Marina Baldoni, Alogenuri d’argento (rec. di Gian Mario Villalta)

Marina BaldoniAlogenuri d’argento
Arcipelago itaca 2020
L’anima visibile e l’animale ferito
di Gian Mario Villalta

Chi non voglia ricorrere al vecchio mattone di carta, acceda pure al vocabolario, anzi all’enciclopedia in rete: Alogenuri d’argento di Marina Baldoni (Arcipelago itaca 2020) richiede talvolta una consultazione, a cominciare dal titolo. Il composto “alogenuri d’argento” si trova tra le informazioni chimiche, riguarda la fotografia, e ha la caratteristica di annerire l’immagine in modo irreversibile se esposto alla luce.
La fotografia e, altrove dentro la raccolta, lo specchio, sono nei versi di Marina Baldoni il luogo dove l’immagine di sé, del corpo e della memoria, chiede conto della propria realtà quotidiana come della propria condizione interiore.
L’espressione “alogenuri d’argento”, che occupa la copertina, ci viene incontro nella prima poesia della raccolta, insieme a un’altra richiesta di uso dell’enciclopedia, quella “luce attinica”, che riguarda la componente elettromagnetica dei raggi ultravioletti, utili a fissare le immagini fotografiche e però molto pericolosi: bruciano gli occhi.
Ecco qui i due versi centrali del componimento, staccati dalla strofa che li precede e da quella che li segue:

un’immagine del tutto disonesta
luce attinica e alogenuri d’argento

È “disonesta” l’immagine che si fissa e può bruciare gli occhi, e poi subito annerisce: incendia la vista e si cancella irreversibilmente nel nero.
L’immagine disonesta è quella di un corpo presente nei gesti di una inconsapevole libertà, in sfida con l’ambiente naturale, sempre se stesso e sempre nuovo, come dice la strofa che precede i due versi. E dopo altri versi compongono la strofa di chiusura, nella quale troviamo che il nero è una cancellazione, un’indicibilità di memoria e di giudizio etico.
È questo il gioco, è questa la vita che ritorna a tema nel libro: l’avvicendarsi di illusione e delusione, la cognizione di uno sfasamento, uno scacco. Poter ritrovare se stessi soltanto mantenendosi vivi nella tensione tra il perduto e l’illusione, consapevoli di desiderare, consapevoli che si perderà.
Le scelte lessicali che fanno da innesco al percorso dei testi, oscillano tra la dimensione quotidiana, a volte dai marcati tratti di femminilità, a questa segnalata ricerca che sconfina nell’uso tecnicistico. Non si tratta però di un’oltranza stilistica, ma di un trasalimento nel constatare la distanza tra una parola che potrebbe affascinare per il suo esotismo e il fatto che definisce una condizione del corpo affatto immediata: la diplopia binoculare, per esempio (si controlli pure) è una cosa seria:

convergenza

i miei occhi hanno deciso
di avvisarmi
in due punti diversi del cervello
abbandonata la consueta intesa
per reclamare ognuno la ragione
lo sguardo forzano alla disarmonia

diplopia binoculare, mi hanno detto

ad un perverso gioco di specchietti
da qualche tempo mi sono consegnata
di echi e di riflessi prigioniera

quasi cieca
per eccesso di visione

Il vedere, ma ancora di più quel vedere che produce una visione, di sé e del mondo della vita, è al centro di questa ricerca poetica. Gli eventi, detti sotto condizione di allusività, con versi misurati, cadenzati e però spezzati non appena accennano a distendersi in concertata armonia, non acquisiscono mai la pienezza di un’organica rappresentazione. Non diventano fotografia. La scena resta scomposta, in pezzi, come i corpi, le cose toccate o abbandonate, le stesse parole che afferrano soltanto schegge di realtà.
Non vi è però violenza, non vi è grido, ma pazienza, silenzio, consapevolezza. Non vi è ironia, se non a volte leggera come un velo, ricoperta da un altro velo che è quasi dolore, quasi rinuncia.
Il tema centrale del libro, non sembri indelicato affermarlo, è quello del tempo che passa e mostra nel corpo, prima ancora che nella memoria, i sui segni. È il corpo che istruisce la mente, le insegna che l’anima, agli occhi del desiderio, si fa visibile. È il corpo che denuncia l’irripetibilità di quel desiderio che fino a ora era apparso non intaccabile dal tempo. La ripetizione non è più la promessa di un inizio che ha di nuovo pienamente se stesso, ma un acuirsi della sensibilità che inquieta, avverte che la gioia potrebbe essere anche più grande, e di più potrebbe comprendere e afferrare della vita, ma è in atto un’erosione più profonda e inafferrabile, lo sgretolarsi di qualcosa che è materia, carne, fibre muscolari e nervose.
E ci sono gli schermi e le verità dei gesti della femminilità, le pantomime, i giochi di autoaccusa e di autoassoluzione, il farsi vero e distante degli altri, la fuga dall’autocommiserazione. E però anche gli occhi asciutti che vedono attraverso il tempo:

la mia maschera funebre ho indosso
calcedonio carbone terra rossa
colorata la faccia di un lutto
che ora e da sempre mi appartiene
perché tutti vedano il mio dolore
e perché non lo veda nessuno

Ciò non vuol dire rinunciare a chiamare per nome le stelle:

le mie stelle ho nominato una ad una
betelgeuse    caph      mizar
rigel kentaurus
e una ad una le chiamo quando vado
navigando a vista di notte, sola,
in agguato la speranza di qualcosa di bello

Ecco: “la speranza di qualcosa di bello” è in agguato, e “in agguato” vuol dire che è pericolosa.
Il corpo sa, l’animale ferito dal tempo impara nuove cautele. Però l’animale ha ancora fame, come un tempo, ancora gioia di vita da cogliere, se pure è insinuata nella sua mente una coscienza del dolore che è diventata istinto.
Certo, a volte si vorrebbe rimproverare a questa poesia un di troppo di ricercatezza (per timidezza, forse, nei confronti della parola), e si vorrebbe talvolta incontrare più viva la scena del dramma, come è qui suggerito:

mille volte

rifare i conti con vuoti e
prospettive
attraverso lo specchio
che non risponde, canzona

che poi, dico,
lui che mi ha visto mille volte nuda
può ridere di me quanto gli pare

A leggere e rileggere, pur senza concedere nulla e rimarcando alla lettura certi passi meno risolti, ci si ritrova però messi alla prova dalla sincerità di una meditazione che arriva alle radici del nostro presente. Quando l’anima diventa visibile, nello specchio del corpo, l’animale porta dentro di sé la ferita del tempo. Perché ancora una volta nel corpo nasce la pervasione del desiderio, che adesso si conosce, adesso sa che non può che fallire (mentre per lungo tempo è rimasto nascosto nei progetti, nell’illusione di un dopo che lo avrebbe compiuto). E allora:

e allora cavi via gli occhi
a quella tua tenerezza
per guarire prima
per sopravvivere ogni volta

© Gian Mario Villalta

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