CapoVersi, nuova avventura Bompiani, per la poesia

capoversi

Già in ristampa a soli due mesi dall’uscita, l’inizio di “CapoVersi“, nuova collana di poesia Bompiani, si afferma con tre libri di successo. Sotto la direzione di Beatrice Masini, l’editore ha avuto il merito di rinnovarsi in quest’avventura tenendo sì fede a una proposta alta, con tre importanti autori del Novecento, ma guardando anche alla possibilità di una larga diffusione del libro, in un’edizione bella e attraente. Molto merito va riconosciuto all’intraprendenza e all’intelligenza di Gerardo Masuccio, che ha curato i libri con Paolo Bonora.

Con John Ashbery, davanti al suo magistrale Autoritratto entro (così traduce in modo filologico Damiano Abeni) uno specchio convesso, siamo di fronte a una grandezza impossibile da non avvertire. Grandezza suggellata peraltro da Harold Bloom (l’autorevolezza del suo scritto in apertura arricchisce di molto l’edizione) e dalla traduzione come già detto rigorosa di Abeni. L’opera di Ashbery è da leggersi d’un fiato; solo così, seguendo il flusso dei versi, come accade leggendo l’Harmonium di Stevens, è possibile amare la complessità del dettato, la polisemia offerta in tanti nervi e nodi di questo capolavoro della poesia americana e universale datato 1975.
Partendo dai segreti sottesi all’autoritratto del Parmigianino, ci si porta via via leggendo in territori linguistici e mentali vastissimi, stranianti, e proprio per questo attraenti. L’io lirico annega, c’è qualcosa che sentiamo in noi e intorno a noi, qualcosa che ci anticipa, ci precede, una forza antenata pronta a conquistarci tramite la poesia. E c’è tutta l’intelligenza di Ashbery nel dirlo: «Il domani è semplice, ma l’oggi non è cartografato, / desolato, restio come qualsiasi altro paesaggio / a cedere alle leggi della prospettiva». L’uomo vive la propria vita sempre come fosse in un teatro, su un palco, persino in punto di morte, affermava Gilles Deleuze. È proprio così: così Ashbery dipinge la nostra prigionia, la forma che noi stessi ci diamo, consegnando alla nostra anima (parola sempre difficilissima) l’immobilità. Lì, in un posto, in un posto solo:

L’anima deve restare dov’è,
per quanto inquieta, a sentire la pioggia sul vetro,
il sospiro delle foglie autunnali sferzate dal vento,
e bramare d’essere libera, all’aperto, ma deve restare
in posa, in questo posto. Deve muoversi
il meno possibile. Questo dice il ritratto.

E troviamo l’angelo, figura così preziosa eppure oggi così trascurata, che ci viene in soccorso: «Forse un angelo ha le sembianze di tutto/ ciò che abbiamo dimenticato».

Di Vladislav Chodasevič (1886-1939), la curatrice del volume, Caterina Graziadei, mette giustamente in luce l’intonazione senile. C’è una postura come dire “morbida” dei versi, mentre avvertiamo perfettamente il silenzio che li ha maturati, la riflessività che ne è stata la matrice. Del poeta russo occorreva un’edizione che ne proponesse in modo compiuto l’opera. Un atto dovuto, un merito editoriale. La sua traiettoria esistenziale ci parla del suo duro corpo a corpo con la storia, che lo condusse a morire esiliato in Francia. Il poeta è stato a suo modo la voce di una generazione, presa nel vortice di un giro di anni. «Dopo il 1927 Chodasevič non scriverà quasi più versi… In pochi comprendono l’orrore che si è parato davanti al suo sguardo», scrive Graziadei. Lo sguardo, certo: è la chiave di lettura dei suoi versi, il segno distintivo della sua intonazione.
Ecco una poesia, a fior di labbra come una preghiera:

Per la strada già imbrunisce.
Sbatte in alto una finestra.
Balena una luce, una tenda si gonfia,
veloce un’ombra si stacca dal muro –
beato chi cade a testa in giù:
almeno per un istante – un altro è il mondo.

Poi c’è la novità della freschezza di Nicanor Parra, che ha, ha avuto, il merito di saper andare dritto al punto. Il poeta cileno proietta il verso al cuore delle questioni, senza orpelli si misura con gli incagli del vivere, dentro le distorsioni dell’esistente. Nessuna distrazione, piuttosto un realismo anche cinico, sferzante, ironico e tagliente. La sua irriverenza, la sua lunghissima vita si racchiudono nel bellissimo titolo di questo libro, L’ultimo spegne la luce. Dentro, la tensione alla protesta, l’incarnazione quasi di un termometro sociale e politico, tutto immerso nella terrestrità di questo esempio di poesia.
Un estratto che è una dichiarazione di poetica. Credo possa valere per il tutto:

Alla poesia delle nuvole
Noi opponiamo
La poesia della terraferma
– Mente fredda, cuore caldo
Siamo terrafermisti ostinati –
Contro la poesia da caffè
La poesia della natura
Contro la poesia da salotto
La poesia della pubblica piazza
La poesia di protesta sociale.

I poeti sono scesi dall’Olimpo.

 

© Cristiano Poletti

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