«Sguardi che spellano l’invisibile»; su “Case sepolte” di Pietro Romano. Nota di R. Canaletti

Pietro RomanoCase sepolte
i Quaderni del Bardo Edizioni, 2020
«Sguardi che spellano l’invisibile»; su Case sepolte di Pietro Romano

«Intorno è povertà di me oltre lo sguardo che mi precede»
Pietro Romano, Case sepolte, p. 72

Case sepolte è una raccolta densa, a tratti la lettura necessita di pause, ma non si perde il filo. Nonostante non sia evidente una reale struttura, ma piuttosto una ragnatela, il libro di Pietro Romano – edito da i Quaderni del Bardo (2020) – fa leva su due coordinate principali, una di matrice culturale e una tematica. La prima è evidente sia nel modo di scrivere (comunque personale) sia nella scelta di alcuni oggetti quotidiani alienati dall’uso comune (infatti, pur non dichiaratamente citando uno specifico poeta, alcuni testi sembrano familiari, a tratti musicalmente, oltre che dal punto di vista del contenuto, quasi identici a testi pienamente novecenteschi). Questo primo elemento, però, diventa anche un’arma a doppio taglio e se a volte la cultura poetica taglia di fino tra i versi l’anima di Romano, altre volte tanto studio rischia di diventare culturismo, di ammiccare fin troppo a un modo di scrivere poesia che – a mio modo di vedere – ha perso la potenza che aveva nello scorso secolo. È il caso dei primi testi (pp. 17, 19, 20) in cui ravvedo del poeticismo e l’intensione dell’autore rimane fin troppo sotterrata. Ma credo che a una seconda lettura questi piccoli elementi possano essere addomesticati, poiché, andando avanti nel libro, il tutto acquista un carattere di quiete e di riflessione che giustifica, talvolta, anche qualche piccolo strafare stilistico. Il motivo credo sia di natura concettuale, e arriviamo così alla seconda coordinata.
L’elemento tematico è chiaro ed evidente, nella postfazione si parla (sottolineando un parallelismo con Pizarnik) di infanzia e morte. Non esattamente due temi nuovi in letteratura e per questo complessi da trattare. Romano, per questo motivo, ricade talvolta in alcuni meccanismi propri di chi ha tanta passione per lo studio, quanta per la scrittura. Ma in Romano questo non diventa un ostacolo insormontabile, perché, nonostante questo, la raccolta è in grado di restituire la visione che il poeta ha di queste due grandi colonne dell’esistenza, anche se viene mediata dal farsi domanda, a tratti persino costringendo l’autore ad operare sul piano della prosa (della pura riflessione). E in effetti i testi che più mi hanno convinto sono proprio quelle prose poetiche che o rispondono a precedenti domande o integrano l’interrogazione ampliando lo sguardo. A mio modo di vedere, le case sepolte, non sono solo i modi in cui si rappresenta la morte o l’infanzia, ma acquistano, forse contrariamente alla volontà del poeta, carattere più generale e questo, come detto all’inizio, porta alla fabbricazione di una ragnatela, di una trama fitta e densissima che non è così tematicamente chiusa come viene rilevato nel testo introduttivo e nella postfazione. Anzi. La forza di testi come “E delle lune negli occhi noi siamo la terra su cui vivere ancora.” (p.105) o:

Paralisi notturna. Avanza sopravanza retrocede dimentica discompone leviga articola disarticola beve sfama digiuna graffia dissotterra oblia abbuia inganna chiede scongiura affama affoca nega rinnega ripudia affoga stringe disancora annega disperde geme obnubila dissesta preme teme congiura complotta farfuglia brama freme comprime implode uccide resuscita sradica svelle spella sfiata congela disgela consuma divora vomita incombe incalza (p. 83)

è nell’ampiezza, nella mancanza proprio di questa chiusura anche sul piano dello stile (l’elencazione del secondo testo citato diventa una vera e propria strategia sul piano estetico, un modo per decomprimere e sganciarsi dal rischio della piattezza). Inoltre, in questo modo, per ciò che mi riguarda, la raccolta di Pietro Romano risulta anche meno indigesta di altre. Infatti, eliminate quelle punte per me fastidiosissime di discorso sulla-morte/sui-morti  (e.g. pp. 18 e 24, che recuperano quasi un registro galloniano, che già nella sua fattura originaria mi era indigesto), la poesia di Romano si salva quasi interamente. Vette come:

Il sonno difficile l’emicrania inutilmente riversa sul foglio gli ansiolitici lo sguardo parziale l’obliquo decadere dell’inchiostro l’impertinenza del taglio l’istante liso l’impronta senza una crepa la balbuzie delle scatole vuote l’omissione del patto la rincorsa degli specchi le virgole lignee la compulsione del seme l’inganno dello zero l’esilio dell’eunuco le finestre braccate l’incedere del ripido piantato sulla schiena le maglie dell’altezza l’arenarsi nell’acufene la circospezione dell’identico l’ellissi dell’alieno l’immobile senza principio l’ora del pertugio fecondo l’ingiallire deposto dalla parola l’insonnia della polvere la carneficina dei tappeti la memoria del parto nell’inciampo l’arresto dell’inconcluso racchiuso nell’inscritto… (p. 22)

valgono la lettura per intero di questa raccolta complicata, che sarebbe da sfrondare, ma che non ammicca a nessun pubblico, che sa dosare nella maggior parte del libro lo studio profondissimo dell’autore, che risulta adeguatamente legata a una consistenza lirica novecentesca sul tipo di certa poesia della mia regione (penso a Guido Garufi quando leggo: «In voce abbiamo disamore. Siamo voce in disamore!», p. 25). E anche i testi i pp. 34, 36, 42, 46, 50, 54, 56, 62, 71 e i già citati; è indubbiamente un libro di cui si dovrebbe parlare e, come in ogni caso, non credo si debba prescindere dall’autore. Quindi questa raccolta, Case sepolte, è una porta sull’uomo – Pietro Romano – che studia e affronta con umiltà e fedeltà al genere poesia la propria riflessione esistenziale, mostrandoci un percorso che, ovviamente, non è compiuto e che mostra ancora, com’è normale, qualche inciampo, ma che, a tratti, arriva al cuore di un modo di scrivere che si era perso (perlomeno in questo ultimo periodo) e che, con serietà, Romano ci permette di recuperare.

© Riccardo Canaletti

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