Bustine di zucchero #29: Vittorio Sereni

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Sereni

La lucidità è la ferita più prossima al sole, ha scritto René Char nei Feuillets d’Hypnos. E Vittorio Sereni, che di Char è stato traduttore, ha perseguito nella sua poetica una quête come «viandante stupefatto/avventurato nel tempo nebbioso», in cui purezza e narratività entrano in contatto; una ricerca la cui lucidità riflette, per l’appunto, una ferita profonda, cicatrice che ha il nome di esperienza. Nel suo secondo tempo poetico, Diario d’Algeria, si riscontra una tensione oscillante tra essenzialità ermetica ed esigenza di diarismo che scaturirà nel romanzo lirico degli Strumenti umani (P.V. Mengaldo). Quest’ansia del dire si rispecchia nella dialettica fra oggettivo e soggettivo, fra collettivo e individuale. L’uomo Sereni vive l’esperienza della guerra, eppure se ne sente alienato – alienazione rimarcata dalla prigionia da lui patita in Nord Africa durante il conflitto –, e avverte, in conseguenza della sua non partecipazione, lo scacco per il mancato appuntamento con la Resistenza. Nel Diario, infatti, il suo stato di prigioniero «escluso dalla storia inaugura – sul diretto piano personale dell’io – la condizione del morto-non morto, trasferendola dall’antropologica percezione dell’altro scomparso a quella del sé» (E. Testa). Confinato, quindi, nell’«angolo morto», nel «girone grigio» della prigionia, il poeta tenta di conciliare nella riflessione e nel sentimento le due dimensioni umane, interiore e collettiva, con un dettato alto, puro, prossimo al prosaico, per comprendere il significato dell’itinerario vissuto. Tuttavia, in quello spazio purgatoriale, anche una partita di calcio fra prigionieri diviene occasione perché riemerga qualcosa di vitale dal fondo; poi la corsa dell’ala sfuma come una chimera e, similmente, nell’interiorità del poeta una scia di amarezza si fa strada. La coscienza rivela, però, un altro nervo scoperto della poesia; la sua stessa natura risiede nella rievocazione a lungo termine, capace di svelare ulteriori tessuti interpretativi sia al lettore sia all’autore stesso. In proposito, Laura Neri ricorda che, in Nota alla prima edizione del Diario d’Algeria, Sereni dichiara che «le singole date vanno comunque riferite, là dove appaiono, alle circostanze che originarono i versi e non al tempo dell’effettiva stesura». Pertanto non solo due dimensioni, ma pure due tempi, non solo il Sereni prima e dopo la chiamata alle armi, ma il Sereni la cui scrittura riflette sul materiale umano in un momento successivo. È il senso della rivisitazione memoriale, dello scavo del tempo nella poesia o nel singolo verso che concede, redivivo, attimi di luce, quando agli inizi sembrava non suggerire che un frammento ‘altro’ della verità. È, questa, una delle finalità più alte cui tende la poesia e che possiamo riassumere proprio con le parole di Sereni riferite alla raccolta Fogli d’Ipnos di Char, ovverosia «nella ricerca della fusione totale fra la vita e la poesia». In altre parole, questa ferita prossima al sole coincide pure con il recupero della grazia.

Bibliografia in bustina
V. Sereni, Diario d’Algeria, Firenze, Vallecchi, 1947; rist. Milano, Mondadori, 1965 (1979, 1996), poi Torino, Einaudi, 1998 (con prefazione di G. Raboni), p. 21.
P.V. Mengaldo, Poeti italiani del Novecento, Milano, Mondadori, 1978, pp. 745-752.
E. Testa, Di alcuni motivi antropologici nella poesia di Sereni, in E. Esposito (a cura di), Vittorio Sereni, un altro compleanno. Atti di convegno, Milano-Luino, 24-26 ottobre 2013, Milano, Ledizioni, 2014, pp. 29-41.
L. Neri, Le forme del tempo in Diario d’Algeria, in Vittorio Sereni, un altro compleanno, cit., pp. 115-125.
Archivio Sereni: Diario d’Algeria.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: