proSabato: Cesare Zavattini, Il contadino – 1950

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica «proSabato» sul nostro blog.

 

IL CONTADINO – 1950 – Un contadino arava e pensava: bevo o no? Il bottiglione dell’acqua era fra l’erba, all’ombra. Berrò quando avrò fatto il giro del campo, proverò più piacere, va’, disse alla mucca, e non guardò i tre aeroplani che passavano. Uno si staccò dagli altri come un’anguilla e il contadino non fece in tempo ad accorgersene che ta ta ta ta gli sparò addosso e quando il contadino si buttò a terra era già in alto. Le pallottole avevano fatto una riga di fumo a pochi metri da lui, il bue non si era mosso. Passavano tante volte, dopo qualche minuto si alzava del fumo a Viterbo. Sentì il bisogno di sedersi, ma il rumore dell’aeroplano cresceva invece di calare. Allora torna. Si mise a correre verso la quercia, male nella terra smossa. La mitraglia fece risuonare la quercia come una cassa. Teneva gli occhi chiusi e il naso schiacciato contro la scorza della quercia, da una finestra della casa gridavano il suo nome, sulla strada passava un ciclista che andava forte, forse adesso sparerà contro il ciclista, un passerotto volò dalla siepe alla quercia. Come poteva vederlo da lassù? Lo vedeva, infatti stava arrivando per la terza volta con un frastuono che cavava i visceri. Il contadino accennò un pianto falso, da bambino, con l’illusione di difendersi. Era passato dall’altra parte della quercia senza guardare l’aeroplano con la faccia vicino a un lumacone. Eccolo ancora. Ma era solo un effetto acustico, che sparì com si fossa chiusa una porta. Aprì gli occhi, cominciò a cercarlo nel cielo e non lo trovò subito, era un punto. Lasciò passare parecchio prima di muoversi.

 

© Cesare Zavattini, in Straparole, Bompiani, 1967.

2 comments

  1. Attività rurale e quotidiana a confronto con la drammatica straordinarietà della guerra. La microscopica cura dei campi, infinitesimale rispetto al conflitto che coinvolge il mondo, l’inconsapevole, eterna ciclicità delle stagioni, l’albero, il passero, l’acqua da consumare a fine lavoro per trarne una soddisfazione più profonda e quasi etica, premio per l’aratura portata a termine, la discesa veloce di un ciclista stridono con la chirurgica, sadica quanto inutile sparatoria dall’alto di un aereo nemico. Anche quello atto infinitesimale rispetto al conflitto, rappresaglia minima ma omicida.
    La guerra ha un termine e tornerà l’assoluta gloria dei campi, arati, seminati che spingono verso l’altitudine del cielo raccolti e pane. Attraverso quel raccolto, che sia giusto e per tutti, attraverso quel pane, che sia fragrante e abbondi come collina di pane dietro collina di pani, come tesoro quotidiano, come ricchezza minima e grandiosa, attraverso la giusta ripartizione di cibo, di libertà, di diritti si costruisca l’ordinaria civiltà della pace. E un caccia cinico non perfori più il terreno e la corteccia di una quercia, placida e antica, non scompagini più i filari. E i sordidi fomentatori della paura reciproca, dell’instablità imposta come stabile condizione, dell’ingiustizia somministrata come medicamento, della speculazione contro l’uomo e la sua terra non abbiano più tracotanza da mostrare con viso levigato e sprezzante superiorità.

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