piano diverso dell’esplicito testuale – il lavoro dell’autore: dalla sponda della madre a quella della figlia, con un transito che attraversa, nell’esperienza personale, un tratto di storia collettiva che rende Da sponda a sponda un “esercizio privato/pubblico di comunione e di comunità”, al di qua come al di là dell’oceano.
I rendiconti dettagliati di panorami e sensazioni di territorio e di natura – con il riaffiorare implicito del “tema paesaggio” – farebbero indugiare i meno attenti nell’abusata immagine di un Cecchinel debitore alla visione di Zanzotto, mentre un più accurato esame pare indicarne l’assoluta originalità: già nella prima sezione da quella sponda, il (linguisticamente perfetto) principio di irrisalenza lungo il Muskingum River richiama il Brodskij lagunare, anch’egli “irrisalente”: «[…] All’Adriatico manca il respiro profondo delle grandi maree. Ma è da questa assenza di agitazione della superficie e di profondità che deriva la bellezza di Venezia, poiché la città dà l’impressione di galleggiare sull’acqua, soprattutto quando sembra che i vogatori avanzino nel fango […]».
Nel cimitero del Midwest, poi, risuonano gli echi del Noteboom di Tumbas e – più classicamente – del Masters dell’Antologia di Spoon River, ma anche dell’assai meno noto e diffuso Tarcisio Damizia con La mia Spoon River, «[…] là dove Toraton Wilder scuoteva Emilia Web dal sonno senza sogni per ripensare l’ora di un dolce compleanno; là dove parlano ancora di vizi e di rancori, di patria e di bandiere (quelli di Edgard Masters sul colle di Spoon River), sognava Luther King […]». Qui, di grande pathos appaiono i versi di Cecchinel: «lungo questa valle solitaria/ ognuno camminò il suo sentiero/ – non c’era chi potesse farlo per lui –/ e nudi nomi coprono ora la ventura/ del contadino disseccato da vento e sole/ dell’operaio del metallo/ nero di colate e fumo/ e del minatore del carbone/ che si tossì in polvere i polmoni».
Come non cogliere, poi, le assonanze tragicamente attuali tra le migrazioni di qui ebbero duro viaggiare, e dei successivi bisbigli, con quanto accade – oggi e ogni giorno – davanti ai nostri occhi? Interessante appare – al riguardo – la differente misura con la quale Luciano tratta i morti e i vivi: nelle due poesie tra loro successive sulla tomba di Billy the Kid e il signore di Frisco, infatti, sembra emergere nell’autore un’assecondante comprensione per i fatti e le figure dell’America che andava formandosi, quanto una se pur educata avversione per il trionfalismo americano del presente.
Venendo poi alla seconda sezione – da questa sponda – e assecondando il gioco scacchistico autoriale, si coglie un passaggio dalla riflessione familistica all’orazione civile, che in altra patria perduta trova ragione e testimonianza: «e come un pegno portavo i fucili/ venuti un tempo dai tuoi cieli/ lassù ai tuoi soldati bambini/ come per gioco a sorvegliare/ orizzonte stelle e nubi/ prima di andare a piangere a morire/ lontano in foreste afose/ in grondanti paludi/ anche così scambiando coi tuoi figli/ poche come sacre parole/ ero con te come ai tuoi piedi».
dopo Full Metal Jacket assume – qui sì – la scansione sperimentalistica di certa poetica zanzottiana, con un modo irrituale – rispetto alla produzione del Nostro – di «stendere parola sulla pagina», quasi in sovrapposizione blues-ica e blu-etica di somiglianza con l’America percorsa dall’autore nei viaggi oggetto di questa silloge.
Infine la sezione conclusiva dalle due sponde, composta da un unico lungo medley sempre in movimento – davvero da sponda a sponda – tra “personale” e “civile”, dove sono i «vuoti a rincorrersi di qua e di là dell’oceano per riempirsi in nomi» (e quel Sylvia and Silvia) – e «un po’ più in là l’infermiera materna o la madre infermiera con sulle ginocchia un corpo inanimato – pietà secolare e senza tempo –», e – ancora –«parte della mia famiglia rimasta sul crinale della collina» (come non tornare alla mastersiana collina di Spoon River, e ai suoi sonni?), fino a «una Little Italy in cui montanari […] si daranno e daranno convegno».
Occorrerebbe soffermarsi – anzi, fermarsi a lungo – su ogni componimento di questa vastissima silloge per cogliere l’intimo dire delle storie e delle vite raccontate da Cecchinel, per respirare con lui le direttrici verso le quali le esistenze narrate si orientano, in una sorta di prospettiva scamozziana per sequenze, come nel Teatro Olimpico di Vicenza.
Accanto all’ampio l’apparato esplicativo delle note, ad utile supporto interpretativo di scritture altrimenti di non sempre di semplice collocazione “geoemotiva”, il linguaggio di Da sponda a sponda è “cecchineliano per eccellenza”, sia nel senso dell’elevatezza già conosciuta nel dire dell’autore, sia in una raffinatezza mai contemporanea eppure sempre attuale, che “condanna” Luciano ad esprimersi con l’assicella costantemente alta, non potendosi egli concedere la minima pausa nella tensione costante della corda formale e narrativa.

© Augusto Pivanti

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