Marzia Spinelli, Trincea di nuvole e d’ombre (rec. di Paolo Carlucci)

Marzia Spinelli, Trincea di nuvole e d’ombre
Marco Saya Edizioni, Roma, 2019
Nota di Paolo Carlucci

 

Ombra perenne mobile e ferma/ vagheggi anche tu longevità. Piovono/ scorie e meteore come stelle cadenti./ Tanto più simile, tanto più distante./ Sei solo mia./ Sagoma muta fedele sopravvivi/ alla trincea dell’io.

 

Sin da questi primi versi esemplari, tratti dalla sua ultima raccolta, Trincea di nuvole e d’ombra, Marzia Spinelli, fa della forza dell’ombra la chiave di violino del suo discorso poetico. L’intera silloge, infatti, appare come tramata in una sfrangiata rete di memorie diverse: collettive e personali, comunque storiche; ma lo sguardo è pur rivolto alla terra e all’oggi, appunto in crisi di memoria. E l’ossimoro, che insiste frequente nella raccolta, fa da continuum esplicativo di una disperazione etica oltreché retorica. Le ombre in trincea sotto nubi/ dalle mutevoli forme: le guardano/ a tratti, quale presagio di quel che accade/ a terra/… Dove tutto stagna. Zampilla./ E passa.
Vince sin dall’inizio la prospettiva di una Trincea dell’ombra, nel senso di un’agnizione lenta e consapevole nel comune dolore del ricordo della Guerra Grande e dei ragazzi del ’99. Ombre-nuvole di giovinezze inviate al macello, dispersi fantasmi al vento di pietra degli ossari, da Val Parola a Redipuglia, in febbrile dialogo con noi, che, nel caos quotidiano, duriamo come fantasmi. E a loro, soldati, ormai lontani e nuovi Fratelli, di ungarettiana memoria, si guarda oggi come un rimosso, un’alterità quasi inconoscibile nel dialogo intergenerazionale, nel tempo flash dei… super-iper-connessi millennials 2.0.

Meglio tacere adesso…/ ai figli del millennio non appartiene/ quel fango d’ossa/ e il gelo nel ghiaione/ il buio in galleria/ del secolo più breve.

E così il tormento di sangue giovane si palesa. E la memoria, ruggine di ricordi, in futuro sarà storia anche familiare.
Si avrà quella doppia elica del sangue che congiunge/ settant’anni e dopo qualche giorno a unire nel macello, ombre di salvati, il nonno soldato semplice e il suocero capitano,/ tornati entrambi/ e poi spariti/ ciascuno il proprio carro diverso delle stelle…  Confusi Qua nel silenzio bianco, che diventa poeticamente una trama di pace col male. Reso vivo anche dalla e nelle altre trincee del quotidiano, di cui la prima poesia della sezione offre un ritratto vibrante e indimenticabile nel nostro lirismo contemporaneo.

Ogni giorno vesto l’armatura/ porto anche l’arco, le frecce, lo scudo,/ indosso il casco come l’elmo di Scipio,/ e qualunque copricapo, variabile come il tempo,/ a proteggere la testa così instabile// riecheggia e suona ogni dì una musica nuova/ scompigliata e dilatata melodia d’accadimenti,/ ordinata cabaletta di ricordi, stanzetta di memoria,/ sempre a passo lieve e piè veloce in un dove presente/ ma lontano, umido e vischioso dove perdo/ ad ogni semaforo dell’armatura un tratto… E qui con abilità e insieme magia poetica, la Spinelli dà al dramma esistenziale del porsi domande la forza della natura: e mi chiedo dove sto andando, dove vanno/ tutti gli elementi, tutte le particelle della vestitura,/ granelli che frantumano sotto i ponti lungo fiume/ o fondigli a disciogliersi in mare,/ a sfaldarsi in una risacca solo mia,/ ma è di tutti la stessa domanda// se qualcosa di noi si salva dalla dimenticanza,/ se in quel  dopo a disperdersi a terra/ c’è pace./ Tace la piccola trincea di scrivanie,/ ma smuove ore e mattini…./ E in chiusa l’importante resistenza dell’impalpabile tregua. Colta come una… nuova Ginestra…

Oltre il limo che sale ad ogni fine estate/ sboccia dai ciclamini l’impalpabile tregua,/ a resistere alla polvere, all’inverno, indomita/ l’anima. Vibrante anche un quotidiano che si riconcilia nelle pieghe d’un letto in corsia d’ospedale….

Così in quelle tregue, le fuggevoli case che in fulminea sintesi di colore evocano altissimi momenti di pittura, come in una poesia centrale qual è appunto Tornando da Arezzo. Macchie, case e immagini che sono il Periscopio delle nuvole di un’inquietudine, di un’impervia osservazione del mondo; ma anche le forme del vento che dall’alto scava e accende fuochi di coscienza civile, nella piena o nel dramma dell’Italia che frana. Fra le macerie dei terremoti e gli inferni dei migranti, ecco aleggiano, dal passato ad oggi, le vive ombre dei ricordi, o le anime in pena, i tanti sospesi fratelli di mondi alla deriva…
Fratelli come i poeti o anonime madonne di macerie: tutti nel senso di creature sì, ma vieppiù scomodi pungoli di coraggio, modelli di vita estrema, che spesso nelle trincee del quotidiano s’incontrano…
L’intera silloge stilisticamente è tramata, impreziosita di echi poetici: da Montale, su tutti, a Zanzotto, alla Spaziani ed altri, cui si rende un omaggio non retorico ma dinamico; foscoliano dialogo di forze e ombre vitali sono allora i poeti russi, come pure Pasolini, o lo struggente ricordo di Amelia Rosselli, concentrato liricamente in una sferzata della frescura d’acqua/ in quell’avello d’Autosole/ tra Napoli e Roma, casualmente condiviso con la grande poetessa.
E così, di sezione in sezione, prende vita dalla morte un flusso estremo, e sovente ossimorico, di paesaggi-passaggi dell’anima in cammino. Di questa vita in divenire/ cangiante e azzurra. Orma felina/ e tartaruga, sempre compagna quest’ombra/ distesa, a terra stremata che rialza,/ quanto consapevoli? quanto fermi/ in un confine, là in un sorpreso silenzio.
Versi modulati su una musicalità, una ritmica davvero notevole, ed oggi assai rara, sono dunque espressione viva anche di un profondo lavoro sul proprio essere poeta di coscienza: di cui questo libro, e l’opera tutta di Marzia Spinelli danno sempre umile ma forte testimonianza, nel nostro tempo-ossimoro, tra nuvole inselvate d’ombra e quadri del quotidiano. Un bilancio mai però cronachistico, ma sempre poetico; un notturno di parole, che vibra nella sua miglior cifra.

© Paolo Carlucci

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