Patrizia Sardisco, Avere orecchie adatte. Del leggere “Johanna” di Felicitas Hoppe

Avere orecchie adatte. Del leggere “Johanna” di Felicitas Hoppe.
di Patrizia Sardisco

È esperienza comune a molti lettori quella sorta di lutto vissuto al richiudersi dell’ultima pagina di un libro, il sentire ancora vivo il bisogno che quella voce dica e riveli, e aggiunga, a s’inabissi e di nuovo risalga e ci inondi: e ravvolti nella sua sostanza ci maturi ancora e ancora nel suo enigma. Ciò che non è comune è invece la capacità di un libro di inoltrarsi tanto in profondità (o tanto strettamente includere, imbozzolare il lettore nel suo divenire) da imporre la propria essenza interminata e circolare e da indurre, per conseguenza, a riprendere la lettura da capo, e da lì, forse dopotutto non così sorprendentemente, fiorire in nuove trame, in nuove traiettorie.
È accaduto a me con Johanna, romanzo della tedesca Felicitas Hoppe, pubblicato in Italia nel 2014 per i tipi di Del Vecchio nell’accuratissima traduzione di Anna Maria Curci che riesce nel compito non facile di offrire in una lingua radiosa quella che lei stessa, ne La scatola nera del traduttore, indica come un’immersione, un’avventura che «comporta la disponibilità a seguire così come l’azzardo di affiancare la mobilità e la profondità della scrittura di Felicitas Hoppe».
Una uguale disponibilità tanto all’avventura quanto all’immersione è richiesta, credo, non solo al traduttore ma anche al lettore di questo straordinario romanzo, straordinario in senso letterale, perché davvero lontano dalle categorie cui appartengono i romanzi che troviamo sugli scaffali delle librerie nostrane, e perché capace di regalare un’esperienza di lettura ricca come poche, come poche genuinamente, onestamente, complessa: per temi, per stratificazione, per stile.
La trama rimanda a un io narrante alle prese con la preparazione di un esame di dottorato e con la scrittura di una tesi su Giovanna d’Arco, la pulzella d’Orléans, personaggio enigmatico e controverso della Guerra dei Cent’anni, esaltata come un condottiero e arsa al rogo come un’eretica nel volgere della sua breve vita: Giovanna, la Johanna cui il titolo del romanzo allude, verrà bruciata viva a Rouen nel 1431 non ancora ventenne, riabilitata venticinque anni dopo, canonizzata nel 1920 con sentenza di papa Benedetto XV.
Si sarebbe per questo portati a rubricare Johanna tra i più tipici romanzi storici ma il procedimento narrativo di Hoppe, che articola il libro in sette capitoli preceduti da un prologo quasi lapidario, dedicato alla nascita, condanna, abiura, ricaduta e condanna a morte di Giovanna d’Arco – appena un paio di pagine, e tuttavia quanto incisive nel darci immediato saggio del lirismo che a tratti sorprende e fa guizzare le costruzioni di una prosa già vivissima! –, rinuncia senza rimpianti al cliché del romanzo storico, pur non aggirando l’obbligo di attenzione e fedeltà alle fonti documentarie più accreditate. Aristotelicamente più attratta dalla universalità del verosimile rispetto alla particolarità del vero, optando con lucidità per il vero poetico, più congeniale al suo disegno letterario, l’autrice sceglie un piano differente dal quale fare storia, un’altezza che deriva dalla felice sovrapposizione di ricerca storica, speculazione filosofica, meditazione spirituale, ponderazioni di ordine metastorico.
Da un siffatto fuoco prospettico, non sorprende che Felicitas Hoppe sbozzi dunque i suoi personaggi quel tanto che occorre per dare al lettore il senso esatto della profondità e dell’ampiezza delle convinzioni morali e intellettuali di ciascuno, e «ciascuno con una soglia per sé», su temi cardine quali il rapporto tra fede e ragione, tra storia e verità, il concetto sfuggente di giustizia, la fermezza nella ricerca del bene, il peso da dare alle passioni. Sotto lo scalpello di Hoppe, non un granello di più né uno di meno viene sottratto all’informe nella caratterizzazione di figure emblematiche di cui, coerentemente, non sapremo mai da dove vengono né dove vanno, né tantomeno avremo a conoscerne i nomi, quei nomi «più pesanti di qualsiasi elmo»: le relazioni che intrattengono tra loro vengono messe in scena in un tempo imprecisato, ancorché riconoscibile nei tratti della nostra contemporaneità, e in uno spazio che sembra come apparire di colpo, illuminato dal pensiero che lo evoca, dalle parole dette o solo pensate che lo rendono visibile al lettore per frammenti che si inabissano subitamente nel buio, al mutare della scena. Vale segnalare, in quest’assenza di nominazione tanto densa di implicazioni, il soprannome con cui viene consegnato ai lettori il coprotagonista (o forse alter ego maschile della protagonista), memorabile e affascinante personaggio che scuote e pungola e interpella l’io narrante (e noi lettori insieme a lei) nel proseguimento della sua ricerca che presto si rivelerà più profondamente umana, esistenziale, ben oltre gli obiettivi del dottorato: Peitsche, “frusta”, che «porta questo suo nome con fierezza, forse anche per dispetto, come un dono indesiderato, con il quale chi lo porta punisce il donatore.» Significativa, in questo senso, oltre che segno inequivocabile di un gusto poetico e di un orecchio raffinatissimi, la scelta traduttiva di Curci di lasciare inalterata nella resa italiana la sonora scudisciata che accompagna l’apparire di questo personaggio, «l’allievo più bello e più bravo di tutti, quello che siede in prima fila come sedesse a cassetta». E provando a diffrangere lo spettro ampio delle suggestioni culturali di Hoppe, non si può non pensare a Peitsche anche come alla personificazione di una delle virtù cardinali, anzi proprio della virtù principe, stando al Catechismo della Chiesa Cattolica, a quella virtù che dispone la ragione pratica a discernere il vero bene, la retta norma dell’azione di cui scrive San Tommaso, quella virtù che è la prudenza, detta appunto auriga virtutum, cocchiere della virtù.
Innumerevoli sono le chiavi simboliche che richiamano la dottrina e la teologia disseminate lungo tutto l’opera. E tuttavia, così come sarebbe fuorviante pensare a Johanna come a un romanzo storico tout court, si cadrebbe in errore prefigurandoselo come mera lettura a sfondo religioso, e non solo in quanto la tensione che anima i personaggi della vicenda è, a mio avviso, leggibile non meramente in termini spirituali, poiché il rovello dell’io narrante e degli altri personaggi che con lei concorrono al dipanarsi e all’infittirsi della trama del romanzo è, anche, palesemente, di tipo conoscitivo, intellettuale. Il romanzo testimonia la straordinaria capacità dell’autrice di incrociare, sovrapporre, fondere nella stessa ricerca, nella stessa istanza – che, in tutta evidenza, è istanza sua propria, prima ancora che della protagonista e, in misura differente, di ciascun personaggio, e che diventa ben presto anche istanza del lettore – desiderio di conoscenza e paura, brama di verità e timore di vedersene bruciare le dita, trionfo e disperazione, cecità di passione e accortezza di giudizio. Non è impresa da poco, né d’altra parte lo è inseguire pulzelle per campi di battaglia o tendere l’orecchio, riuscire, come Giovanna, a sentire le voci. Trovare il cuore. E davvero, chiudendo l’ultima pagina di questo libro che in modo tanto inconsueto interpella il suo lettore, che convoca e sprona a vedere e a sentire, con Felicitas Hoppe verrebbe fatto di pensare che «basterebbe seguire il battito, purché si abbiano le orecchie adatte. Ma chi di noi ha orecchie adatte?»

©Patrizia Sardisco

Il romanzo Johanna di Felicitas Hoppe è stato al centro dell’incontro del 28 giugno 2020 nell’ambito dell’iniziativa “Aperitivo con libro“.

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