Francesco Ottonello, “Isola aperta” (rec. di Sara Vergari)

Francesco Ottonello, Isola aperta
Interno Poesia, 2020

La poesia di Francesco Ottonello sta, aggrappata a un gesto, nell’attesa che al suo arrivo si compia l’estremo sradicamento dall’isolamento del sé. Come ha scritto Tommaso Di Dio nella prefazione a Isola aperta (Interno Poesia, 2020), «questa poesia non vende sogni» e si pervade infatti del senso della dissoluzione di tutto, compresa la memoria, qui non in veste di appiglio al passato perduto ma fallace inciampo nell’illusorietà. Nell’epigrafe in apertura, il verso di Hart Crane recita «Memory, committed to the page, had broke» (“la memoria, affidata alla pagina, è stata rotta”), e dunque alla parola poetica non viene affidato il compito di resuscitare né di far rivivere ciò che non può tornare. D’altra parte, l’impossibilità di fare di sé un altro sé per rimanere legato al passato o essere ancora nel futuro è un oracolo che l’autore non ha paura di interpretare nella sua accezione più dura e intima fin dall’apertura del libro: «Sarai sterile tua madre morirà». Sola condizione possibile appare l’acerbo presente, l’unico punto, l’unico vero dove tutto ora confluisce. «Senza vita un’altra vita/ non nasce e se nasce non vive», non c’è via di uscita all’enigma del perdurare nel mondo, non si può e non si deve spiegare il perché la vita non torna: «come un ragazzo ferito che ha visto/ la vita che scorreva dimenticata/ scherzando, a nascondino, proprio ora…/ non possiamo sapere perché non torna/ la vita è un torrente, borbotta sempre». Non la lingua con le sue parole falsamente significanti ma un’altra lingua – in questo caso il sardo della terra natale dell’autore – interviene non a dare spiegazioni ma per ascoltare e riprodurre i suoni, i movimenti che accompagnano la traversata a perdersi della vita. Come una litania che arriva propagata da un’eco lontanissima, ecco questa lingua degli avi che sembra immortale, e si inserisce, e la lingua italiana si fa docile.
Eppure, se questo libro frastagliato di poesia, prosa e immagini fosse solo un movimento a scomparire tra detriti di ricordi e il tentativo di fare di sé materia rediviva, allora non potrebbe trovarsi così intensamente aggrappata a un gesto. Come un atto di fede «l’isola si apre, si dilacera», attende e crede. Rimane una promessa di fedeltà contro la realtà, che sfida le logiche non per sfrontatezza ma per il cuore, per i suoi tempi irregolari e imprevedibili («eppure, aspetterei tutta una vita/ quel braccio teso ponte di te stesso./ Così siamo legati nei secoli più bui»). Se tutto si dissolve resta ancora la propensione a braccia aperte, come un’isola aperta, affinché la solitudine naturale venga smussata e si apra, ancora una volta, al gesto che salva tutto, che non arriverà è certo, ma arriverà. E quelle radici che non possono inchiodarsi a una terra e farsi casa diventano allora un prolungamento dell’io in cerca di altro, in cerca dell’altro: «io che faccio le radici/ per essere staccato, per portarmi via», «stagliato nella storia senza memoria/ ragazzo con le radici nel flusso del nulla». Lo stesso uso peculiare del trattino che permette di tenere insieme solitudini di testo ora legate, sembra suggerire l’immagine di un arcipelago, dove tante isole si protendono verso le altre per rimanere quanto meno vicine, se divenire una cosa sola resta impossibile. Ecco il perché della scrittura, d’altra parte dichiarato già nel primo testo: «essere di parola è scrivere/ solo per un gesto». Ed ecco la risposta a quelle richieste rivolte, forse, prima di tutto a sé stesso: «perché rinasci se tutto scompare», «Dimmi adesso perché scegli di vivere». L’isola di Ottonello resta aperta insomma, si dissipa nella ricerca di altra vita, di un incontro già avvenuto in chissà quale tempo, dove «la prima persona che non significa niente» possa riempire il vuoto come il mare tra due terre.

© Sara Vergari

 

Sarai sterile tua madre morirà –

il mio grido assorbito dalla terra
dentro qualcuno, e niente, eppure, sai
essere di parola è scrivere
solo per un gesto

 

Affrancati Franco affranchiamoci tutti –

resterà un solstizio, un corpo chiuso
nerissimo tra due mani impossibili
confessa che è tutto, tutto finito.
Scrivi per qualcosa che non esiste
se è esistito si perde, hai perduto.
I tuoi occhi non sono veri né reali
un disperato gesto del domani.

Dimmi adesso perché scegli di vivere

 

Dopo i venti

Il giardino della nostra casa
ha alberi morti accasciati al suolo.
Residui di indolenza, così mia madre
pensa e io – io che faccio le radici
per essere staccato, per portarmi via.
Arriveranno domani, ripuliranno il giardino.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

<span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: