Stefano Bortolussi, “Paternalia”. Nota di Carlo Tosetti

Stefano BortolussiPaternalia
Stampa 2009, 2020

Nota di Carlo Tosetti

 

«Gli scrittori si dividono (immaginando che accettino di essere così divisi) in due gruppi: il più ristretto, formato da quelli che sono stati capaci di tracciare nuovi cammini nella letteratura, il più numeroso, quello formato da chi arriva da dietro e si serve di questi cammini per il proprio viaggio […]».
Così si esprimeva il compianto José Saramago in un post del blog “Quaderno di Saramago”, curato nella versione italiana da Massimo Lafronza.
Sebbene io sia consapevole di scomodare un gigante che scrive di un altro gigante (Gabo), mi permetto di utilizzare questa immagine per descrivere il lavoro di Stefano Bortolussi, che con sana ostinazione (il buon Dio gliela preservi), dopo aver aperto il suo personale sentiero letterario, lo prosegue senza alcun tentennamento, tanto che nel descrivere il mondo entro il quale si compiono le vicende narrate dall’autore – così come ricavato sia dalle opere in versi che dalla prosa – è lecito utilizzare l’aggettivo “bortolussiano” (neologismo di fresco conio, la cui paternità mi è stata negata dal lesto Roberto R. Corsi, qui).
Mi pacifico con i giganti evocati, perché questo mio (e in quanto tale, minore) riconoscimento conferito a Bortolussi non ha nulla a che vedere con la fama, di cui la poesia contemporanea soffre penuria, la quale (da questa prospettiva) ha l’unico effetto di infoltire e inquadrare la coda degli emulatori, che seguono il cammino aperto dal primo (e unico) pioniere.
I versi di Bortolussi, infatti, a cavallo fra poesia e prosa, benché possano far storcere il naso a qualche inveterato reazionario, sono un unicum nella poesia italiana, sia nella direzione estetica (americana e, appunto, bortolussiana) che nei contenuti.
Il mondo descritto offre condizioni ambientali ideali non solo ai comuni mortali; plasticamente si forma e deforma, accogliendo e fondendo in sé il mito (classico e dei nativi americani, questo mutuato dalla sua amata Califia) e perde, o meglio miscela, le diverse connotazioni temporali – di fatto neutralizzandole – in quanto abitato da dèi, semidèi, umani e bestie di ogni foggia, enti, cioè, immersi nel tempo a vario grado o totalmente svincolati da esso.
Dal tempo arcaico, indefinito, si ripesca Diana calata nell’allegoria Olimpo-Hollywood, nei cui palazzi s’aggirano i totemici animali dei nativi, chi tragicamente domesticato, chi travolto dal complesso ecosistema di Bortolussi: il sacro colibrì è ingannato alla fontana “di pietre riprodotte e carezzate di muschio”, il puma è vittima dell’asfalto, o il Dio Coyote (avvezzo a giocherellare coi mondi) s’incarna nella moderna Los Angeles pungolato dall’uggia dell’eternità. Perso il suo “metastorico” habitat, combatte il tempo ristagnato interferendo nei piani degli umani.
Quello che dalla mia descrizione può apparire come un guazzabuglio, alla lettura si rivela sapientemente impastato in un fluire omogeneo: mortali che coesistono nella quotidianità agli animali totemici, agli dèi, e sovrastati anche da moderne deificazioni (Hollywood).
L’opera in esame, Paternalia (Stampa 2009, 2020), un poemetto di venti poesie in memoria del padre (Fabiano, friulano degli anni venti, scomparso venti anni fa) potrebbe far pensare ad un allontanamento dell’autore dal suo complesso universo, ma non è così.
In primo luogo, chi conosce il lavoro di Bortolussi non potrà sorvolare sul parallelo Fabiano – Coyote. Il secondo roso dall’eterna noia, il primo roso dalla mortalità quale ineluttabile capolinea e perdonerà il poeta la mia spicciola analisi psicologica: l’ansia di morte, che tutti assale, diversamente si manifesta negli individui, ma i due opposti bortolussiani si toccano nell’esternazione del proprio disagio.

Paternalia è quindi un tassello che si giustappone a quelli forniti dalle altre opere dell’autore, è forse ciò che mancava al completamento della sua peculiare tassonomia, un modello che prevede la necessaria sovra-umanità, ma costruita (resa realtà) dall’uomo.
Doveroso è rimarcare la preghiera dissimulata dai versi, che introduce la raccolta (così l’ho interpretata): Avvertenza in forma di proemio.
Questa iniziale composizione cala immediatamente il lettore nel divenire – circoscrive una porzione (la più bassa della filogenesi bortolussiana) – descrivendo l’uomo immerso nella totale terrenità, in assenza di Dio o di suo segno, un uomo raccontato «[…] passati venti anni da quando Fabiano si lasciò/ sommergere dalla marea di anni e malanni […]»; e avverte: «Qui si cantano cose che rispondono al vero,/ ma solo nel senso che vero è ciò che resta, […]»; e ancora: «[…] per questo si consiglia […] di assorbire il tutto cum grano salis.»
Sì, perché il costante fermento, l’inquietudine del padre, potrebbe scatenare “eritemi dell’umore” agli ipocriti moralisti e moralizzatori. Bortolussi non si limita all’avviso iniziale; ci dona delle lenti ad hoc: ciò che si legge (cum grano salis) necessita di una seconda introduzione, posta a p. 10: la poesia I. Big Fish.
Il noto film di Burton non richiede spiegazioni: mi limito a ricordare al lettore uno dei fotogrammi finali: il gigante al funerale del padre. Una vita raccontata che pare sconfinare nell’invenzione, che si rivela realmente vissuta.
Con questa raccolta, allora, pur ricordando e celebrando la figura del padre, il poeta punta l’obbiettivo verso l’uomo tutto, nella sua caducità, uomo sui generis, talvolta eccessivo e incontrollabile, che assurge a simbolo dell’umanità, del desiderio di eternità che da sempre ci corrode e le conseguenze di questa dolorosa pulsione (paterna e universale) è sintetizzata nell’ultima poesia, la cui metafora calcistica rende chiaro ai nostri occhi il tumulto interiore, le turbolenze i cui eccessi spesso vanificano il talento.

XX. Venti

Qui si ferma la penna, non la memoria:
non afasia, né bianco di pagina ostile,
ma necessaria simmetria di sentimenti
– venti gli anni passati dal tuo saluto finale
a centrocampo, regista di classe cristallina
con sventurata propensione all’autorete,
venti queste lettere per altrettanti compleanni
non vissuti, infiniti gli echi di quello che di te
.                                                                              ho fatto mio.

Venti poesie, venti aneddoti piacevolmente immoderati, che hanno come sfondo l’Italia e la nostra cultura, dagli anni ’60 fino alla scomparsa del padre.
Incontriamo, allora, i calciatori: il Milan del Pàron Nereo Rocco (altro friulano che ha lasciato il vuoto carsico nei tifosi) e Pierino Prati in XV. Esordio in coppa, p. 22, esordio allo stadio del poeta, il cui esito non fu dei migliori e che nella chiusa lontanamente profuma delle Luci a San Siro di Roberto Vecchioni:

Terminò zero a zero, quella sera di sfortuna e scivoloni,
ma in me, con te, fu goleada nel cuore, negli occhi
accecati dal riflesso dei fari sulla neve.

Compaiono Van Basten (VII. Cigno, p. 15) e Weah nella dolente IV. Ischemia parietale, a p. 12:

[…] ti rivedo nudo a terra, la chiazza scura
un ironico rene sul tappeto,
una mano chiusa a pugno da tifoso,
l’altra ad artiglio aggrappata all’ultimo
tuo istante di interezza, gli occhi grigi
spalancati di speranza […]

XI. Gradimento (pag. 18), descrive il rito dell’ascolto della celebre trasmissione radiofonica RAI di Arbore, Boncompagni, Bracardi e Marenco:

[…] rientravi dall’ufficio
giusto in tempo per sentire il vocione sgominato
della Sgarrambona, da cui emergeva come bolla
in superficie il ghigno soffocato di Marenco,
o la (dis)informazione di Vinella, i favoriti del momento.
[…]

Nella medesima poesia compare il grande David Bowie, con la celebre e struggente Space Oddity, che risuona con lo sgangherato comandante Raymundo Navarro abbandonato nello spazio.
Per rimanere in tema musicale, segnalo XII. Armadillo (p. 19), laddove il padre manifesta il suo pensiero intorno al sacro trio Emerson Lake & Palmer:

[…]
udii la tua impellenza di laico inquisitore:
“Cos’è ’sta robaccia?” domandasti. La mia risposta
– “È Tarkus” – scatenò una cupa risata in cinque quarti
che parve echeggiare il giro di Moog di Mastro Emerson.

Peggiore sorte toccò al vinile degli Area (XVII. Solstizio dell’avvenire, p. 23):

dell’Internazionale decomposta
e freejazzata dagli Area, International POPular Group,
[…]
Non so bene cosa avessi in mente, ma di sicuro
il filmino che mi ero proiettato non aveva la sequenza
di te che avanzavi, staccavi delicato la puntina,
prendevi il disco e lo lanciavi olimpico
attraverso il salotto e fuori dalla finestra aperta sull’estate.

Imperdonabile sarebbe non segnalare la spassosa V. Ricetta letale (p. 13), uno dei componimenti più rotondi del libro:

[…]
bocche ricolme di carni collose e sapori ingiusti
e propensione collettiva allo sputo compunto,
al rifiuto e al rimpianto di non avere aderito
ad altro invito.

Tanti altri sono i particolari che potrei citare, le piccole perle di un quotidiano passato che l’autore ci regala in questa silloge, ma mi macchierei di un delittuoso saccheggio per soddisfare il mio ego scrivente.
Con piacere vi lascio alla lettura.

© Carlo Tosetti

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