Brunello Tirozzi, “Fisica pour parler”. Nota di Giorgio Ghiotti

Brunello Tirozzi, Fisica pour parler
Algra editore, 2020
Nota di Giorgio Ghiotti

Ormai giunto al suo terzo o quarto lavoro in poesia, non si può più dire che Brunello Tirozzi sia un fisico prestato ai versi, o uno scienziato che ha deciso di cimentarsi con la poesia. Perché il suo scrivere, dalla prima plaquette con Biancamaria Frabotta Risatelle, ha preso la via del fiume, del torrente, che sgorga e scorre veloce, cristallino, incantevole. Leggendo le bellissime poesie di Fisica pour parler (Algra editore, 2020, prefazione di Maurizio Cucchi) è chiaro ormai che il poeta in qualche modo abitava già l’intelligenza del fisico, il fisico che indaga con la stessa curiosità e la stessa passione uomini e astri, fenomeni fisici e sentimentali. Del resto – così sembra leggendo Tirozzi – è l’universo a essere sentimentale; prova il sentimento che noi gli riconosciamo, uno specchio che difficilmente mostra il suo retro. Compito del poeta-scienziato è andare oltre il mito delle Brame per osservare il mondo e ragionarci attorno, riportarlo grazie ai versi ad altezza umana, fin dentro l’uomo, nei meccanismi di funzionamento dell’organismo, della mente, dei neuroni.
Fisica pour parler è un libro di poesie preziose e di grande valore architettato su un doppio movimento, “denunciato” da subito da Tirozzi: «l’universo lontano/ è a portata di mano». Non è venuto meno il movimento che caratterizzava le poesie dei precedenti lavori di questo poeta, dai Versi in corsa a Quando arriva l’estro, che è il movimento di un’intelligenza felice – e felice è quell’intelligenza che appunto segue due direzioni dell’indagine poetica: dall’osservazione celeste alla colazione terrestre, dalle stelle scoperte alle feste in terra con tanto di sigaretta ai modelli della meccanica statistica. E poi, ancora, ci sono manubri di biciclette che vanno da sole anche senza mani, onde di mare, l’umana famiglia degli uccelli che Brunello Tirozzi osserva e ascolta in campagna (e a volte, di notte, non lasciano dormire mentre cantano nel buio). Ecco il doppio che caratterizza il libro, una andata e un ritorno, tutto tenuto insieme dalla capacità unica di Tirozzi di trattare – come già mi è capitato di scrivere – anche gli argomenti più complessi con una levità sorprendente, sospinto dalla grazia del curioso, del testardo, del bambino pieno di stupore, e così torniamo bambini, con la bocca spalancata per la meraviglia, anche noi suoi fortunati lettori. «Sono un drago con i neuroni/ per gli studenti un mago». Dal piccolo al vasto, dai cieli a noi, creature fragilissime in traiettorie scomposte più degli uccelli. C’è una diretta corrispondenza tra le parti e le misure.
Ulteriore è il merito di questo libro e, più in generale, di questo “poeta-mago” che usa talvolta modi classici (quelli della filastrocca, dello strambotto, e poi moltissimo la rima e le assonanze) reinventandoli in una sua personalissima via del fare poetico. «Ampiamente ho diffuso questa/ scienza fra la gente», «Aiutare chi sta male è un dogma morale»; è un «degno avanzamento della scienza» quello che narra Tirozzi, un fare politico della scienza e quindi anche della poesia. Dunque questo, a me pare, è anche un libro di poesia politico, un esercizio di libertà («Discorrere liberamente/ delle scoperte della mente/ è una bella avventura/ che non mi fa paura»). È politico questo mettere il proprio sapere, la propria intelligenza ma anche la propria ironia, e in Brunello Tirozzi ce n’è molta, a disposizione di tutti e di tutte. È confortante leggere una poesia colma di una grazia gentile, capace di accorciare le distanze, o di riempirle di senso, come fanno gli innamorati, con la musica di Mozart e Da Ponte (altro che Per Elisa! Con Mozart l’attività neuronale vola, anche dopo un milione di volte che si ascolta – mistero dolcissimo dell’arte), con le sfumature cromatiche di un’opera d’arte come nella bellissima poesia per l’artista Giulia Napoleone, con il parlare fitto degli uccelli. Con quanto ci mette a disposizione il creato, non perfetto e immobile, ma «strapieno dei suoi tentativi». Come noi.

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