“Planetaria” e l’antologia della nuova generazione (di I. Lombardi)

Planetaria e l’antologia della nuova generazione:
i poeti nati negli anni Novanta

di Iuri Lombardi

 

Tra le ultime uscite di poesia contemporanea e a sottolineare con la sua presenza in libreria che la poesia non è morta, anzi è sempre più viva, merita segnalare la pubblicazione di Planetaria (TAUT Editore) – a cura di Massimo Dagnino e Alberto Pellagatta, con apparato critico di Roberto Maggiani, David Keplinger, Erika Martinez e Jack Underwood –, antologia dal respiro internazionale che raccoglie testi di poeti nati negli anni Novanta.
L’antologia, che di riflesso ho avuto occasione di vedere nascere, germinare nella mente dei curatori, e che con vivo interesse ho potuto leggere, dal punto di vista editoriale si presenta come un grande progetto, al quale si augura d’avere fortuna. Si tratta in sostanza di un volume organico e ben strutturato e con un approfondito apparato critico che fa da stampella ai testi come lettura esegetico-storiografica.
L’altro aspetto importante di questo lavoro è chiaro che sta nell’avere raccolto componimenti di poeti nati dopo il 1985 e quindi diventa un progetto che va al di là del concetto di poesia. Ha infatti in sé – per come è strutturato, per come si presenta e per i motivi che lo hanno visto nascere – un valore ‘storico’ imprescindibile e non per ultimo di testimonianza uno peso etico. Conviene perciò procedere per gradi e cercare di analizzare questi due elementi che non solo mi stanno a cuore, ma trovo siano portanti ai fini del libro stesso e delle sue ragioni.

In primo luogo, “redigere” una antologia di questa portata non è assolutamente semplice; si tratta di essere degli ottimi direttori d’orchestra, quali si sono dimostrati Massimo Dagnino e Alberto Pellagatta: accordare gli strumenti e sentire dal fondo del concerto se i fiati si sentono quanto i violini o le viole, quanto le chitarre e i pianoforti. Per dirigere un progetto del genere a livello planetario, vale a dire raccogliere il cuore di una intera generazione in un solo libro, bisogna essere degli eccellenti letterati; perché se da una parte debbo tenere d’occhio le nuove voci, dall’altra, inevitabilmente, debbo considerare lo stile, delle loro capacità vocali. Poeti possiamo esserlo tutti e nessuno, quel che conta è avere una voce, l’essere riconoscibili all’orecchio del lettore, insomma avere un certo tono. E nessuno dei poeti presenti in questa antologia delude; tutti sembrano, nonostante la giovane età (o forse proprio in virtù di questa), essere riconoscibili. Ecco perché il lavoro svolto dai curatori è stato magistrale, tanto per rimanere nella metafora musicale, da arrangiatori nel senso nobile del termine; difatti hanno dovuto mettere assieme voci e nomi diversi per formazione e per nazione, per poi unire il tutto, come in un grande spartito, tema musicale e chiave di violino per redigere il pentagramma sinfonico. Fuori della metafora musicale, direi che i due curatori hanno agito su due piani diversi ma paralleli: quello poetico e quello storico.

Partendo dal lavoro svolto sulla poesia, Dagnino e Pellegatta hanno scandagliato il pianeta poesia per identificare le voci da assemblare; certo, dalla loro parte – ad alleggerire la mole di lavoro, per intenderci – c’era il confine anagrafico, primo criterio utile per focalizzare la ricerca. Compiuta la prima cernita, i curatori hanno dovuto valutare i testi, lo stile, soppesare la capacità espressiva; scegliere di ognuno dei poeti i componimenti più rappresentativi, come si vaglia la farina prima del suo impiego. E il gioco pare essere riuscito. Dopo tanta fatica il risultato, almeno sul piano poetico, si è completato nel migliore dei modi. Ecco allora nell’appello delle voci presenti nell’antologia, nomi di poeti italiani come Gabriele Galloni, Antonio Merola, Riccardo Canaletti, Lorenzo Cianchi, Davide Cortese, Riccardo Zippo, e poi i già noti stranieri, tra i quali lo spagnolo Cristian Alcaraz, gli inglesi Ella Frears, David Leo, Dina Basso, Monica Sok, Sara Torres.
Tutto questo quindi nasce da un intento a mio avviso coraggioso, il cui esito è di fatto l’antologia stessa: un lavoro che dissente, quasi a volersi distinguere, dal piattume della editoria italiana. Un’editoria stanca, lontana da ogni avanguardia e non competitiva rispetto alla concorrenza degli altri paesi d’Europa. Si tratta di un settore che non brilla certo di coraggio – pochi sono i casi – che il più delle volte si mantiene su di una linea “conservativa” che non lascia margine alla scoperta di nuove “voci”, e che preferisce sostare in un limbo che genera uno stallo di comodo privo di spirito e di ricerca. Questo libro è perciò un progetto che si distingue, nato dalla nuova casa editrice TAUT, fondata di recente e che come pochi – e sottolineo pochi, vogliate scusarmi per il tono polemico – editori in Italia fa da talent scout.

Detto questo, accanto, o parallelamente, al discorso poetico si interseca l’altra peculiarità: la questione storica. Difatti la domanda che sorge spontanea – più da lettore che da letterato quale sono – è: che senso ha presentare un’antologia oggi?
La risposta è molto semplice e laconica: ha importanza determinante sia sul piano poetico sia su quello storico. Nell’ottica poetica sicuramente raccogliere per un solo mosaico tante voci di una sola generazione di poeti dà senso a Planetaria come di un progetto compiuto, organico. Se in un primo momento abbiamo di fatto visto l’importanza delle voci, se pur per sommi capi, di questi giovani, adesso, nel proseguo del discorso, non possiamo che evidenziare la forza prorompente che l’operazione può avere; una tensione sorta da un lavoro capillare di scelta su ciascun autore eseguita a monte. Viene quindi per istinto da porci la domanda: come sono stati eletti questi poeti? Ecco allora che la cernita non è dovuta solo al tentativo di unire esponenti di una sola generazione in un unico quadro, ma nell’aver saputo distinguere le “voci” più rappresentative in merito alla capacità espressiva di questi poeti in erba, in relazione alla loro credibilità letteraria. Un’attendibilità che si evince da un criterio di lettura “clinico” eseguito dai due curatori che con audacia sono andati a cercare tra i versi di questi autori le caratteristiche della buona poesia: dall’estetica, alla musicalità, sino alla maestria del saper esprimersi in metrica. Ecco allora che la scelta ci può ricordare Aristotele della Poetica, dove l’illustre filosofo sostiene che tutti possono scrivere in versi ma i veri poeti sono pochi. La giovane leva presente in questa miscellanea è stata inserita quindi con cura e non a caso per fare numero. Ogni “voce” riflette una propria storia, un proprio percorso biografico e artistico. Mentre invece l’importanza storica sta nel “documento” internazionale dell’antologia che è appunto un’antologia che unisce in sé percorsi e storie biografiche, stile e soprattutto lingue e linguaggi diversi tra loro. Ecco allora che il libro si fa testimone di una stagione storica di ragazzi di culture diverse ma che respirano la stessa aria, uniti da aspirazioni letterarie. Dalla Russia a l’Italia, sino alla Spagna e oltre il sentimento di questi ragazzi sembra essere appunto l’attitudine alla poesia.

Altro aspetto importante che si unisce a quello storico è certamente il senso etico, il terzo e non ultimo elemento che mi sento di evidenziare e che a mio modesto avviso pare determinante ai fini dell’antologia.
Nel tirare le fila, nel mettere ordine al grande caos, nel cercare come Diogene con il lanternino l’autenticità di una generazione, i due curatori per forza di cose sono costretti a scompaginare la logica della scacchiera editoriale per ricostruire qualcosa di inedito. La forza etica di questa antologia quindi va letta in questa direzione e sul piano escatologico nello storicizzare un panorama che altrimenti sarebbe destinato a un soggiorno in purgatorio in attesa di un riscatto. Va letta nello spirito e nell’audacia di aver pubblicato una miscellanea non tanto di voci nuove, di scrittori in erba, quanto di aver unito lingue e culture diverse. Infatti non si tratta di una antologia di giovani, ma di “voci” raccolte da diversi paesi del mondo come fosse una sequenza di tracce di un “vinile” da ascoltare.
Dare quindi organicità a delle presenze tenendo in considerazione la giovane età di questi è etico già in partenza. Non ci resta quindi che ascoltare questo vinile, metterlo sul piatto o assistere alle sue prime di un concerto che ci lascia pieni di aspettative.

© Iuri Lombardi

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