Elena Ramella, Anatomia di un’assenza (rec. di Sabatina Napolitano)

Anatomia di un’assenza (di Elena Ramella, Ensemble 2019) è un corpus lirico di poesie che a un primo sguardo potrebbe dirsi “confessional poetry” ma che invece è capace di rivelare molto della condizione del poeta oggi, e in questo caso anche dello scrittore. È ben raro infatti trovare giovani autori che siano anche degli accattivanti scrittori, nel caso di Ramella è evidente che la sua voce riesce a distinguersi in modo intelligente all’interno dell’arena del campo poetico e narrativo. Questo perché la sua poetica ruota intorno a immagini nette, definite, sedi di una collocazione precisa tra la narrativa e la lirica. Ramella, torinese, ha vissuto in Francia e ha dedicato parte dei suoi studi all’opera di Raboni. È perciò impreciso parlare della sua tessitura senza considerarne le motivazioni: la sua speculazione non è infatti solo uno dei primi passi della pedagogia letteraria ma è soprattutto il percorso erotico che si svincola per l’amore dell’arte intesa come letteratura, traduzione, poesia, perché l’autrice è una giovane assennata e di forte intuito che ha compreso quasi come una norma che in letteratura l’intenzione è sempre mascherata. Quindi l’assenza non è semplicemente il campo di una distanza ma è piuttosto la ragione intorno alla quale ruotano i fiori della letteratura e del tempo. Così come l’autrice stessa afferma in una nota in esergo, l’assenza è la musa stessa, più precisamente l’allegoria dell’ispirazione. In questa immaginazione felice è evidente che l’opera di Ramella merita di essere contestualizzata e citata. È lei stessa infatti a definire la sua poetica come dialogo; “l’assenza è un dialogo”. Con questo si intende l’amore non solo per il riempimento delle scene puramente scenografico del poeta ma il sentimento perturbante e realistico, nonché autentico, del “sentire” sulla pelle la sensazione. In altre parole, non ci troviamo di fronte a un’opera puramente di sensazione, Ramella è l’unica oggi (o una tra le poche contemporanee) ad essere capace di descrivere il sentire, il lavoro su di sé, dell’essere presenti negli atti, nel corpo, nei sensi. In questo agire la sua poesia non può che caratterizzarsi come sofisticata e profondissima. Se è vero che molte delle poetiche contemporanee non finiscono che essere l’irrigidimento dei sensi a favore di una sceneggiatura opaca e senza vitalità, Ramella invece lascia ogni forma teatrale, spoglia la pagina di ogni legge o dignità civile puramente e orgogliosamente per scrivere ciò che sente. Quindi in questo autentico si riconosce il barlume dell’esistenziale.

© Sabatina Napolitano

 

Pelle, contenitore di tutti i miei movimenti,
di tutti i miei sentimenti.
Si allarga, si restringe
il mio argine, la diga che mi impedisce
di rovesciarmi all’esterno.

Pelle, che mantieni la mia interiorità,
mi proteggi, allo stesso tempo resistente
tenace, resiliente.
Scopro lividi per caso
che non so come mi sono procurata.
Scopro che alcune ferite
hanno lasciato delle cicatrici
che rimarranno per sempre, ma mentre tamponavo il sangue
ancora non lo sapevo.

Pelle contro pelle.
Pelle a pelle.
Pelle su pelle. Il bruciore irradiatosi verso l’interno
l’avrei sempre ricordato.
Per te avrei sentito quello stesso dolore
pungente.

La pelle si rimargina
le cellule si rigenerano,
quella che ora mi avvolge
non è più quella che hai accarezzato.
Ma le cicatrici della memoria
non rispondono a questo meccanismo biologico;
non cambiano mai.

 

Elena Ramella, nata nel 1995, laureata alla triennale binazionale italo-francese in culture e letterature del mondo moderno (nell’ultimo dei tre anni ha studiato in Francia), è poeta e scrittrice. Attualmente segue il corso magistrale in Lettere Moderne Comparate all’Università degli studi di Torino. Pubblica la raccolta di racconti Lettere dalla notte (La Gru Edizioni, 2015) e il romanzo breve Melograno (Echos Edizioni, 2016). Da un paio di anni collabora con riviste on-line (LoSbuffo, Biblon, Readerforblind, Italians Book It Better, l’irrequieto), scrivendo racconti e articoli letterari.

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