Davide Zizza, Piccolo taccuino occasionale

Davide Zizza, Piccolo taccuino occasionale,
Edizioni Ensemble 2020

Nota di Anna Maria Curci

 

Nel brusio dei giorni e nel silenzio che risuona nella notte, rimane desto chi sa che la povertà non è nel quotidiano, bensì, come ricorda Rilke nella prima delle Lettere a un giovane poeta, quella datata 17 febbraio 1903 («Se la sua quotidianità le appare povera, non la accusi; accusi sé stesso, si dica di non essere abbastanza poeta da chiamare a sé le sue ricchezze, giacché per chi crea non c’è povertà e non c’è luogo povero, indifferente»),[1] essa risiede semmai nello sguardo disattento e sguarnito.
La veglia e l’attenzione, allora, sono insieme strumenti e indispensabile corredo di chi scrive poesia, qualunque sembiante o corso la poesia stessa scelga, dal poema di lunga estensione, al frammento, all’appunto.
Nel suo Piccolo taccuino occasionale (Edizioni Ensemble, 2020) Davide Zizza dà prova di conoscere e di praticare questa visione, questo faro che è fondamento e approdo, con la tenacia di chi è devoto all’ascolto della parola e con la consapevolezza di ogni scabro e solitario scoglio in cui questo ascolto assorto e completo puntualmente si imbatte.
Ogni testo della raccolta, dal gruppo delle brevissime terzine ai componimenti più estesi, passando per le quartine, reca traccia di una cura fervida e fervente, annotata e nutrita quotidianamente o, meglio, ogni giorno e ogni notte e per ogni delicato passaggio tra queste due dimensioni, del crepuscolo colto nelle più minute sfumature e, non di rado, con la punta perfino dolorosamente incisiva della penna, della testimonianza di quel viaggio che muta e che trasforma (Edmond Jabès da Il libro delle interrogazioni riportato in esergo).
Non è un caso, allora, che due poesie distanti nel tempo di composizione, Katchar del 2002 e Rito, dedicata a Sciascia, che fa invece parte del gruppo più nutrito dei testi in questa raccolta, composti tra il 2014 e il 2016, appaiano affiancate qui e insistano sui verbi “conficcare”, “lacerare”, “mordere”, insieme ad “attendere”, “concertare”, così come sui sostantivi “penna”, “pietra”, “pugnale” insieme a “letargo”, “silenzio”, “vento”.
Il «filo» che «separa dalla salvezza del giorno» (p. 22) non solo è sottilissimo, ma è accompagnato dalla netta percezione dell’ombra (nel significato molteplice, questa, del lato oscuro, inconfessabile, di un “compagno segreto” che non può essere separato dal visibile, dal noto alla coscienza, e di un rifugio, un riparo), dell’aggressione, dell’agguato, così come dell’incursione, dell’inabissamento intenzionale nei territori segreti, da cui non si può tornare che diversi da prima, in più di un senso rinnovati, sicché l’agguato, l’imboscata diventa epifania: lo slancio della poesia sta nel «tendere l’imboscata all’epifania».
Sono viaggi nella notte e nel giorno che riportano i colori nitidi (Cartolina di Mallarmé, p. 28) e i chiaroscuri («Ieri il tramonto/ imitava un dipinto di Turner», p. 34) che, già all’inizio del 2012, avevamo trovato in Dipinti e introspettive, con un respiro più ampio, tuttavia, un battito più incisivo, che ha fatto tesoro della lezione di Ruah e che si muove tra cielo e terra, con una attenzione esplicita e dichiarata alla storia, alla storia della propria vicenda esistenziale inserita in quella delle  generazioni coeve e di altre generazioni. In tal senso, tra i richiami fecondi ad autori e testi di riferimento, spiccano quelli a Franco Fortini in Sonatina: «Scrivere è ricordare di aver vissuto» (p. 11) e a Vittorio Sereni di Diario d’Algeria in Il fallimento della storia: «Sono scampato con altre generazioni/ ai gorghi muti e oscuri:/ la data di nascita ci ha risparmiati/ dal fallimento della storia».

© Anna Maria Curci

[1] La traduzione è mia. Edizione di riferimento: Rainer Maria Rilke, Briefe an einen jungen Dichter, Diogenes Verlag, Zürich 1997, p. 16.

 

La sonatina

Il ticchettio della tastiera,
Olivetti Lettera 22.
Un ricordo della scuola
il tic-tac binario sulla carta.

(il mio demone ingenuo
scriveva di notte poesie
e un romanzo che
appena concluso andò nei rifiuti;
la copia carbone servì per il saggio
sul teatro di De Filippo
per l’esame di stato).

Qualcuno m’incitò con un «scrivi»,
quell’unico carattere che dopo anni
seppi chiamarsi courier
(il mio demone ingenuo…).

Un meccanismo manuale:
colpi di martelletti
seguiti da geroglifici a penna,
ripensamenti, abrasioni, correzioni.
Una sonatina, disse un poeta,
più forte delle armi da guerra.

Scrivere è ricordare di aver vissuto.
Credo lo scrisse anche Fortini
da qualche parte. Forse proprio
con una Olivetti Lettera 22.

 

Due quartine

Se graffi l’esperienza col tuo respiro
la linea si dilata fino a contenere
cuore e corpi e atomi
di ossigeno, creando vita dalla parola.

Se ferisci il tempo della pagina
ne conquisti l’ostia e il sangue,
ti appropri dell’ironia e dell’anima,
baciando labbra di inchiostro.

 

Katchar

Ho conficcato una pietra nella memoria,
una pietra votiva che resti,
ex-voto alimentato da trasandata tristezza –
silenzio dei giorni. Attendo che il letargo
mi colga su questa pietra
per farmi della stessa sostanza del vento.

 

Rito

a L. Sciascia

La punta lacera in superficie,
quasi mordendo il petto –
pupazzo di carta nero pugnale,
rito vudù concertato fra la penna
e la mente, un antico giuramento
nel farsi male.

 

Un filo mi separa dalla salvezza
del giorno: l’ombra di un edificio, il sole,
rumori e voci si avvicinano e poi sfumano,
motori di barche rimbombanti nel porto,
latrare di cani randagi, il moto di una bicicletta,
il caffè, un profumo –
tutto questo può essere la soluzione,
tendere l’imboscata all’epifania,
sciogliere così il piombo dell’aridità.

 

Cartolina di Mallarmé

la domenica
un acquerello dall’azzurro perfetto –
la pioggia di stanotte una preghiera
su tetti e lampioni:
la città odora di seppia

rifrazioni di luce sui lastricati
così il giorno accoglie la fiera

(carte geografiche, lampadari,
porcellane, libri di Camus,
ferri da stiro arrugginiti,
riviste di Skorpio, videocassette di Ben Hur
di fianco a film proibiti e, di là nascosta,
una Olivetti, forse dai tempi di Fortini)

l’occhio si rinfresca
la mente si abbandona ai rumori
il nitore dell’immagine si conserva
sull’ultimo rintocco del campanile

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