Joker

Joaquin Phoenix nei panni del Joker di Todd Phillips

Joker o della risata

Quando ho finito di vederlo prendo via Barberini a piedi, la risalgo fino a Repubblica, mi siedo sui gradini, metto le mani sulle ginocchia e mi rendo conto di essere stanca – non per la passeggiata, per quello che ho visto. E ho una grande, enorme voglia di fumare, anche se ho smesso da mesi. Perché nel film Joaquin Phoenix dava un nuovo significato al sintagma “boccata voluttuosa”, aveva una perizia con la sigaretta, una capacità di aspirarla, di giocare con il fumo, di buttarla via. L’aveva sempre tra le dita. Mi ricordo perfettamente il sapore del tabacco sulla lingua. Cerco di scacciare il pensiero, lo faccio come i bambini, scuotendo la testa, e non so se sto scuotendo il bisogno di fumare o quello che ho visto, allora mi alzo e decido di distrarmi andando a fare una delle cose che mi piacciono di più, la cacciatrice di libri, in maniera selvatica, sena nessun consiglio e nessuna aspettativa. Vado alla libreria più vicina, ma anche lì capita che qualcuno rida, fanno tutti delle risate improvvise, delle risate molto simili a quelle che Phoenix era stato così bravo a imitare, delle risate completamente prive di allegria, delle risate che avrebbero potuto interrompersi in qualsiasi momento e in qualsiasi modo e si interrompevano con la tosse, o di colpo, con un’espressione fissa e dolorosa. Mi accorgo che ogni volta che quella risata partiva io avevo l’impressione che mi si spezzasse il cuore.

Joker o dell’eziologia

Il primo ragionamento lucido che faccio con me stessa è che se studio il vaiolo non lo sto celebrando, ma mi sto attivando per trovargli una cura. E questo mette a tacere, tra me stessa e la metro in attesa, il sospetto che il film possa giustificare la violenza portando così all’estremo l’identificazione con un antieroe che, scavando nell’abisso di una malattia mentale presa a strattoni da una società che lo bistratta, supera il limite del lecito e avanza a tentoni verso il massacro. Sposto il peso da un piede all’altro, al solito sono uscita con la borsa troppo piena. Il dolore sotteso alla violenza non la giustifica. Il contraddittorio messo in scena verso la fine del film è lapalissiano quanto vero: non esiste disagio che giustifichi terrorismo, eppure è stato necessario (ecco quello che penso, entrando nella metro affollata) necessario mostrare i gradini in discesa di questo baratro. Il film parla anche di emulazione: sfilacciata eppure presente, la trama parallela della proliferazione di volti mascherati che sono convinti che la loro protesta legittimi la brutalità – tutto questo interessa a Joker solo nel margine in cui lo trova bellissimo, ma lui è fuori dalla politica, la politica è lì per tirargli la giacca e fare proprio, per ampliarlo a esigenza collettiva, un assioma privato: risponderò al sopruso con il sopruso.

Joker o della gratuità

Metà dei miei amici non dovrebbero vedere Joker per la scena delle forbici, per i detti e per i non detti, per le ellissi, per le teste spaccate, per gli inseguimenti e per il termosifone appena riferito, per il sangue che esce a fiotti dai nasi, dai torsi, dagli occhi, dalle gambe, dalle labbra. Non è questione di essere impressionabili, né bacchettoni. Ma anche loro sarebbero d’accordo su una questione: quanto più la violenza è gratuita, tanto più è necessario mostrarla, affinché acquisti quel significato accessorio che vuol dire ho subito violenza gratuita, ecco che la restituisco, non agisco nulla che sia necessario, per quanto sia stata mostrata l’origine della mia violenza io mi avvicino in questo modo al male puro, che non ha eziologia, contrariamente a quanto la ragazza ha detto nel paragrafo precedente. Non è la patologia a fare di Arthur un individuo pericoloso, ma la società che lo distrugge. Natura e cultura saltano assieme al banco e alle carte. Il Joker, legato alla società solo dal filo viscoso dell’essere reietto, si avvicina al male assoluto, come una figura inscritta in una circonferenza aumenta i suoi lati fino ad aderire al cerchio.

Joker, o della carità

Quando vidi Melancholia pensai che era un capolavoro, e che era davvero crudele da parte di Von Trier fare quest’atto di egoismo, mostrarci le piaghe aperte del suo dolore e non offrire nessuno spiraglio di salvezza. Ormai sono arrivata a casa, e di Joker mi resta potente la pars costruens. Muovere a un senso laico, o cristiano, di carità, che diventa comprensione e intelligenza attiva nel condividere l’emotività degli ultimi, i loro bisogni. Fuori da ogni paternalismo buonista, un senso di ascolto. Se fossi morto io mi avreste scavalcato, dice Arthur ormai Joker a unica giustificazione dei suoi delitti. Così come i migliaia che mettono a ferro e fuoco Gotham, avendo soffocato nella povertà e nell’umiliazione qualsiasi senso del legittimo. Joker è l’arco di discesa di un uomo verso gli inferi di se stesso, ma anche una preghiera al disinnesco di quella stessa violenza che mostra. Che è gratuita perché nutrita di se stessa. Che resta indifendibile, e disperata, eppure così perfettamente redimibile da un atto di giustizia, di carità.

© Giovanna Amato

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