Maurizio Soldini, Lo spolverio delle meccaniche terrestri

 

Maurizio Soldini, Lo spolverio delle meccaniche terrestri, Il Convivio Editore 2019

Non soltanto i versi – aforismi allitteranti – da Aus der Erfahrung des Denkens (Dall’esperienza del pensiero) di Heidegger riportati in esergo, ma ogni singolo testo di una raccolta che, anche per questa ragione, manifesta maturità e compattezza, sembrano indicare nel dichtendes Denken, nel pensiero poetante, dunque, il soffio che anima, il sostrato che nutre, il moto che drammatizza Lo spolverio delle meccaniche terrestri di Maurizio Soldini.
Non ho usato casualmente il verbo “drammatizzare” per i testi di questo volume che esige e merita attenzione e ritorni. Questi, infatti, mettono in scena scorci, dell’essere e dei luoghi, dell’essere nei luoghi, così come rivelazioni e rievocazioni; alla rappresentazione vivida si accompagnano spesso ‘dialoghi’ tra istanze diverse (enunciate anche nei titoli di alcune sezioni), talvolta emergono perfino veri e propri “contrasti”, per dirla con il nome di un genere poetico.
Che, tuttavia, il movimento, o meglio, l’andatura, non abbia il suo esito in una dilaniante lacerazione, ma che essa, l’andatura, sia una, e una sola, pur nella drammaticità del confronto e nel confronto permanente con il dilemma, è chiaro proprio dalla citazione da Heidegger: «Weg und Waage/ Steg und Sage/ finden sich in einem Gang» (nella mia resa: “Via e bilico/ pontile ed epopea/ si trovano in una sola andatura”; Soldini propone la sua traduzione che testimonia una consuetudine di lunga data con questo passo heideggeriano: «Il sentiero e il suo essere in bilico, il suo farsi pontile e la sua saga/ nel ritrovarsi su una stessa banda»).
Nella terza delle sette sezioni (Frontiera, Parola e voce, Tra nuvole e trottole, Dalla notte al giorno, Dentro l’età e le stagioni, L’azzurrità, Lo spolverio delle meccaniche terrestri) che compongono la raccolta c’è un testo che enuncia, così mi sembra di leggere, il carattere unico della “andatura” e che porta proprio il titolo Il passaggio non muta l’andatura.
Nell’andare e trasportare “Fehl und Frage”, errore e quesito (così prosegue il testo di Heidegger: «Geh und trage/ Fehl und Frage/ deinem einem Pfad entlang»), la sosta, la radura sono perni, cardini di occasioni “lungo il proprio sentiero, che è uno solo”, giammai negazioni dell’andare. Così infatti recita una strofa del componimento in questione:

eppure il passaggio non muta l’andatura
e la fermata è il dunque che brucia a dispetto
che stuzzica i malesseri della fioritura
nei viadotti dove scorre pensa e trema
e la radura è auspicio che si chiama indugio

Con alcune eccezioni, come per la poesia appena menzionata, divisa in strofe di cinque versi ciascuna, così come per il sonetto che apre la raccolta (Frontiera) e per i testi articolati in quartine, la maggior parte dei componimenti è in terzine di versi di varia lunghezza. Anche il numero delle terzine varia con l’avvicendarsi dei testi, ma ogni terzina offre l’occasione di inquadrare con precisione la tappa del cammino («il tuo sentiero, che è uno solo», scriveva Heidegger) di volta in volta presa in esame. Inquadrature precise che si sviluppano nell’arco della strofa, rendendo superflui, così, i segni di interpunzione, che, appunto, non vengono utilizzati da Soldini in questi testi.
Le terzine possono portare l’obiettivo su un luogo urbano, con il suo carico di storia e di vita, come avviene in Trinità dei monti:

il pomeriggio scollato d’ottobre
accanto alla casa di keats
ondeggia di folla sulla scalinata

mary poppins appare di sabato
nell’indifferenza delle camelie
agli strappi vantati dalla fantasia

la villeggiatura sta sul travertino
dietro ventate per la somiglianza
e la levitazione il poietico spleen

Talvolta il paesaggio è squisitamente esistenziale, come avviene per la poesia Non cedere, che riprende e ritesse il tema che Hilde Domin trattò con “enorme chiarezza, enorme decisione” (Marcel Reich-Ranicki a proposito di Domin) nella poesia Nicht müde werden (che ho tradotto con “Non cedere a stanchezza”). Ecco i versi di Non cedere di Maurizio Soldini:

come la trama che disegna il ragno
sopra la tela è la geometrica
tensione a tessere il cammino in vita

i passi soffrono nel calpestio
del quotidiano allungo che incede
con i piedi scalzi sulla nuda pietra

non cedere e celare la stanchezza
senza concedere alibi all’impasse
è il soprassalto a vincere l’inedia

In terzine è la poesia che dà il titolo alla settima sezione e all’intera raccolta e che racchiude immagini centrali, così come alcuni termini-cardine, come viandanze:

lo spolverio delle meccaniche terrestri
si sente dal vagabondare nelle strade
per queste allucinate algebre dei corpi

qualche bagliore da scontare si scorge
dentro il logorio delle viandanze
riflesse nella sera alle vetrine dei negozi

L’uso di termini desueti (per esempio l’aggettivo «balba»), difficilmente reperibili in opere poetiche contemporanee, così come il ricorso a titoli in latino, in inglese e in tedesco, è sempre intimamente collegato alla precisione del dire e per questo motivo fondamentale i termini sono evidenza del fatto che il sentiero seguito non è rimpiazzabile, è unico – penso in particolare alla poesia Dove scoliasti. Sono termini che contribuiscono a un dettato nel quale chiarezza e decisione contribuiscono all’efficacia della resa e scaturiscono da una cura esemplare.
In esergo, dopo la citazione da Heidegger, Maurizio Soldini riporta, articolato come se fosse anch’esso una terzina, un passo dal Vangelo di Giovanni (I, 4-5): «e la vita era la luce degli uomini;/ la luce splende nelle tenebre/ e le tenebre non l’hanno vinta». Questo protendersi della luce e verso la luce è lanterna al cammino, nei passi e nelle soste, come precedentemente sottolineato, nelle annotazioni amare e negli smascheramenti degli alibi, così come nei versi di Maurizio Soldini che riporto qui, a completamento e conferma di queste mie considerazioni sulla sua poesia. Sono tre terzine, testimonianza di familiarità appassionata e qui anche giocosa, sempre riconoscente, con i libri, non semplici oggetti, ma vivente e animato nutrimento, che a notte fonda, sembra avviare una danza che, per una volta, accoglie l’enjambement tra terzina e terzina.

gli elefanti sono poggiati sullo scaffale
col dorso allineato per la buona sorte
di un novecento mai dimenticato

la bianca con lo specchio accanto
si stringe corpo a corpo agli almanacchi
e tomi tomi i versi stretti nei volumi

a notte fonda parlano tra loro delle muse
e senza scuse fanno il lifting alle proboscidi
si abbeverano alla linfa della vecchia scuola

 

© Anna Maria Curci

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