Adelelmo Ruggieri, “Tre Raccolte” (di Andrea Lanfranchi)

Adelelmo Ruggieri, Tre Raccolte
Pequod 2020
Nota di lettura di Andrea Lanfranchi

Il nuovo libro di poesia di Adelelmo Ruggieri, Tre raccolte (Pequod, 2020), è il libro del suo inverno, quello in cui prevale l’ascolto e il ricordo, la scelta dei giorni da sostenere nella mente e dei volti che non hanno mai smesso di tornare, alla cui trasparenza fantasmatica il poeta sente sempre più di avvicinarsi e di appartenere, dentro una confessione laica di riconoscimento del sacro che staziona anche e soprattutto nella condizione della marginalità, come volesse dire che la bellezza non muore finché non cessa il nostro desiderio di scorgere le sue tracce, così come non se ne vanno per sempre i volti che abbiamo amato, il nostro rifugio, la nostra fragile capanna da puntellare nella fatica e nel dubbio, nelle afflizioni di ogni giorno, dentro uno sguardo disilluso ma con animo ancora pronto a essere preso dallo stupore:«Il tempo rovina le pagine/ Tarlate cadono a pezzi/ Non c’è bellezza/ Che medica il mondo/ Caso mai, se mai fosse/ Questo celeste di giugno/ Così tanto profondo/ Da diventare tutto etereo» (Giugno, p. 87).
L’attenzione si sofferma sempre più spesso sull’aspetto creaturale delle cose e su un’umanità dimessa che tenta, attraverso l’erudizione dei semplici, di superare i quotidiani inciampi, nel trapasso, non poche volte, da una situazione di oggettiva quotidianità a una condizione tutta diversa, onirica, epifanica: «Il cornicione in alto è per intero/ Imbibito d’acqua, non hanno risvoltato/ La guaina alla regola dell’arte, ovunque/ Ti volti c’è solo sbadataggine, solo/ Nei sogni è fatto tutto ad arte, tuo padre/ Che torna e ti spiega il suo posto/ Nella tua vita da vivo, il tuo nella sua/ Di ombra» (16., pag 86) – e questo “scrivere sulla soglia”, non di meno impone una lucida lettura della realtà. Ma il discernimento profondo messo in atto di fronte alla realtà più spesso ancora si arresta di fronte allo stupore dell’esserci, incapace com’è la parola di afferrare per intero la piena sacralità delle cose e di quello stesso esserci: «Non hanno nome questa riva di gennaio/ Queste palme rovesciate da un vento di burrasca/ Mi chiamo, ci sono// C’è una casa minuta, si sporge sul mare/ C’è un tepore buono fuori stagione/ Tolgo il berretto di lana, c’è un treno che sfreccia// Ci sono altre strofe, ma è tardi, devo andare/ Le lascio qui dove sono» (Non hanno nome questa riva di gennaio, p. 14). Quella di Ruggieri è una poesia “antieroica” e anti-ideologica, non vuol dimostrare né insegnare nulla, limitandosi per lo più ad annotare la realtà che filtra attraverso i suoi occhi, e lo fa per ciò che può, con i propri strumenti, consapevole che quanto diciamo “parola” non riesce a starle al passo, perché il reale è infinitamente difficile da afferrare o da penetrare, ma del reale è fatta la poesia, e allora lasciamo pure quelle “strofe” lì dove sono. Quale altra onestà dobbiamo chiedere se non questa consapevolezza del limite? Grazia che si compie e dono. Pur tuttavia per Ruggieri la poesia resta il solo baluardo possibile in una contemporaneità che sembra aver ridotto la parola da strumento esistenziale di ricerca, riconoscimento dell’io e del noi nel confronto con l’alterità, a vuoto balbettio o slogan, nella velocità di un’illusoria connessione allo spazio-mondo: «Abbiamo solo le parole/ Nessun destino e le parole/ Le raccoglie un angelo/ Che non esiste che nel verbo esistere/ «Esistere», le porta in alto/ Le scende in basso, giù, giù/ Per diventare onde a questa riva/ Trasparente, orizzonte» (1., p. 79).
Tre raccolte è un libro che chiede pazienza al lettore, non perché adotti una scrittura criptica, ma perché chiede di mettere insieme molte cose diverse tra loro e appartenenti a tempi diversi di scrittura che spesso si fondono e si confondono: i piccoli frammenti di vita su cui si sofferma lo sguardo del poeta; le diverse figure emergenti e centrali come quella della madre, o quelle dei cari non più in vita; o ancora, le figure pur importanti, che per discrezione o desiderata vaghezza del poeta, compaiono in molte poesie senza dar loro una identificazione certa; i luoghi e i simboli richiamati che spesso rimandano ad autocitazioni – la sua “toponomastica esistenziale”; i brevi enunciati con cui dichiara il suo pensiero sulla poesia, chiaramente esposti o appena intuibili; le citazioni di diversi autori cari al poeta, che a volte vengono messi “in forse”, quasi fossero essi stessi, nel grande crogiuolo del tempo, figure fantasmatiche non ben identificabili da cui però la poesia trae parte del suo nutrimento.
Tutto è molto delicato nella poesia di Ruggieri, e spesso ciò che è scritto si fa labile e incerto, anche laddove l’intento iniziale sembra essere perentorio – «Si fa presto a dire, devi fare/ Così, così devi fare, è questo/ Che devi fare, poi un giorno arriva/ Un orizzonte di senso e non hai fatto/ Come andava fatto, e gli altri/ Non hanno fatto come dicevano/ Di dover fare, è tutto un dover fare/ Che non si fa senso che si fa» – (32., p. 94), nella sempre più incalzante e sentita condizione di anzianità, in una obliquità anamorfica che percorre tutte le sue raccolte ma che qui meglio si decodifica, e dietro l’apparenza effimera del quotidiano la “veduta” che cela una “visione”: «Fermo a uno spiazzo/ È una specie di radura rumorosa/ Nel traffico delle dieci, aspetto/ Che la fila sfili, e intanto ascolto/ Il ronzio ruggente agli orecchi/ Oppure è la mente, no, la mente no/ O il cervello, nessuno ha saputo dirmi/ È un sintomo, questo sì, e la cornice/ È quella tal cosa che porta il mio nome» (Fermo a uno spiazzo, p. 104). Cos’è quel “ronzio ruggente agli orecchi”?, nessuno (nessun medico) ha saputo dargli una risposta certa, ragionevole. «È un sintomo», dice il poeta, «e la cornice (di quel sintomo)/ È quella tal cosa che porta il mio nome». Ecco, il reale è così tanto indefinibile e inafferrabile da ridurre l’individuo a sua cornice. Ma in questa riduzione dichiarata possiamo leggere anche un atto di forza e di ordine che mette in gioco appieno il paradigma lacaniano della sublimazione: «lo sforzo poetico – come paradigma della sublimazione – si realizza proprio come costeggiamento di questo impossibile da rappresentare» (Recalcati, Miracolo della forma). E tutto quanto sopra, ancora di più si manifesta nell’ultima parte del libro (Silloge fantasma) dove la fragilità dell’età che avanza è messa a nudo sin da subito, in specie nel confronto tra la figura della madre e la sua, quel loro invecchiare insieme che li lega sempre più, quella loro metodica quotidianità che sempre più fa del luogo scelto per trascorrere gli anni dell’inverno la dimora dei “semprevivi”, in un sovrapporsi delle stagioni della vita, lasciando alla poesia il compito di arginare il dolore e la malinconia, nel lucido resoconto dello stato delle cose, auto-imponendosi un ordine quotidiano, «Per non rassegnarmi all’età che sale», per non soccombere all’epoca di ora che tanto lo mette a disagio: «Ripassare ogni sera il posto delle cose/ Questo sta qui, queste che stavano qui/ Come mai son lì? E quello dov’è che stava?/ E io dove sono?/ Dov’è che ero l’altro ieri?/ Rimetterle poi al posto che sai/ Ricollocarsi dove sarai, o poco più in là/ Dove eri l’altro ieri, un anno fa/ Dieci, venti, o accanto all’armonia/ Di quanto accade ora, per il solo fatto d’accadere/ Adesso e non poi» (Riposizionarsi, p. 133). E quel “E io dove sono?” richiama e fa rima con il leopardiano “ed io che sono?”, rivolto alla luna dal pastore errante dell’Asia, figura questa, del pastore errante, a cui viene di associare quella dell’ondivago poeta fermano, che per Asia ha eletto il suo piccolo rione a proprio luogo d’elezione, per l’unica “toponomastica esistenziale” a lui ritenuta possibile e per continuare i suoi minutissimi viaggi con passo sempre più calmo, profondo, verticale.

(Fermo, 16 ottobre 2020)

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