Fabio Libasci, L’imprendibile Houellebecq

La recente pubblicazione del poderoso Cahier è alla base di questi appunti sullo scrittore più venduto, criticato, osannato e vilipeso delle lettere francesi negli ultimi venticinque anni: Michel Houellebecq. Da Estensione del dominio della lotta a Serotonina, egli non ha smesso di produrre sulla letteratura contemporanea un effetto simile a quello innescato da Balzac sul XIX secolo e del suo nobile antenato ha del resto l’ambizione più grande: leggere la società. Sono ormai in molti a credere che un giorno chi vorrà capire questa parte di mondo in questa porzione di secolo dovrà prendere in mano uno dei suoi romanzi. Nella mescolanza dei generi, nella continua provocazione, nelle contraddizioni e nella confusione tra il Michel autore e il Michel personaggio che più volte appare nei romanzi ci sono il tentativo più compiuto per capire questo Occidente in crisi, l’agonia di questo mondo che non muore mai e sul quale lo scrittore autodidatta disserta con grande maestria.
Chi sia Michel Houellebecq non è facile a dirsi – persino la data di nascita è incerta, il 1956 o il 1958; ex agronomo, ex impiegato ministeriale, lascia il proprio lavoro per gettarsi anima e corpo nella scrittura conservando della sua vecchia vita la pietà per l’ambiente e l’interesse per l’ecologia. Una figura dunque estranea al mondo delle lettere, conosciuto da qualche addetto ai lavori per le sue poesie pubblicate in riviste di nicchia e poi in una raccolta all’inizio degli anni ’90 e poi, d’improvviso, nel 1994 l’uscita di Estensione del dominio della lotta mostrando a una Francia di fine era mitterrandiana l’orrore della burocrazia, la miseria sessuale dell’uomo medio liberato e computerizzato e i danni del liberalismo. Moralista nero, kafkiano, sociologo: queste sono alcune delle tante etichette che i critici sorpresi appiccicano allo scomodo parvenu; un romanzo di formazione alla rovescia secondo Josyane Savigneau. Quattro anni dopo è l’ora de Le particelle elementari nel quale appaiono più chiaramente distribuite le colpe e i peccati. Houellebecq imputa la degenerazione dell’Occidente agli effetti di lungo termine del ’68: la liberazione del desiderio ha condotto in realtà alla mercificazione dei corpi, il sesso libero al sesso obbligatorio, il diritto dei giovani al dovere della gioventù, la critica alla famiglia alla fine delle relazioni stabili. Il sogno si è dunque trasformato in un incubo che non è ancora finito e non smette di fare vittime. Lo scrittore stesso sarebbe figlio di questo malinteso, figlio per l’appunto di una madre che nella foulée sessantottina decide di unirsi a una comunità di hippy abbandonandolo alla nonna paterna della quale poi assumerà il cognome, Houellebecq. L’umanità descritta nelle Particelle è inquietante; i due fratellastri, Michel e Bruno, sono inquietanti: tutto intorno a loro lo è. La libertà sessuale è in realtà un incubo, un fatale boomerang che porterebbe nel giro di qualche decennio alla possibile estinzione del genere umano. Il modello americano, quello dell’Europa del Nord, la Svezia, è un virus che dopo il ’68 si è infiltrato in Francia riproducendosi a una velocità vertiginosa scardinando una civiltà che si credeva solida e abbattendo velocemente i resti di una cultura contadina rappresentata dalla nonna che ancora poteva dirsi felice. A pagare il prezzo più alto sono proprio le donne che la liberazione credeva di avere affrancato: «facendo parte di una generazione che aveva proclamato la superiorità della gioventù sull’età matura, esse non potevano stupirsi di essere a propria volta disprezzate dalla generazione chiamata a sostituirle».[1] Dietro la spietata analisi sociologica che Houellebecq conduce con la penna della finzione c’è la clonazione, quel desiderio di creare un essere perfetto, di sostituirsi a Dio.

Con il secondo romanzo tutti i temi cari al nostro scrittore sono lanciati; si tratta ora di approfondire, rivedere, aggiustare la visione, ora al microscopio, ora al telescopio di quell’Occidente morente che cerca la vita altrove, come in Piattaforma, dove Michel, ancora una controfigura dell’imprendibile Houellebecq, dopo la morte del padre cerca la rigenerazione nel sesso. La Thailandia è il paradiso perduto dove, a patto di dimenticare la mercificazione dei rapporti sessuali, o proprio grazie a questo, il protagonista ritrova un po’ dell’innocenza perduta, la complicità sessuale impossibile con le donne occidentali. Non è solo questo il tema di Piattaforma, anzi. Per la prima volta introduce una figura femminile complessa, positiva, Valérie, con la quale Michel inizia una storia d’amore assoluto prima di precipitare in tragedia: Valérie muore in un attentato per mano degli integralisti. Il romanzo sconvolge la Francia e annuncia con incredibile precisione gli attentati dell’11 settembre, il regime di terrore seguente, la depressione dell’Occidente che aveva creduto possibile l’evasione fanciullesca in un Oriente creato apposta per loro. La fama dello scrittore cresce a dismisura come le reazioni negative che suscita e che il personaggio sempre più imprendibile conferma. L’ambiguità tra la propria voce e quella dei suoi personaggi non viene quasi mai chiarita, la profezia di certi fatti viene definita inquietante, l’estraneità esibita nel mondo letterario viene definita sprezzante. Ciò nonostante i suoi romanzi sono vendutissimi in Francia come all’estero e riceve alcuni dei premi più ambiti dai letterati d’oltralpe: il Prix de Flore, il Prix Novembre, il Goncourt nel 2010 e poi la Legion d’Onore nel 2019.

Non pago di descrivere l’orrore del nostro presente, in La possibilità di un’isola immagina, con puntiglioso realismo, il futuro dell’umanità: la clonazione, la fine della storia, la condanna alla ripetizione, al commento di una vita che ci ha preceduto e della quale continuiamo a mimare gesti e parole. Dieci anni dopo è l’ora di una nuova distopia, ancora più vicina e per questo più inquietante. Siamo nel 2022 e il partito musulmano ha vinto le elezioni in Francia; a un professore universitario annoiato ed esperto di Huysmans non resta che convertirsi all’Islam. Romanzo della conversione, sulla conversione, come vuole il nostro Scurati, satira o denuncia iperrealista di un pericolo prossimo, resta il fatto che Sottomissione arriva nelle librerie il 7 gennaio 2015: nello stesso giorno la sede di Charlie Hebdo viene colpita dagli attentati. La religione di cui l’Occidente credeva di essersi liberata torna prepotentemente come il rimosso durante una seduta analitica. Houellebecq profeta, Houellebecq canaglia, accusato di fomentare l’odio, di armare la mano degli attentatori e costretto a fuggire da Parigi per paura di possibili attacchi. La letteratura fa l’attualità, quella di Houellebecq deflagra nel reale, si fa politica e ci costringe a guardare là dove non vorremmo mai e a porci la domanda delle domande: qual è il destino del nostro Occidente? L’imprendibile Houellebecq, il disperato, il romantico Michel si fa per noi questa domanda, al posto nostro da un giudizio d’insieme sull’Occidente, come scrive giustamente Carrère. Da un quarto di secolo va ripetendo con insistenza che la «libertà di cui le nostre società hanno fatto il loro valore assoluto non è affatto, in fondo, un buon affare. Ci rende infelici, irrimediabilmente. Di qui, talvolta, la nostalgia di servitù antiche, che creavano un ambito, legami, comunità […]. La libertà spinta all’estremo, cioè il liberalismo sfrenato, la guerra di tutti contro tutti, insomma il mondo in cui viviamo, è secondo lui qualcosa di così atroce che, in confronto, tutto sarebbe meglio».[2]
Certo l’amore resta sempre una possibilità, la possibilità di sfuggire al dolore del sesso, cosi come il contatto umano; del resto la fuga da Parigi verso l’Oriente o verso l’Irlanda e la Spagna rappresenta per lo scrittore come per chi può permetterselo la ricerca di un posto dove poter vivere meglio, in armonia con la natura, in modo non gerarchico. Noi occidentali non siamo più felici in patria, questa è la conclusione a cui sembra essere giunto e che di volta in volta riprende e ripete in tutti i suoi libri fino a Serotonina che profeticamente annuncia i blocchi dei gilet gialli e mostra la desolazione del paesaggio francese, le rovine delle sue città e la fine della campagna. L’Europa, l’Occidente sono senza speranza; Houellebecq lo sa e lo scrive incessantemente anche se non crede minimamente di cambiare tutto ciò. I suoi romanzi vogliono riflettere questo mondo in rovina, l’infelicità del mondo, che lo scrittore osserva da posizioni mobili, un po’ dall’alto e dal di fuori come un eremita e un po’ dal dentro come un consumatore qualsiasi, anzi il consumatore ideale, anonimo e impersonale: in ogni caso imprendibile. Dentro e contro il mercato, moralista e pornografo, amante e misogino, misantropo e nostalgico della famiglia, ateo e in cerca di religione, immerso nella contemporaneità ma anti-moderno e sopratutto non addomesticabile, non riducibile, un unicum come i suoi libri che sotto l’apparenza di raccontare sempre la stessa storia raccontano invece storie sempre diverse e più inquietanti sforzandosi di inglobare nella pagina la totalità del vissuto, l’inferno quotidiano e l’aspirazione di un paradiso in un orizzonte lontano. Nel frattempo si accontenta di dire tutto, di utilizzare i resti di questo Occidente per costruire un universo di carta dentro il quale morire ed eternizzarsi.

 


[1] M. Houellebecq, Le particelle elementari, Milano, Bompiani, 2012 [1999], p. 107.
[2] E. Carrère, Il laboratorio Houellebecq a Phuket, in Michel Houellebecq, Cahier, Milano, La nave di Teseo, 2019, p. 196.

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