Quando l’amore arde al condizionale: «La morte di Penelope» (nota di Paolo Steffan)

Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope, Venezia, Marsilio, 2019, 95 pp., 12 euro.

Racconto all’apparenza leggero ma subito penetrante, La morte di Penelope di Maria Grazia Ciani (Marsilio 2019) gioca sulla superficialità di un velo per dare profondità al mistero dell’animo di una donna straordinaria: è Penelope, sposa di Odisseo e presidio incrollabile in quell’Itaca sprofondata nelle gozzoviglie dei Proci, perché rimasta da vent’anni senza Re. Tutti la ricordiamo infaticabile e insonne tessitrice, nel suo fare e disfare la tela grazie alla quale procrastinare la propria scelta e, così, pur assediata dai Pretendenti, mantenere la propria fedeltà a un uomo distante, forse morto. Nel nostro immaginario la conserviamo ferma nella sua immobilità, «pietrificata (…), prigioniera» di un «ruolo» (p. 27). Nessuno di noi ricorda una sua parola: solo il gesto della tessitura, per seguire semmai il filo di qualche lacrima rigarle la pelle non più fresca delle gote, ancora capaci d’altronde di affascinare chi sappia cogliere – dietro gli occhi maturi di Penelope – il suo cuore predisposto all’amore, la sua «bellezza senza tempo». Ma già questa è una soglia oltre cui la lettura di Omero ci impedisce di andare, se non con l’immaginazione.
Così Maria Grazia Ciani, dopo una vita da grecista, traduttrice raffinatissima di Omero (sue le belle edizioni Marsilio dell’Iliade e dell’Odissea), ci fa dono di ciò che da lei desideravamo: sapere come «potrebbe (…) o meglio: avrebbe potuto» (p. 95) tessere la propria tela Penelope, se per un momento si fosse tolta la «maschera austera di sposa fedelissima» (p. 9), quel velo che può renderla agli occhi di un gagliardo Antinoo «misteriosa e sfuggente» (p. 7) e perciò ancor più fascinosa. Così, tutta la prima metà del racconto è all’ottativo: lui e lei sono rapiti egualmente da un fatale desiderio. La felice soluzione narrativa – già impiegata in Mentre morivo da un Faulkner estremamente omerico – è di offrire brevissimi capitoli aventi per titolo il nome del narratore in prima persona, ora Penelope, ora Antinoo: in questo modo siamo facilitati nell’auscultazione di pulsioni che sono attimi, sguardi, che conosciamo all’origine, dalle viscere del sentimento che segretamente i protagonisti covano l’una per l’altro, da noi osservati pedissequamente attraverso un duplice punto di vista interno. Ecco che ci è svelato di pagina in pagina un «pensiero tormentoso» fatto di interrogativi («potrò mai vederla da solo a sola?», p. 19), un «pensiero dominante» (p. 48) che riconosciamo già leopardiano con la nostra sensibilità di posteri. E par proprio talvolta di star leggendo il canto omonimo, quando Antinoo, rapito dall’amore, si sente prigioniero di quel pensiero che non lascia requie:

Da che ti vidi pria,
di qual mia seria cura ultimo obbietto
non fosti tu? quanto del giorno è scorso,
ch’io di te non pensassi? ai sogni miei
la tua sovrana imago
quante volte mancò? Bella qual sogno,
angelica sembianza,
nella terrena stanza,
nell’alte vie dell’universo intero,
che chiedo io mai, che spero
altro che gli occhi tuoi veder più vago?
Altro più dolce aver che il tuo pensiero?

(Giacomo Leopardi, Canti, XXVI, Il pensiero dominante, vv. 136-147)

Poi il velo cade, sotto lo sguardo allucinato di Antinoo (p. 34; e Galeotto fu Argo, l’anziano cane di Odisseo, che fedelissimo – lui sì, perfetto, senza tormento – attende che il padrone faccia ritorno). Nella sua stanza, Penelope d’improvviso tesse qualche cosa di nuovo. «Hai guardato dentro te stessa e non ti sei riconosciuta» (p. 39). La vita immaginata e mai vissuta comincia allora a essere colta come possibilità: essere «donna e non più solo regina» (p. 35), ecco il desiderio profondo che vediamo in quest’amore femminile tutto al condizionale.
Tuttavia, la vicenda andrà a finire tragicamente come preannunciano fin da subito il titolo e l’esergo da I miti greci di Apollodoro, fons erudita di un racconto privo di qualunque erudizione, perché vivo e capace – pur nella sua esistenza tutta all’ottativo – di lanciare, grazie alla presenza stupenda, commovente, del cane Argo che costituisce l’incrollabile fedeltà di una vita vissuta al modo indicativo, un segnale forte al nostro presente, che frutto di secoli di conflitto intimo tra cultura classica e cristiana scopre nelle leggi dell’ospitalità un valore comune a entrambi i poli che, almeno da Petrarca in poi, abitano consapevolmente la nostra coscienza. Almeno noi che, più che il velo, amiamo il vero!
E Ciani ce lo ribadisce, nelle parole stavolta ferme, prive di turbamento alcuno, di una rara bellissima Penelope dentro il suo racconto dell’eterna incertezza, della variabile del sentimento: «Tornerà, non tornerà. Meglio non sapere. Ma rimanevo ferma nella antica, sacra usanza di accogliere lo straniero che bussa alla tua porta: un viandante qualsiasi può essere un dio e solo un dio può dire la verità» (p. 62)..

© Paolo Steffan

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