Giuseppe Andrea Liberti, Pietrarsa (rec. di Viola Amarelli)

Giuseppe Andrea Liberti, Pietrarsa (2010-2019)
Arcipelago itaca
di Viola Amarelli

Un esordio meditato e potente quello di Giuseppe Andrea Liberti, giovane filologo che con Pietrarsa (2010-2019) – vincitrice del V Premio Arcipelago itaca per una raccolta inedita, ora per i tipi dell’omonima casa editrice –  presenta un’opera prima ricca di lotta e di passioni. La scansione della raccolta in cinque sezioni delinea una mappa ‘sentimentale’ e  stratigrafica dei conflitti sociali e del movimento operaio nell’area napoletana ma anche un personale percorso di formazione che si muove tra indignazioni, scoramenti e lucida analisi del presente. È una mappa che, non a caso,  approda nella sezione conclusiva a Pietrarsa, stabilimento ferroviario industriale borbonico, noto purtroppo per i primi morti operai dell’Italia unitaria, uccisi in uno sciopero nell’agosto del 1863, e assunto come titolo unitamente a una periodizzazione cronologica che dà conto, tra l’altro, del dato biografico della costruzione identitaria di un ventenne nelle sue dimensioni pubbliche e private.
La trasparente valenza politica di questo libro rinvia a un imprintig fortiniano, testimoniato non solo dalla citazione del poeta in un testo a lui dedicato, (Et dona ferentes, p. 66), ma anche dalla rimodulazione di un suo famoso verso, che da esortativo diventa trepidamente interrogativo («proteggeremo le nostre verità?») nella chiusura del testo dedicato al «totem/ dell’età del ferro» che è l’impianto siderurgico di Bagnoli (L’altoforno, p. 28). Del resto che fra le ragioni del giovane autore vi sia una staffetta generazionale che dagli avi arriva ai nipoti, quasi saltando a piè pari i padri boomers, si intuisce dalla costellazione di intellettuali del ‘900 che emergono in quasi tutte le sezioni: da Adorno a Lukács, da Benjamin a Gramsci, tutti richiamati come maestri ancora oggi necessari. Non si tratta soltanto di una sorta di eredità di affetti ma di una rivendicata metodologia di analisi critica delle derive contemporanee. La formazione filologica consente inoltre a Liberti di coniugare la memoria storica di lungo periodo (si veda un testo come Gli schiavi guardano Silla marciare su Roma, p. 64) al nostro presente, in una continua spola storica e antropologica che intrama tutto il libro  nel tentativo di rendere leggibile la “città palinsesto”.
Si pensi alla poesia di apertura, Villa del Sole (p. 9), che rievoca un’atmosfera da domus pompeiana dei misteri («Ad alta voce si dicono soltanto i misteri se me ne parli»), fungendo anche da ironico benvenuto nel paese del sole, mentre si riferisce in realtà alla bancarotta fraudolenta di un’omonima e celebre clinica napoletana. Esemplare in questa direzione è anche il testo sulla ex  Manifattura Tabacchi (Il santuario di cemento e tabacco, p. 29) con i murales a ricoprire i «centocinquantamila metriquadri senza tempo, dove il primo murale raschia il passato/ l’epopea il tracollo la mattanza l’oblio» «il secondo murale delinea il presente/ il volto familiare del grottesco»; «il terzo murale immagina il futuro/ il futuro ch’è adesso, ‘stu futuru è ‘nu cesso».

Si tratta di uno sguardo panoramico che nella prima sezione (Mercantili nel golfo) costruisce un campo lungo su un ambiente antropico distante da ogni genere di oleografia partenopea. A fianco degli scheletri delel cattedrali industriali abbandonate passiamo infatti per l’Uscita Doganella (p. 14), imboccata dallo studente pendolare che oscilla tra il desiderio di un tunnel verso Cygnus X-1 e la  costatazione che “la realtà è dialettica…”, “la vita è sbilenca…”, “la storia è violenta…”, arriviamo nei rioni popolari di San Giorgio a Cremano (Formazione cremanese, p. 15) dove il ciclo fatalista speranza-delusione vede emergere la buona Parca delle Palazzine a rammentare, con coscienza brutale, che non ci «vuole n’arche e scienza/ pe’ sti fetienti ‘e tiempi», sino ad approdare ai margini periferici di aree abbandonate allo smaltimento illecito dei rifiuti. A quest’ultimo tema sono dedicati vari testi, tra cui spiccano da un lato per lucidità politica Amorfa e disgregata (p. 23) dal chiarissimo finale («Tu sei del Sud  e non dimenticarlo/ quando vorresti dire «vi ringrazio»:/ MAI PIÙ LO STATO CON LA CAMORRA/ o FUORI LA CAMORRA DALLO STATO/ sono sinonime assurdità/ che non stanno né in cielo né in terra/ la camorra è lo Stato e viceversa/ mentre l’uno reprime l’altra sversa») e dall’altro Postumi di un’ecloga (p. 21) in cui il richiamo alle Riviere montaliane fa da contrappunto al paesaggio deturpato («Così è cresciuto un asparago viola/ sulle promesse nella terra morta»), eliminando ogni possibilità e di elegia e di inno: «Non ci sono altri mondi possibili/ Allora lasciami in periferia».

La presa sulla realtà contemporanea diventa più diretta, quasi uno zoom dai toni noir, nella seconda sezione del libro, N.A. State of Mind, strutturata in un movimento poematico con un iniziale Notturno di intonazione diegetica («le puttane di corso ferraris leggevano proust/ al lume dei pirelli») che mescola il carcere di Poggioreale ai pioppi di cemento del Centro Direzionale («quando Napoli volle giocare a Brooklin/ e finì col farsi male») fra il vocìo confuso dei pendolari che rientrano a casa, per poi soffermarsi sugli  ingrossi commerciali cinesi di Gianturco, dove compare, fra l’altro una ragazza Carla («lingue in tre anni,110 e lode/ alla proclamazione una menzione/ al merito e sti cazzi le fece il padrone») e una natasha aruspice interpellata sulla rivoluzione fino a esplodere, nel cuor della notte, nel Canto delle Voragini (p. 41), parodia espressionista del X canto dell’Inferno a ribadire la fierezza di una scelta ‘partigiana’. Confluiscono qui molti marcatori della scrittura di Liberti: una vivida energia, (che oltre che a Dante molto deve a Majakovskij come indica il ricorso, in numerosi altri testi, al maiuscolo per un effetto “a viva voce”); l’utilizzo di strumenti tipici della satira; un dettato trasparente e diretto (si veda l’ omaggio alla famosa rima sabiana fiore/amore); un plurilinguismo mutuato, sia pure in timbro molto diverso, da Michele Sovente, autore oggetto di studi critici da parte di Liberti; una capacità di lettura e soprattutto di valutazione degli eventi sociali nel solco di Elio Pagliarani, che trapela anche nei versi conclusivi di questa sezione: di fronte alla «scia di cancrena […] non posso più aspettare/ se l’oceano prosciuga ma a galla restano le coffe/ dovrò darmi da fare.»

La terza, corposa, sezione del libro Concentramenti e Tarantelle segna l’inizio di una diversificazione di rotta: l’analisi diventa più introspettiva, coniugando la lotta collettiva alla responsabilità personale («Mai più l’infinito nei miei testi./ Parole d’ordine ne girano fin troppe […]. Mai più l’infinito in questo mondo./ Si tratta ora d’agire? Non è esatto./ Si tratta che io agisca»), la scelta di campo più intensamente riflessiva («Affretta il tuo passo per perderti/ perché questo è il tutto dell’uomo di mondo:/ affrontare i detti e raffrontare i dettati, guardare/ il tempo e penetrare in tutti i suoi strati», o, con accenti anti-heideggeriani: «In me, sconsiderata volontà/ d’essere-molti, non essere-singolo,/ voglia d’essere-contro la realtà/ dell’esserci privato di maiuscola») mentre si delinea un’empatia che prenderà maggior spessore in testi successivi («la macchia d’erba/ farsi foresta, la strada che diventa/ tetto, la briciola che diventa banchetto»).
Elementi biografici e tensioni elegiache emergono soprattutto nelle successive partizioni dell’opera. Se in Compagne, Cittadini, Sorelle, Partigiani le singole poesie sono dedicate ad personam, in un fluire di confronti politici («Io so però che l’innocenza inganna»), di ricordi («i menhir delle birre sui massi squadrati»), ma anche di omaggi («mi svelasti che siamo i libri scelti/ respiriamo coi versi»), Auspicia extrema sin dall’etimologia del titolo (auspicium; da avis, uccello, e specere, guardare) rinvia al volo di uccelli che popolano questi testi. La passione, dichiaratamente infantile, per il birdwatching affida agli uccelli non tanto una tensione alla trascendenza o una ricerca simbolista, quanto piuttosto l’indicazione di exempla per un’ altra, possibile, modalità di vita mai disgiunta dall’attenzione alla concreta individualità di questi esseri viventi. Così lo sguardo sulla capacità di aggregarsi spontaneamente in stormi o sul coraggioso salto controvento si mescola all’epitaffio per un passero smetato, dando conto della serenità che la loro apparizione dona a una immaginaria vedetta su una torre lusitana o a una veglia notturna sul lago Ontario. È una linea che prosegue anche in La Notte, che vede in esergo citati Shakespeare e il videogioco di Undertale, a conferma ulteriore dei raccordi sincronici che muovono la scrittura di Liberti, e che è una sezione dove predomina il tema della perdita e del lutto, sia privato che collettivo (si pensi al testo di Sradicamento o a Traversata), colorandosi di una tonalità pascoliana nel canto funebre per una piccola bestiola («Sia il tuo cenere utero/ per un fiore notturno e riservato»).
Perdita e lutto sono oltrepassati con un nostos, quel Ritorno a Pietrarsa sezione conclusiva costituita da un solo testo (Voce delle locomotive, p. 111) che sembra forse in grado, delineando un periplo, di superare l‘attesa, lemma che sottotraccia percorre e tarla per tutta l’opera l’educazione sentimentale dell’autore. L’esigenza di un recupero delle proprie radici viene affidata, in un  difficile equilibrio, alla memoria privata ma soprattutto a quella collettiva del coro dei lavoratori: «Non pensateci mito […].Tu parlaci, se puoi/ pronunciaci e pensa alla dialettica del cuore […]. Ovunque resiste una storia che attende/ chi la racconti […]. Tutto questo ricordalo se puoi.»
La capacità di Liberti di rinnovare una poesia ‘politica’ lungo linee diegetiche e dinamiche, se utilizza dal lato formale un ampio strumentario della tradizione italiana (dal calco delle terzine dantesche alla rievocazione di sirventesi, dal poemetto tradizionale all’organizzazione micro poematica di schegge talvolta aforistiche come in Stella dei venti, p. 43), innervato da un maturo trilinguismo (a fianco dell’italiano e di un frequente ‘parlato’ cremanese compaiono infatti occorrenze latine), trova tuttavia una propria autonoma voce soprattutto nella costante tensione a un orizzonte, per quanto incerto, di ‘rivoluzione’, perché, al fondo, «Vedere almeno la testa del nuovo che nasce, vorrei/ primma ’e m’ arricettà mmiezo ’a tempesta [prima di smarrirmi nella tempesta]».

@ViolaAmarelli

 

TEST

Uscita Doganella

Tieniti sulla destra
e prendi l’uscita Doganella
che la realtà è dialettica –
c’è un tunnel che porta chissà dove
che consuma una stella, cerca Cygnus X-1
sarà il vuoto a generare la luce, sarà
l’ignoto a darci quanto abbiamo sempre
agognato, sarà un quanto di luce a illuminare
il cosmo nelle sue geometrie nel suo kòsmos?
Ma tu prendi l’uscita Doganella
che la vita è sbilenca –
il cupolone che sormonta ’a Porta ’e Massa
manco so cosa sia da dove spunti
eppure mi sfondala ’e penziere da sette anni
avevi mai pensato a quanto il nostro
stare al centro di noi stessi poi ci appanni
la voglia di scoprire la serendipità? e n’ata vota
t’ampàre a non alzare mai lo sguardo
a perderti dei pezzi di città
e ora prendi l’uscita Doganella
che la storia è violenta –
le viscere delle colonne che reggono
i templi, che cosa ci scorre, che teneno
arinto, che cuore pulsa dove il marmo afferra
il freddo senso delle istituzioni?
Ammirane le vertebre e non dicere illa
secrita abboce, e prendi l’uscita Doganella.

 

Propositi

Mai più l’infinito nei miei testi.
Parole d’ordine ne girano fin troppe.

Mai più l’infinito, alla greca –
ne spiega più la lingua che l’antropologia
di questo conflitto sociale
mentre noi strepitiamo alla cieca
fare
cambiare
fermare
azzerare
annullare
mandare
rilanciare
riformare
rifare

Mai più l’infinito in questo mondo.
Si tratta ora d’agire? Non è esatto.
Si tratta che io agisca.

 

Esercizi d’ascolto

Lavoro delicato, di cesello quasi
apprendere l’ascolto del respiro.

So che devo tacere più a lungo
e cogliere il tremore qui spiritum appellant
maiores, la fretta sostenere del sospiro
di chi vuole parlare e non osa
l’ah — l’ah — l’ah — l’ansia
di una cosa, l’ansimare la concitazione
di chi ha — ha — ha perso la metro per un soffio
del rantolo raucedico ’e ’roppo ’a jurnata ’o cantiere
vel senectute che si fondono
col mio sbuffo pulito di ventisettenne in salute.

Ma devo anche saper respirare
per conto mio, mostrare all’affannato
la mia tecnica perfezionata grazie al suo mestiere
a lui che paga ogni atomo d’ossigeno
che mi riporta al concreto
senza alcun alibi senza alcun segreto
se non quello che un sentimento dell’attesa esige.

 

Epitaffio per Malachìa X

La gente giusta e l’altra marmaglia che vive ogni giorno
come se fosse l’ultimo non potrà mai capire
il bel vagabondare smetato e ferito e nemmeno
l’avvento della brezza né l’ebbrezza del vento
che trapassa le piume di sguardi d’amici e d’ignoti
perché solo chi inciampa trova il meglio del mondo.

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