Luigi Fontanella, Monte Stella (rec. di Claudia Manuela Turco)

Luigi Fontanella, Monte Stella. Poesie 2014-2019
Passigli Editori, 2020

Come insegnava a suo tempo Adalgisa Lugli, durante le sue lezioni di Museologia e Storia del Collezionismo, quando si entra in un museo è opportuno cercare di dimenticare tutto quello che si è imparato, per poter vivere un rapporto diretto con l’opera d’arte e permettere al senso di meraviglia di rendere l’esperienza unica e appagante. Altrettanto può essere fatto con le opere di poesia, entrando nel loro mondo, nella realtà cui danno vita, in punta di piedi. E così a volte mi capita di perdermi tra le pagine di un libro, per ritrovarmi nella parte più profonda di me stessa, senza provare il desiderio di produrre particolari riflessioni sulla forma e il contenuto che hanno reso possibile il volumetto che ho tra le mani. Ne scaturisce una sensazione di pace, malgrado il silenzio che mi circonda risulti al tempo stesso venato di una certa tristezza. Vengo catturata in un vortice di immagini, che mi ammutoliscono: la mia parola diviene superflua.
Quest’anno ciò mi è capitato leggendo Monte Stella di Luigi Fontanella. Il titolo è stato inserito nella Collana “Passigli Poesia”, fondata da Mario Luzi e diretta da Fabrizio Dall’Aglio, nella quale già era apparso nel 2015 il prezioso tomo de L’adolescenza e la notte.
Luigi Fontanella non ha di certo bisogno di presentazioni per chi abbia dimestichezza con il mondo della poesia italiana contemporanea, con particolare attenzione a quanto accade negli Stati Uniti; infatti Fontanella, Chief Editor della casa editrice Gradiva Publications della Stony Brook University di New York, nell’ormai lontano 1983 ha assunto la direzione della rivista internazionale “Gradiva” (“International Journal of Italian Poetry”), fondata nel 1976, di cui ora è Senior Editor e che viene attualmente pubblicata dall’editore fiorentino Leo S. Olschki.
Egli non è solo poeta, essendosi distinto e affermato a livello internazionale pure come traduttore, narratore, saggista e drammaturgo. Alla sua poesia Macabor Editore, nel 2018, ha dedicato un volume monografico, a cura di Bonifacio Vincenzi, inserito nel progetto Viaggio nella poesia del Sud nazionale e cosmopolita. Sulla sua vasta e ricca produzione, però, sono auspicabili ulteriori approfondimenti e analisi, avendo Luigi Fontanella donato al lettore opere che meritano di essere rilette a più riprese, destinate come sono a vincere la sfida del tempo, nella loro complessa stratificazione.
Oltre che voce singolare, Luigi Fontanella è anche lettore sensibilissimo, come dimostrano i suoi numerosi studi. Soprattutto non si può non citare almeno, sul versante della narrativa, Il dio di New York (Passigli Editori, 2017), con il quale ci ha regalato un indimenticabile ritratto di Pascal D’Angelo, un’appassionata quanto appassionante ricostruzione della sua breve vicenda biografica (impossibile scordare quei tre gradini in Abruzzo, su cui Pasquale e sua madre sedevano all’inizio della storia e che ogni tanto riaffiorano nella memoria). Costretto dalla povertà, come molti connazionali, a lasciare la sua terra, il suo approdo alla “terra promessa” è sostanzialmente un attraccare all’isola della poesia, attraverso l’acquisizione e l’apprendimento di una nuova lingua. Fontanella, che vive da molti anni tra Italia e gli Stati Uniti, fedelmente ripercorre la documentazione rinvenuta, colmando le lacune non solo ricorrendo all’immaginazione, bensì soprattutto grazie a una capacità di immedesimazione non comune, conoscendo molto bene il contesto socioeconomico in cui si è trovato a dover combattere per sopravvivere Pascal D’Angelo, sino al tragico epilogo.
L’appartenere a diverse realtà geografiche e la tematica del viaggio, variamente inteso, ritornano spesso nelle opere di Luigi: il viaggio in senso di spostamento fisico o mentale, in senso metaforico, il percorso poetico ed esistenziale, l’andata e il ritorno, le varie tappe, la meta. Ne La morte rosa (Stampa 2009, 2015, Quaderno dedicato «agli occhi di Emma») il poeta dichiara: «Io vi adoro, amatissimi viaggiatori/ dell’ieri senza domani». In Round trip, “diario in versi” (pubblicato per i tipi di Campanotto Editore nel 1991), a inizio prefazione (tale prefazione è di Giorgio Patrizi) leggiamo: «Ha scritto Cocteau che non dovrebbero essere più tanto necessari libri di viaggi quanto piuttosto libri che fanno viaggiare». E Luigi fa viaggiare il lettore in molteplici direzioni, nel tempo e nello spazio, con varietà di accenti e colori, di toni e umori, sino ad avvicinarlo alla soglia dell’ignoto, che tanto ci spaventa. Così avviene anche in Monte Stella.
La prefazione di Sebastiano Aglieco, dal titolo Questo è il luogo assegnato, riprende il terzultimo verso del libro e ben inquadra l’intero percorso poetico tracciato da Fontanella: «In questa lunga attesa dell’oblio si situa la poesia, il cui compito sembra essere quello di creare altre forme, altre illusioni della materia. Ma anche, in extrema ratio, quello di pregare a mani giunte, che ci sia pietà per i vivi e per i morti, che uno squarcio nel velo d’ignoranza ci permetta di poter intuire la terra di un paradiso perduto in cui ogni cosa è finalmente riconosciuta e riconsegnata». Soprattutto: «in questo libro, dove il finale sembra allontanarsi come la riva di un’isola che mai si raggiunge, il respiro prevale su ogni istante di morte».
Il volume si compone di cinque parti, e precisamente: Monte Stella, La vita in cerchio, Kind of Blues, Familiari, Il movimento dei rami (ispirata dalla musica di Ezio Bosso). Una Nota dell’autore di tre pagine in fondo al libro ci ricorda che l’opera è stata concepita come un polittico (contiene pure un piccolo riferimento al suo poemetto Dittico praghese). Racconta il poeta: «Il titolo, Monte Stella, è il nome della montagna che si stagliava poco lontano dalla nostra abitazione a Salerno, dove io ho abitato con la mia famiglia dal 1949 al 1956, una montagna che non ho mai scalato ma sulla quale, affacciato dal nostro balcone, fantasticavo a lungo». E ci viene svelato che, per quanto riguarda l’esistenza di un Monte Stella anche a Milano, tale coincidenza è soltanto nominale, ed è stata scoperta solamente a correzione già avvenuta delle ultime bozze. Essa, comunque, è stata accolta come significativa, poiché, a loro modo, vi compaiono sia la natura che l’artificio.
Se ci poniamo idealmente dinanzi al Monte Stella di Luigi Fontanella, sotto la protezione di questa montagna che può ancora rappresentare l’unione tra terra e cielo, e lasciamo che essa dialoghi con la nostra interiorità più profonda, possiamo notare, come si legge anche in prima di copertina, che proprio «Qui si celebra il canto del distacco» (trattandosi di un polittico e di un “canto del distacco”, potrebbe venire in mente il Trittico del distacco di Pasquale Di Palmo, con tutte le differenze del caso).
L’assenza si fa sentire un po’ ovunque, in particolare là dove il cambiamento ha scardinato parti vitali del nostro essere: «Una porta sui campi./ La gabbia vuota./ Il richiamo di capelli e sorrisi/ da un balcone all’altro. Siamo/ solo bambini, conchiglie/ dimenticate al vento». Ma è anche vero che, come si legge in L’adolescenza e la notte: «Quel mondo risorge/ come una partita di calcio/ sul nostro campetto sotto casa/ il sudore incolla foglie e capelli, mentre/ i maschi corrono a perdifiato./ Il tempo è in quel concentrato assoluto,/ fermo e preciso, come/ il tiro secco in porta». E anche in Monte Stella il tempo non di rado è fermo e preciso.
Luigi Fontanella rimane uno tra i pochi poeti ancora capaci di regalarci versi dedicati all’infanzia sempre coinvolgenti e mai scontati. Forse perché in lui vibra una lucida consapevolezza, che in L’adolescenza e la notte gli fa dire, molto onestamente: «[…] penso a un bambino appena nato alla vita/ che già piange la sua non esistenza./ Come faremo, noi genitori, a farci/ perdonare per avergliela data?».
A conferma di ciò, tra le immagini che rimangono più impresse nella mente del lettore, il ricordo della figlia portata in braccio tanto tempo fa, in una giornata estiva, passeggiando sul lungomare: «Orgoglioso,/come un guerriero antico/ che porti sulle spalle le gloriose insegne». Questi segmenti di versi, scritti “Per Emma”, ci rammentano Parole per Emma – le poesie dedicate alla figlia e raccolte in un libro pubblicato nel 1991 (Salerno, Edisud) –, e dipingono un ritratto suggestivo, almeno quanto quello di Enea con Anchise sulle spalle e Ascanio – il futuro – per mano.
Anche lo struggente ricordo della madre, variamente riproposto, affiora da una salvifica dimensione senza tempo. E allora così si rivolge A Nedelia: «Qui l’erba raccolse una mattina/ il tuo corpo senza peso.// Su una terrazza addormentata al sole/ grida di bambini carambolano/ da una pietra all’altra. Il tempo/ è fermo nei capelli di questa giovane madre/ vigile/ sigillata di là dai vetri». E ancora: «Sono sempre io che vi parlo,/ antichi Lari,/ simbolo e scure di ogni travaso […] Era proprio così?/ Vorrei chiederlo a te, Nedelia,/ o a uno spacciatore di sogni./ Non voglio più perdervi:/ padre madre, miei Lari».
Lo strappo fatale potrà essere molto violento e giungere nel momento più inatteso, tuttavia la perdita rimane da preferirsi al vuoto del non vissuto. Intanto, infatti, una dolce malinconia si nutre di ricordi e della quotidiana bellezza, che in qualche modo può sopravvivere persino tra le macerie.
Tra le immagini più interessanti, «una lettera da chiudere/ dentro una busta aperta», come la vita del singolo individuo, del singolo corpo, della singola foglia, che va a inscriversi, spegnendosi, in un orizzonte più ampio, in un accogliente cerchio, in cui la nascita si ripete quotidianamente («ogni giorno nasco e vivo»).
«Seduta sui tre gradini dell’ingresso/ una coppia di fantasmi» osserva il tempo e il nulla che rimane. In questo fotogramma pare di rivedere i tre scalini su cui sedevano anche Pascal D’Angelo e sua madre.
Un cerchio di tempo che può rimanere intatto, grazie alla forza della poesia di Luigi Fontanella.

© Claudia Manuela Turco

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