Lorenzo Pompeo, La “scuola di Barcellona” (1951-1974)

La “scuola di Barcellona” (1951-1974)
di Lorenzo Pompeo

 

Nella prefazione all’edizione italiana della raccolta di poesie di Carlos Barral Diciannove immagini della mia storia civile leggiamo:

«Tra i giovani scrittori che stanno rinnovando la vita letteraria spagnola e la stanno riscattando dal silenzio di tanti anni di dittatura, il gruppo di Barcellona – i fratelli Goytisolo, José Maria Castellet, Jaime Gil de Biedma, ecc. – è per atmosfera (vicinanza con la Francia), per formazione culturale e linguistica (tutti i catalani sono sostanzialmente bilingue) e per tradizione antica e recente, molto più “europeo” del gruppo di Madrid o degli altri gruppi periferici».[1]

Quella che successivamente venne definita “Scuola di Barcellona” nacque e si sviluppò in maniera spontanea, apparentemente casuale, intorno a un personaggio, Carlos Barral, che nel 1950, appena laureato, cominciò a lavorare nella casa editrice co-fondata dal padre, morto durante la Guerra civile (di morte naturale). Fu grazie a lui se nel 1955 la casa editrice Seix-Barral, che fino a quel momento aveva pubblicato esclusivamente libri di testo, cambiò radicalmente indirizzo con l’apertura di una collana, la «Biblioteca breve», dedicata alle opere della narrativa mondiale contemporanea. Intorno a questa casa editrice (ma sarebbe più esatto dire intorno a Carlos Barral) si raccolse un gruppo di poeti e scrittori più o meno coetanei (molti di loro si erano conosciuti durante gli studi universitari e il servizio militare) accomunati dal rifiuto dell’oscurantismo culturale imposto dal regime franchista. Non erano solo le passioni letterarie e politiche a legarli, ma anche una profonda e solida amicizia. È lo stesso Barral che racconta nel suo libro di memorie, Gli anni senza scuse, gli incontri settimanali che si svolgevano nella sua casa di Calle San Elias:

«Avevamo destinato le sere del martedì al salotto intellettuale […]. Notti senz’altra frontiera che le luci dell’alba o la panne alcolica e che sovente si concludevano all’ora di andare in ufficio. Rapidamente però le sere del martedì si trasformarono nel riferimento principale di una settimana punteggiata di incontri solo apparentemente casuali, di serate più ristrette, di cene presiedute dalle varie ossessioni letterarie. […] Bisogna anche dire che tutti eravamo molto reciprocamente coinvolti nel vissuto personale di ognuno, per cui le serate del martedì venivano anche ad assumere un aspetto di confessione psicoterapeutica».[2]

Una volta avviata la nuova collana della casa editrice Seix-Barral, anche la sede della casa editrice divenne un ritrovo:

«Era un luogo dove erano continue le visite impreviste, perché era un posto accogliente, comodo da raggiungere, vicino ai percorsi principali e dove passava la gente e anche alle stazioni della metropolitana. Una cascata di pettegolezzi sul gruppo di Bloomsbury recitata da Gabriel Ferrater, o una prudente esposizione di Castellet contro la letteratura d’autore potevano riempire mezza mattinata».[3]

Il poeta Jaime Gil de Biedma, che Carlos Barral aveva conosciuto all’università, fu una figura chiave di questo gruppo, del quale fecero parte anche i fratelli Goytisolo, il poeta di Oviedo Ángel González, il quale proprio in questi anni si era trasferito a Barcellona, il critico José Maria Catellet (quest’ultimo avrebbe curato, nel 1960 la storica antologia Veinte años de poesia española, che rappresentò un punto di arrivo di questo gruppo di intellettuali e poeti).
Quasi tutti, con l’eccezione di Gabriel Ferrater (il quale un po’ più tardi cominciò a scrivere poesia in catalano) scrivevano e pubblicavano in castigliano, una scelta che per un gruppo di poeti di Barcellona non è cosa scontata. Lo spiega bene Barral, che a proposito dichiara:

«Scrivevamo in una condizione scomoda dall’interno e verso l’esterno. […] Scrivere in castigliano ci rendeva complici della Guardia Civil, delle forze che reprimevano una cultura di cui condividevamo il destino storico e la condizione politica, ma che non era la nostra, rispetto alla quale eravamo immediatamente estranei. Per gli scrittori in lingua catalana, per la società letteraria catalana […] saremo risultati essere, sia pure senza il nostro consenso, strumenti dell’occupante, collaboratori della cultura imperiale e castrante».[4]

Ciò naturalmente complicò enormemente la vita di questa comunità di poeti e amici, i quali faticarono molto a pubblicare le proprie poesie. Non fu solo e tanto la censura l’ostacolo più serio da superare, quanto il timore degli autori stessi di essere fraintesi e strumentalizzati. A ciò si aggiunga il desolante e frastagliato panorama delle riviste letterarie del dopoguerra spagnolo, nel quale le occasioni offerte ai giovani poeti non erano molte.
Dal punto di vista della poetica generazionale, i contemporanei fermenti europei, e soprattutto francesi, poterono penetrare attraverso timide aperture (lecite ma solo all’interno del circoscritto recinto del mondo accademico). Scrive Giovanna Calabrò nella sua Introduzione all’antologia La rosa necessaria:

«I giovani si accostano al mondo in fermento della cultura europea più viva, all’Esistenzialismo francese, Sartre, Simone de Beauvoir, leggono Pavese, Vittorini, la narrativa neorealista, Brecht, Gramsci, il romanzo americano».[5]

Ma se per quanto riguarda la prosa, come scrive giustamente Calabrò, il realismo parve più idoneo a esprimere le istanze etico-politiche della letteratura, «più problematico e meno appariscente fu il processo in poesia per la sua tendenziale vocazione minoritaria e l’impossibilità dunque di forzarla entro certi limiti che le sono propri».[6]

Anche se i termini di questo dibattito appaiono oggi poco comprensibili, perché legati a un’epoca ormai lontana, le premesse politico-ideologiche furono parte fondamentale dell’orizzonte intellettuale di questi poeti, assumendo un peso specifico a volte persino eccessivo. Questo eccesso di “politicizzazione” della letteratura, dovuta anche alle limitazioni delle libertà di stampa imposte dalla censura (i letterati si sentirono investiti del compito di offrire una visione della realtà differente da quella offerta dalla propaganda di regime), complicò non poco la vita dei poeti, che si sentivano in obbligo di giustificare dal punto di vista ideologico ciò che avrebbero scritto prima di averlo messo sul foglio.
Uno dei primi punti di incontro di questo gruppo di poeti e intellettuali barcellonesi fu Laye; nonostante il fatto che l’antologia non abbia mai visto la luce, la sua realizzazione rappresentò la diretta codificazione del “gruppo barcellonese”; fu necessario quindi un paziente lavoro, che si sobbarcò in gran parte José Maria Catellet, per mettere a fuoco l’identità di questo gruppo. Scrive a proposito di questa antologia Giovanna Calabrò:

«Questa di Castellet si poneva organicamente e deliberatamente come interprete critica delle principali istanze culturali, esistenziali e politiche del processo evolutivo della poesia del dopoguerra. La ricostruzione storica di questo panorama pur dimostrando ricchezza documentaria e finezza argomentativa, non era aliena da un certo schematismo, la cui ragione andava forse rintracciata nelle motivazioni prevalentemente politico-ideologiche che avevano presieduto la nascita dell’opera».[7]

Carlos Barral, coinvolto nella doppia veste di editore e autore, in merito alle infinite discussioni legate alla preparazione dell’antologia («il ricordo di quella storia mi disturba alquanto», confessò)[8] – racconta:

«Vi era in quella che chiamo manovra d’ufficio, una certa volontà di rivalsa da parte di tutti, o di tutti meno del critico. Fino ad allora, e da quando eravamo entrati nel gioco, il riconoscimento da parte della società letteraria consolidata ci riusciva molto difficoltoso. Ottenere di leggerci in carta di stampa era stato, in ciascun caso, arduo e penoso».[9]

Per i motivi che abbiamo fin qui enumerato, i poeti del gruppo scrissero e pubblicarono poco (a quanto detto si aggiunga una marcata propensione verso l’alcool, che accompagnava immancabilmente, nelle forme più varie, le interminabili discussioni di carattere politico e ideologico), anche se le loro poesie lasciarono una precisa impronta e furono un punto di riferimento per i poeti della generazione successiva.
Come nota giustamente Gabriele Morelli ne La generazione del ’50, «L’opera di Gil de Biedma è quella che meglio riassume le tendenze espressive della poesia spagnola degli anni Cinquanta». Arte poetica, dedicata a Vicente Aleixandre, può essere considerata un vero e proprio manifesto della sua poetica:

La nostalgia del sole sui terrazzi,
sul muro di cemento color colomba
– eppure così vivido – e il freddo
Improvviso, che quasi sorprende.
La dolcezza, il calore delle labbra, da soli
in mezzo alla strada familiare
come in una grande sala dove sono accorse
folle lontane come esseri amati.
E soprattutto la vertigine del tempo
il grande abisso che si apre fin dentro l’anima
mentre in alto galleggiano promesse
che svaniscono, proprio come schiuma.
È senza dubbio il momento di pensare
che il fatto di essere vivo esige qualcosa,
forse eroismo – o più semplicemente
qualche umile cosa comune
la cui scorza di materia terrestre
maneggiare con un po’ di fede?
Parole, per esempio,
parole di famiglia tiepidamente lise.[10]

Questa poesia fu pubblicata da Jaime Gil de Biedma in Compañeros de viaje, raccolta con la quale debuttò nel 1959. Nato nel 1929 a Barcellona, città nella quale visse tutta la vita, in una famiglia dell’alta borghesia, in Arte poética l’autore compie un impietoso e sofferto esame di coscienza, cosa che implica un rifiuto di qualsiasi decorazione lirica o fuga in surrealistiche finzioni. Al centro della sua poesia c’è l’individualità dell’autore stesso, il quale convisse tutta la vita con un acuto senso di colpa nei confronti del suo status altoborghese. Quando il poeta rievoca la sua infanzia dorata e privilegiata, lo fa con uno sguardo consapevolmente malinconico e dolente, allo scopo di mettere in risalto il suo disagio e la precaria condizione esistenziale. Le sue convinzioni politiche furono di sinistra, ma la richiesta di entrare nel Partito Socialista catalano venne respinta per via della sua omosessualità (la quale traspare in modo abbastanza evidente anche dalle sue poesie). Ciò malgrado, il suo orizzonte ideologico fu chiaro ed esplicito, anche se filtrato attraverso un’amara consapevolezza personale che gli precluse ingenue fughe nei mondi dell’utopia socialista. L’intelligenza corrosiva di cui era evidentemente dotato ebbe la meglio anche sulla poesia.
Per questo motivo, a partire dal 1974, quando ormai era un autore noto, smise di scrivere poesie, dichiarando che ormai non aveva più nulla da dire. Per tutta la sua vita Gil de Biedma rimase sempre fedele alla dichiarazione di poetica degli esordi, a quelle sue parole di famiglia tiepidamente lise, una poetica apparentemente umile e modesta, aliena da ogni artificio poetico. Ma proprio la nudità delle ragioni più intime ne costituisce la sua grande forza. Gil de Biedma non fu un letterato di professione (per vivere lavorò a lungo presso la Compagnia generale del tabacco delle Filippine di cui il padre era direttore). Anche per questo la sua onestà intellettuale è un dato innegabile, che si rispecchia anche nelle sue poesie. Arte poética segna l’inizio di un’avventura intellettuale che finirà nel silenzio e nella più completa sfiducia nei confronti della stessa poesia al termine di un cammino sofferto e lungo. Morirà di aids nel 1990 all’età di sessant’anni al termine di una vita vissuta intensamente.

Completamente diversa la parabola esistenziale e artistica di Carlos Barral, che fu costretto a sacrificare la sua vocazione e la sua creatività artistica al “mestiere” di editore, specialmente quando prese corpo la sua idea di realizzare in Spagna un premio letterario di livello europeo, il Premio Formentor:

«A partire, almeno, dalla conversazione con Einaudi, avevo dovuto aprire la porta a quel personaggio che stavo diventando, quello dell’“editore spagnolo” che, all’estero, si aggirava con la cappa sulle spalle. Un personaggio da impersonare ventiquattr’ore al giorno, che doveva sorbirsi una montagna di letture obbligate, condannato all’ipocrisia del commercio intellettuale, alla relazione di tipo politico, relegando la mia parte più intima e autentica di se stesso a qualche occasionale bevuta o ai fine settimana. Una situazione pessima per il poeta lirico che ero convinto di essere».[11]

Dopo aver pubblicato l’antologia, infatti, la casa editrice Seix-Barral avviò la pubblicazione di una collana, diretta da Castellet e intitolata significativamente «Collioure», che tra il 1961 e il 1966 avrebbe pubblicato tutti i più importanti poeti della generazione degli anni ’50: tra loro Ángel González e il suo Sin esperanza, con convencimiento (1961); José Agustín Goytisolo, Años decisivos (1961); Carlos Barral, Diecinueve figuras de mi historia civil (1961); José Ángel Valente, Sobre el lugar del canto (1963); Jaime Gil de Biedma, A favor de Venus (1965); e Alfonso Costafreda, Compañera de hoy (1966).
Come poeta, Carlos Barral aveva esordito a ventidue anni, nel 1952, con una plaquette pubblicata della rivista «Laye». Aveva già manifestato in questa raccolta giovanile i segni di una poetica caratterizzata da un lirismo ermetico e da un controllo costante e vigile della parola, delle assonanze e del ritmo. I temi più ricorrenti in questa fase sono il rapporto tra l’uomo e la natura, al quale si ricollega l’erotismo. Come esempio delle liriche di questo periodo possiamo citare Le acque reiterate, la lirica che dà il titolo al libro:

Piovi,
in te s’addensano
come quelle del mare da cui vengono,
le acque reiterate del tuo sogno,
il tuo novero di nubi e pesci.

Nel tuo scorrere mite
elevata la luce verso i picchi
sale.
Da lì proviene il figlio
come un gregge mansueto
che discende negli umidi pendii
e avvicina la fonte
delle viscere oscure, grano a grano
come una profonda
cascata di ciliegie.[12]

La successiva raccolta, Metropolitano, del 1957, fu la conferma del talento del giovane poeta, che aggiunse una nota metafisica, frutto di una evidente maturazione. Mentre la successiva raccolta, 19 historias de mi historia civil, uscito nel 1961, un ripiegamento verso una forma di realismo sui generis (in queste 19 liriche l’autore ripercorre le tappe della sua infanzia e adolescenza) può essere considerato un tributo a quelle che erano le tendenze neorealistiche del momento. Successivamente riprenderà il filo della sua produzione giovanile a partire da Usuras. Cuatro poemas sobre la erosión y la usura del tiempo del 1965, dalla raccolta Figuración y fuga.
Per completare il quadro di questo gruppo dobbiamo menzionare una figura che, anche se solo marginalmente, ne fece parte: il poeta di Oviedo Ángel González. Era nato nel 1923, qualche anno prima di Barral (1928). La sua infanzia fu segnata in modo indelebile dalla Guerra Civile. Aveva perso il padre quando aveva appena diciotto mesi e il fratello, caduto in guerra nel 1936, ed era stato testimone anche della fame nell’immediato dopoguerra. Questa ombra è ben presente nella sua poesia fin dai suoi esordi. La sua prima raccolta, Áspero mundo (trad, it. “Mondo inospitale”) era stata pubblicata a Madrid nel 1956. In essa compare Perché io mi chiamassi Ángel González: 

Perché io mi chiamassi Ángel González,
perché il mio essere contasse sulla terra,
fu necessario un grande spazio
e un lungo tempo:
uomini di tutto il mare e di tutta la terra,
fertili ventri di donna, e corpi
e altri corpi che si fusero continuamente
in un altro nuovo corpo.
Solstizi ed equinozi illuminarono
con la loro luce cangiante, nel loro cielo diverso,
il viaggio millenario del mio corpo
salendo su per i secoli e le ossa.
Del suo passaggio lento e doloroso
dalla fuga fino alla fine, sopravvivendo
a naufragi, aggrappandosi
all’ultimo respiro dei morti,
io non sono altro che il risultato, il frutto,
quello che resta, marcio, tra i resti;
quello che qui vedete,
solo questo:
un rudere tenace, che resiste
alla propria fine, che lotta contro il vento,
che avanza per cammini che non portano
a nessun luogo. Il successo
di tutti i fallimenti, la forza
demente dello scoramento.[13]

Il poeta asturiano giunse a Barcellona dopo avere pubblicato la sua prima raccolta a Madrid, grazie ai buoni uffici di Vicente Aleixandre, che lo presentò al gruppo, ma fu protagonista di un divertente episodio aneddotico che Carlo Barral riferisce nelle sue memorie e che si svolse in una delle tante riunioni del martedì:

«La conversazione si fece quindi più densamente “resistenziale” e impegnata. Nessuno più prestava attenzione al barbuto poeta asturiano, amico di Vicente Aleixandre, che osservava silenzioso la scena bevendo cognac in un angolo. Nella prima mezz’ora dal suo arrivo, aveva avuto il tempo di raccontarmi che era stato maestro elementare a Primout, un paesino leonese, e che successivamente era entrato a far parte di un corpo di Amministrazione dello Stato. La serata terminò come al solito. […]. A metà mattina il telefono dell’ufficio incominciò a squillare con insistenza […]. Cosa sapevamo di González? Non aveva forse detto che apparteneva a un corpo dell’Amministrazione statale? Forse, era un poliziotto […]. Finalmente riuscimmo a contattare Aleixandre. “Ángel? Ángel González? Un poeta eccellente […] una persona di sinistra, chiaro, di assoluta fiducia. Come avevamo potuto pensare…?” E Ángel González divenne un habitué delle nostre serate».[14]

L’antologia Nueve novísimos poetas españoles, che uscì nel 1970 e segnò un passaggio fondamentale nella storia della poesia spagnola. Il nome di Manuel Vázquez Montalbán, allora quasi del tutto sconosciuto al lettore italiano (l’antologia venne pubblicata in Italia sei anni dopo), vi occupa un posto di primissimo piano. Il curatore dell’antologia fu sempre Josep Maria Castellet, il quale lo considerava il capofila dei giovani poeti spagnoli. Anche lui di Barcellona, città che dal punto di vista culturale in quegli anni era diventato un crocevia importantissimo in tutto il mondo ispanofono. Infatti in relazione al fenomeno del cosiddetto “boom latinoamericano”, a cavallo tra la seconda metà degli anni ’60 e i primi ’70, un ruolo fondamentale, oltre a Carlos Barral, che pubblicò Vargas Llosa con la sua casa editrice, lo ebbe la figura di Carmen Balcells, agente letteraria di Barcellona che ebbe sotto contratto quegli autori latinoamericani che sarebbero divenuti di lì a poco i protagonisti assoluti della scena letteraria mondiale. Non è un caso se tra il 1967 e il 1975 Gabriel Garcia Marquez abitò stabilmente a Barcellona, mentre Mario Vargas Llosa visse qui tra il 1970 e il 1974. In questo clima culturale così vivace si collocano le due prime raccolte di poesia di Manuel Vázquez Montalbán, Una educación sentimental, del 1967 e Movimientos sin éxito, pubblicata nel 1969, grazie alle quali il futuro autore della fortunata saga dell’ispettore Pepe Carvalho venne considerato il capofila di quella nuova generazione che segnò una netta rottura con il realismo e con l’intimismo dei poeti più anziani. Nelle poesie del trentenne Montalbán irrompe il linguaggio dei mass-media come reazione a una dilagante affermazione, anche nella Spagna franchista, della società dei consumi, che l’umanesimo non è ormai più in grado di contrastare. Egli stesso, nella citata antologia, dichiara:

«Nei miei primi versi chiedevo libertà, pane, giustizia, scuole gratuite e amore libero […]. Ora scrivo come se fossi un idiota, unico atteggiamento lucido che si può consentire un intellettuale sottoposto a una organizzazione della cultura precariamente neo-capitalista come la nostra».[15]

Fettine di limone per il lettore di oggi può apparire come una poesia divertente, ludica, permeata da quell’ironia che caratterizzò la sua produzione poetica di quegli anni:

Succhi di sole, calda
estate, si digeriscono
alghe,
lente come annegati, già
abbiamo appreso il linguaggio
del juke-box, dell’amore
fox, e soprattutto trot, lento,
vivo
adagio cuore,
cavallo,
pazzo, triste, stramazza il corpo,
come in una poesia sentimentale,
o degli altri
che importa ormai?
il lento rotolare delle arance,
i seni, gli obici, la bomba,
le teste,
se canta Paul Anka
l’antica storia di Young Alone?
Anche noi lo fummo,
e perciò forse
Madre Coraggio porta il bikini, canta
schiuma sullo sci acquatico
di fronte alla minacciosa verga
ciminiere di fabbriche e cannoni
sotto l’utero atomico di un b-27
preferibile che ci sveglino
le sirene,
è preferibile che umidamente affoghiamo.[16]

Nella citata lirica, l’autore ricorre alla tecnica del collage, mescolando senza alcun imbarazzo slogan, canzonette, citazioni letterarie e pubblicità, una scelta che ci ricorda da vicino la pop-art (proprio in quegli anni cominciava a diffondersi anche tra gli artisti spagnoli). Ma quello di Montalban fu l’ultimo fuoco d’artificio che rischiarò i cieli della poesia nella città catalana.
Nel corso degli anni ’70 si tolsero la vita due personaggi importanti di questo gruppo: Gabriel Ferrater nel 1972 e, due anni dopo, nel 1974, Alfonso Costafredda. Da quell’anno anche Jaime Gil de Biedma smise di scrivere. Montalban nel 1972 aveva inaugurato la fortunata saga dell’ispettore Pepe Carvalho e da allora si volgerà principalmente alla prosa.

© Lorenzo Pompeo

 

[1] Carlos Barral, Diciannove immagini della mia storia civile, il Saggiatore, Milano 1964. p. 9.
[2] Carlos Barral, Il volo oscuro del tempo, il Saggiatore, Milano 2011, p. 147.
[3] Ibidem, p. 136.
[4] Ibidem, pp. 196-197.
[5] La rosa necessaria. Poeti spagnoli contemporanei. A cura di Giovanna Calabrò, Feltrinelli, Milano 1980, p. 10.
[6] Ibidem, p. 11.
[7] La rosa necessaria. Poeti spagnoli contemporanei, a cura di Giovanna Calabrò, Feltrinelli, Milano 1980, p. 11.
[8] Ibidem, p. 195.
[9] Ibidem.
[10] La rosa necessaria. Poeti spagnoli contemporanei, Feltrinelli, Milano 1980, p. 77.
[11] Ibidem, p. 221.
[12] Carlos Barral, Poesie scelte, p. 23.
[13] Traduzione di Gabriele Morelli, tratta da: Poesia spagnola del novecento. La generazione del ’50. Le lettere, Firenze 2008, p. 47.
[14] Ibidem, p. 149-150.
[15] Da Poetica, in: Giovani poeti spagnoli, p. 144.
[16] Da: Giovani poeti spagnoli, Einaudi, Torino 1976, pp. 13.

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