I poeti della domenica #393: Antonio Colinas, Para olvidar el odio

Premio LericiPea Golfo dei Poeti 2019

 

Para olvidar el odio (11 de marzo de 2004)

Acaso lo más duro y lo más cruel
no sea el abrir violentamente lo negro en lo blanco:
en la armonía el caos,
en ojos inocentes un cuchillo de ira,
en los labios más tiernos de juventud
la muerte.
Acaso lo más duro sea el odio:
ese odio que establece diferencias,
ese odio que se mama en pecho de odio,
ese odio que se enseña y que se aprende,
que enarbola banderas como pústulas
y que niega brutalmente el amor.

¿Hasta cuándo en el mundo la dualidad más cruel,
la ausencia de armonía?
Nuestra patria es el mundo
y, en él, nuestros pulmones
inspiran armonía y espiran honda paz,
inspiran honda paz y espiran armonía.
Por eso, hoy sabemos ya muy bien
que, como primavera temprana,
como ojo inocente, como labio muy tierno,
nunca cesa esperanza de germinar: lo hace
con mayor rapidez que las mareas de sangre.

Este jueves de marzo no llovía
lluvia de odio:
llovían manos mansas,
que a todo y hacia todos se tendían,
suavemente,
como marea de música,
sólo para sanar, para sanarnos.

Por nada cambiaremos esa lluvia de manos bondadosas.
Son las manos de un fuego que es amor,
un fuego que no quema.
Son esas manos que siempre se entregan
y que nunca reniegan de palabras, ideas, sentimientos.
Marea del amor, más poderosa
que el odio que se mama y que se escupe,
que la sangre violada.

Muchacha muerta que en la fotografía
levantas dulcemente tu rostro hacia el cielo,
muchacho muerto que pones tu oído en la tierra
como para escuchar sólo música:
estáis, en realidad, durmiendo, durmiendo, durmiendo.
No turbéis más su sueño.
No turbéis más sus sueños.

 

Per dimenticare l’odio (11 marzo 2004)

traduzione di Alba Teresa Pasquariello

Forse la cosa più dura e più crudele
non è aprire violentemente
il nero sul bianco:
sull’armonia il caos,
sugli occhi innocenti l’ira di un pugnale, sulle labbra più tenere di gioventù
la morte.
Forse la cosa più dura è l’odio:
quest’odio che stabilisce differenze, quest’odio che si nutre dal petto con l’odio, quest’odio che si insegna e che si apprende, che sventola bandiere come pustole
e che nega brutalmente l’amore.

Fino a quando nel mondo la dualità più crudele, l’assenza di armonia?
La nostra patria è il mondo
e, in esso, i nostri polmoni

inspirano armonia ed espirano pace profonda, inspirano pace profonda ed espirano armonia. Per questo, oggi sappiamo già molto bene che, come la primavera precoce,

come l’occhio innocente, come il labbro tanto tenero, mai la speranza smette di germinare: lo fa
con maggiore velocità delle maree di sangue.

Quel giovedì di marzo non pioveva pioggia di odio:
piovevano mani delicate,
che a tutto e verso tutti tendevano, dolcemente,
come marea di musica, solo per curare, per curarci.

Per niente cambieremo questa pioggia di mani generose. Sono le mani di un fuoco che è amore,
un fuoco che non brucia.
Sono quelle mani che sempre si concedono

e che mai rinnegano parole, idee, sentimenti. Marea dell’amore, più potente
dell’odio che si nutre e che si sputa,
del sangue profanato.

Ragazza morta che in fotografia
dolcemente alzi il volto al cielo,
ragazzo morto che porgi il tuo orecchio alla terra come per ascoltare solo musica:
state, in realtà, dormendo, dormendo, dormendo. Non turbate più il loro sonno.
Non turbate più i loro sogni.

 

 

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