Riletti per voi #23: Mario Luzi, “Sotto specie umana”; (ri)letto da Marisa Cecchetti

Mario Luzi, Sotto specie umana
Garzanti 1999

La raccolta Sotto specie umana di Mario Luzi (Firenze 1914-2005) inizia con una finzione letteraria che vuole questi versi nati nel rispetto della volontà di un estinto, certo Lorenzo Malagugini. Così, con la trascrizione dei proponimenti e dei desideri di lui, ci mettiamo in cammino con Luzi attraverso un vasto poema della creazione e del creato, in un percorso che assume il valore di metafora della vita. La forza vitale emana da ogni pagina: «La passione per la vita è nella vita stessa, la vita cerca la vita. La scrittura, la penna, ne è una intensificazione, per taluno un prolungamento» (Mario. Luzi, Spazio stelle voce).
«Il diario di Lorenzo Malagugini era aspettato dai pochi che sapevano lo tenesse e lo avesse sempre tenuto – scrive Luzi consolidando la finzione letteraria –. Ma quando il suo povero bagaglio postumo fu rovistato, si vide che ne aveva lasciato sopravvivere solo tre pagine. Sono quelle che riporto in corsivo. Tutte le altre sono desunte da tracce, reminiscenze di compagni, estasi ed “erramenti” confessi più che alto in lettere».
Nel percorso attraverso la vita e le creature del mondo, Lorenzo tende a cercare un discorso «che sia voce della molteplicità del vivente in quanto l’ordinario simbolismo del linguaggio non gli basta più». In questa ricerca del linguaggio che narri e aderisca alla realtà, e in questo «noviziato incessante» di Lorenzo riconosciamo l’atteggiamento del poeta che indaga e racconta.
La raccolta è organizzata in dieci parti: Temporada I, Temporada II, Resurrexit, Stat, Promenade Humaine I, Humaine II – che si sviluppa attraverso le parti 7 e 8 –, Due giornate e una notte di pellegrinaggio, Vigilie e insonnie.
Parole di Lorenzo fanno da esergo, introducendo al pensiero del poeta: «Mondo, non sono circoscritto in me,/ hai voluto che fossimo ciascuno/ un progetto di vita/ nel progetto universale./ So bene che dobbiamo mutuamente/ tu ed io crescere insieme –/ era scritto nella pietra/ del suo estremo miglio/ e ben dentro di sé. Amen.»
Se ci mettiamo dunque in cammino vediamo gli apostoli insieme al loro Compagno di viaggio: il Cristo, ora li segue, ora va avanti, ora respira al loro fianco. Gli apostoli lo scrutano: «Ci segue, ci sopravanza,/ si accompagna con noi,/ per lunghi tratti/ ci respira a fianco,/ seminascosto dalla tarda luce,/ occultato dalla sua presenza,/ l’uomo soprappensiero e taciturno/ eppure innaturalmente attento./ A che? Ci scorta forse/ sulla strada dolorosa/ della rotta e del rientro/ qui tra i monti/ o ci chiede protezione/ lui stesso per il viaggio che l’attende?»
Siamo davanti a uno degli interrogativi così frequenti nella poesia di Mario Luzi, che sottolineano la profonda umiltà di chi indaga e cerca, senza assumere atteggiamenti a vate o a depositario di verità. Anche una apertura descrittiva che sembra quietare il pensiero non è priva di domanda «Fra i monti in piena estate/ Alti e lontani in quell’azzurro/ brulicavano i paesi. Come fulmine/ in cristallo la chiamata venne/ A che?» La richiesta di protezione – «o ci chiede protezione/ lui stesso per il viaggio che l’attende?» – rimanda ai versi della raccolta Passione. Via Crucis al Colosseo (1999): «Questa brutalità mi è nuova/ Il divino che è in me, quello vogliono uccidere/ ecco, mi addossano una croce da portare/ tra sputi e contumelie». Rinvia alla sofferenza della carne, alla ricerca di un aiuto che lo sollevi dai patimenti fortemente presenti accanto al divino che Egli porta in sé, quando Lui dice al Signore «non vedo venire a me nessuno dei tuoi angeli», parole che suonano come un sottile rimprovero.
Il percorso è unico, c’è la consapevolezza che la morte non è fine. Non c’è morte che non sia anche una rinascita. Il tempo perde i suoi confini: «Da dove a dove, ma dove e quando/ Non aveva senso».
In una visione profondamente cristiana e insieme laica, Luzi riconosce il continuum vita-morte-rigenerazione in questi versi pieni di luce autunnale: «È mite il ghirigoro/ d’aria e di luce/ che accompagna/ al suolo/ la resa delle foglie/ sui viali lungo il fiume./ Perché mi introduco in quel deliquio?/ perché rompo, persona,/ il muto canto?/ Sarebbe/ senza me uniforme,/ pieno, invasato della propria inopia,/ festoso./ Così scende/ la vita, scende incontrastato,/ pare, il suo sfacelo/ a rigenerarsi nella morte/ per il dopo, per il principio».
In questo ciclo eterno gli angeli si affaccendano tra Dio e l’uomo perché questo affronti meglio la vita, per dare loro certezze: «Simile/ si generava nel celeste/ sottosuolo della mente/ di piccoli e di adulti/ l’immagine degli angeli/ e del loro movimento/ tra cielo e terra,/ mute intelligenze/ sollecite al richiamo/ del Principio e dell’infimo/ orfano indigente». Le stagioni, nel rinascere della primavera, nell’esplodere dell’estate, offrono materia a questa palingenesi e lo stupore non manca davanti a tanta forza: «Ombra a picco, avara,/ nuda terra crettata/ si sgretola, si polverizza./ Vampa, bocca di fornace,/ non per annientare,/ per rigenerare/ vita dalla cenere./ E noi dentro quel fuoco/ resine stillanti, oh/ liberazione dalle scorze».
Tutta l’acquosità della terra ma soprattutto il fiume, sono il simbolo del ciclo vita-morte-rigenerazione, che comprende l’uomo e tutte le creature. La foce e la sorgente, il principio e la fine si equivalgono: «Ma unico e reciproco è il cammino,/ equivalgono la foce e la sorgente…/ si snoda ma ritorna/ su sé medesimo il viaggio,/ non ha riva né marina/ quel variabile incremento/ di luce vorticina, ma s’approssima/ s’approssima a che fine?»
L’acqua di pioggia, di mare, di fiume, ora appare nella sua concretezza di oggetto/materia attraverso il pronome neutro esso/essa, ora è trattata come persona: «Trascorre tra il fogliame/ lui fiume molto acquoso,/ molto verde, voglioso/ di aperture, di mare./ Farfuglia, qua e là scintilla,/ avidamente specchia/ nelle sue radure il cielo…». E ancora: «massa piana compagine/ massa rotta greggiante,/ flusso d’acqua/ nell’acqua verso l’acqua/ del futuro tempo».
Talora il gioco di ripetizioni, le rime e le assonanze, il voluto ritmo cantilenante, la fantasiosa e concreta freschezza dei neologismi, ci riportano all’atto primo della creazione, quando tutto era semplice e chiaro, all’infanzia del mondo.
È Lui che decide. Tutto era già scritto: l’uomo, i luoghi e i tempi della sua vita, le sue lotte, la sorte delle creature  sulla terra, tutto era già scritto fin dal primo momento, all’atto della Creazione, in un unicum armonioso in cui ogni elemento ha la sua giustificazione: «“Non piangere,/ albero, non gemere” gli gridano le rondini…/ C’è un’armonia più estesa/ e misericordiosa/ che abbraccia anche il tuo sgorbio,/ lo modula, lo lima,/ lo commisura/ al suo perenne ritmo…». Si intuisce il contrasto tra l’apparire e l’essere, tra ciò che l’occhio umano coglie e il valore che questo ha nell’unico progetto divino: «[…] piuttosto un lenticolare andirivieni/ di larve e di parvenze,/ di morti, vivi, possibili/ esistenze future e trapassate/ in danze e contraddanze/ nel pulviscolo solare/ al fondo dell’atmosfera/ un’improvvisa trasparenza/ del creato a se stesso/ e alla sua storia/ che tramutava ed era».
Le pagine del libro su cui tutto è scritto fin da principio non si possono cambiare, il testo di quel libro non si può variare a piacimento. In questo progetto sono tutt’uno i nati, i non ancora nati e i trapassati: «Oh noi tutti chiamati/ all’essere in un lampo/ per ogni tempo/ prima che il tempo fosse/ e gettati nei suoi evi;/ a pascolarlo, bradi/ e sparpagliati lungo i suoi dirupi». Il vento, sillaba su sillaba, lo dettò quel libro ed è inutile opporsi a quel progetto. Il vento è presente ovunque nei versi di Mario Luzi, quasi alito e soffio creatore: «Tutto qui è scritto/ non hai che da leggere/ se pensi/ che leggere convenga/ e non invece/ lasciarlo all’alito del vento/ che sillaba su sillaba/ lo dettò, lo disse,/ quel libro./ Quelle pagine le volti/ lui a suo arbitrio,/ a suo godimento,/ da sé a sé, le sfogli,/ le fissi pure con celestiali spille/ al di sopra di noi».
Il divino è nell’uomo: nel percorso dell’uomo e di ogni creatura vivente, la forma che assume e attraverso la quale si manifesta sulla terra è un ingombro, è crosta che deve essere spezzata, per andare alla ricerca della luce: «esplode/ dal buio del suo carcere/ in quella cobaltina fame/ di spazio e d’altitudine/ lui insetto/ la greve/ poltiglia del suo magma/ in evoluzione estrema, eccola/ infine s’apre un varco/ verso l’involo e la liberazione». In ogni elemento della natura c’è la manifestazione di un unico principio, l’anima dell’uomo fa tutt’uno con l’anima del mondo: «Eccola la tempesta/ è già nell’aranceto/ tra i suoi pomi, le sue rame./ Furente il gelsomino,/ a sprazzi, in quella raffica/ acuisce il suo profumo,/ esacerba il suo richiamo./ È tutto in agonia il giardino/ che lui dal padiglione/ sfiora appena/con i suoi occhi sultani/ adusati alle stagioni,/ ai loro inganni. Consci/ dei molti rimescolamenti/ dell’unico principio. Ibi ipse est».
Molte sono le apparenze ma unica è la sostanza, per questo il divino è in ogni uomo, ce l’ha messo Dio e la vita continua oltre la materia: «Governa il cielo/ ora, niente la contrasta/ – lo sa della sua pace –/ una forza universante,/ le si accorda/ lei e con lei tutto il vivente/ […] pure cresce il creato nelle sue creature,/ pure tutte le divora».
L’atto della creazione, quando il mare di materia, luce e aria, si sono incendiati nel pensiero di Dio, quando musica e splendore hanno risuonato dentro, si riscopre nei versi di Luzi in un susseguirsi di albe, con il ritorno delle primavere, il trionfo delle estati, «quando scende pienamente l’idea nella sua forma», con la luce di mattini che riportano trilli, voci, suoni.
Il mattino è momento di rinascita, la luce vince sulla notte, il sussurro di Dio continua a scorrere nel vento: «Esulta/ nel tripudio/ mattutino, s’inebria,/ gozzoviglia con colori/ ed aria/ quel soffio variopinto […] ecco, si mimetizza/ ora, si cela/ ma è,/ dov’è?/ che quasi non appare/ quel palpito/ quel fibrillare…». Si innalza un nuovo cantico da una natura che si apre alla vita. Il verso e la struttura stessa della poesia di fanno leggeri, pieni di luce: «Oh mattina. Le scorse lucentezza/ in tutte le sue valli/ d’aria e azzurro,/ le guizzò/ qualche favilla/ di lampo, di barbaglio,/ qualche spruzzo/ di troppa sua pienezza in alto, in basso, nell’etereo campo./ Venne, raggiunse il colmo,/ tripudiò l’istante,/ si fece in una/ compiuta coincidenza/ di passato e presente/ crollò ogni divario/ tra tempo e tempo/ in una eternità accecante».
Passato, presente e futuro non sono distinti nel progetto divino, ma creano uno scenario solo su cui si rappresenta la storia dell’uomo: «Franano/ l’uno sull’altro i tempi/ nella invisibile clessidra./ Dov’è quello futuro? L’anima/ sola può segnarlo…».
Nel tempo eterno è fondamentale l’essere e l’essere stato. Non ha importanza l’arco dell’esistenza, breve o lungo che sia, il tempo terreno non ha riscontri altrove. Importante è l’istante stesso in cui il progetto creativo si manifesta, quando una creatura è, quando si concretizza l’essente: «L’evento era accaduto/ fino al suo annullamento./ Così era perfetto,/ così entrava/ nella polpa trasparente/ dell’essere, all’essere argomento».
In questo eterno divenire il mondo diviene ed è, gli eventi accadono già gonfi della loro essenza, in un tempo immobile e sempre uguale a sé stesso: «Il mondo/ intanto che diveniva era,/ era e diveniva,/ diveniva ed era,/ mutuavano/ quella parità suprema/ l’una dall’altra/ l’uguaglianza, la differenza/ Oh vertigine/ d’una mente umana/ al paragone/ di quella occultissima evidenza./ E c’era vita, accadevano,/ sì, eventi ma accadevano/ repleti, già gonfi di essenza».
Perché Dio si riconciliasse con l’umanità qualcuno ha già sofferto: Cristo, figlio dell’uomo, trafitto dagli uomini, doveva versare il suo sangue per il nostro perdono. Tuttavia il viaggio su questa terra è faticoso, mille ostacoli lo rallentano, la meta sembra un miraggio, la città di Dio appare lontana: «Città, città lontana –/ perché ti celi sempre più nell’aria/ e nella lontananza? […]/ Mio Dio, perché il tempo non passa,/ perché la carovana si trascina/ ma il viaggio non avanza?» Eppure c’è la certezza che proviene dalla promessa antica, e su quella bisogna contare: «Tieni duro, non cedere, ti prego, al no del mondo,/ promessa antica, continua come sempre a lusingarci/ d’amore futuro e intelligenza/ armoniosa del creato – non potrebbe/ il cuore/umano ed animale,/ non potrebbero/ linfe, fiori, funghi farne senza».
Se temiamo perché non abbiamo la sicurezza del perdono, date le nostre debolezze, dobbiamo comunque essere certi che ci sarà la grazia, perché essa sovrabbonda, perché qualcuno, prima di noi, ha già pagato il conto: «C’è e non c’è perdono,/ ma grazia/ sovrabbonda./ Qualcuno/ magnifico e leggero/ passato prima/ lasciò pagato il conto/ per noi, ci statuì liberi, assolti».
Se Lorenzo Malagugini nel suo noviziato incessante cerca la voce della molteplicità del vivente, Luzi ne rispetta i proponimenti attraverso l’uso di una parola che non ignori il mondo e le sue scorie, entrando nelle varietà della lingua, dal gergo al linguaggio colto, ai grecismi, ai francesismi, ai latinismi. Il neologismo acquista colore, peso e forma. Il messaggio del poeta è vasto pur nella sua fondamentale unicità, ma la parola non è sufficiente a contenere tutta la bellezza delle scoperte e della profondità degli assunti: «S’era accesa una rissa di vocaboli/ a gara si appropriavano le cose/ e i continui avvenimenti/ volevano/ ciascuno essere nome». Allora lo stupore si traduce in esclamazioni, le interrogazioni frequenti sono una richiesta di conferma, con umiltà: «Chi apre nei vocaboli/ il fiore del significato,/ chi apre/ il fiore aperto nel brivido del prato?» La parola non basta: «[…] se non che/ non dice,/ non ha forza né affatto,/ non è fedele al verbo/ la parola umana, lo sa bene,/ lui, lo sa – e non se ne tortura –/ e la sua chiara/ e profonda creaturalità».
Siamo di fronte a un ineffabile di memoria dantesca, dove il significante talora non riesce a contenere il significato. Ne nasce una invocazione alla parola, che porta l’eco delle ballate trecentesche: «[…] voglio,/ parola, ti ritempri/ perché non ti discreda/ il cuore per usanza, perché arrivi/ al bersaglio vivida/ della significazione piena./ Però, però, ti prego/ non chiuderti a difesa/ nel cristallo della tua innocenza,/ non ignorare il mondo e le sue scorie/ fa’ esperienza, se vuoi, della tua misericordia».

© Marisa Cecchetti

 


Il contributo qui presentato è il risultato della riscrittura di una Lettura tenuta alla presenza di Mario Luzi il 7 giugno 2000 presso Villa Bottini di Lucca, in occasione di un evento organizzato dalla Associazione Culturale Cesare Viviani (scrittore dialettale locale), in collaborazione con il Comune di Lucca, il Lions club Lucca-Le Mura e l’ACSI provinciale. Testi scelti interpretati dagli attori Betty Bruscuglia, Nicola Fanucchi, Enzo Parra. Regia e collaborazione di Claudio Villani.

 


Bibliografia
Mario Luzi, Sotto specie umana, Garzanti 1999
Mario Luzi, Colloquio. Un dialogo con Mario Specchio, Garzanti 1999
Mario Luzi, Il colore della poesia, a cura di Doriano Fasoli e Maria Luisa Spaziani, Samar Edizioni; ora in Mario Luzi, Spazio stelle voce. Il colore della poesia, A cura di Doriano Fasoli, Leonardo Ed. 1992
Mario Luzi, Passione. Via Crucis al Colosseo, Ed Garzanti 1999
Silvio Ramat, Sul nuovo Mario Luzi: il lessico della luna nascente, «Poesia», n. 132, ottobre 1999

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