Testi da “Container!” (Ensemble 2019) di Edoardo Piazza – con nota di lettura

 

 

LA PARTENZA DEI CONTAINER

Parte dal porto lontano
il carico
che sfida il vento,
nasce nell’aurora di un altro emisfero,
adagio scuote la stiva chiara,
imballato per restare intero,
sensibile
per non partire invano,
muoversi a stento.
Parla il linguaggio univoco del commercio
senza interpretazioni particolari,
gergo globalizzato del fare umano,
legno e tiranti all’ombra
del mare aperto.
D’oro la rotta porta,
guida il vascello,
ponti fra terre emerse,
le stelle in cielo.
Arriva che il buio domina
il sole nel suo calare,
giorni a mangiare bussole
e navigazione,
braccia si muovono
e muscoli
per scaricare.

 

UN BENE

Nell’atmosfera della paura,
nella quintessenza delle colonne agghiaccianti
ci sono ancore in vita e volenti,
esistono tropici dove salvarsi
sotto le botte di frette impotenti.

 

I RICCI ALLO SCOGLIO

Meccaniche improvvisate,
potere alla fantasia,
atomi di cellule sbagliate
tagliate dalla cortesia.
Cuori liberi
di fresca crosta scura
dominano la paura,
masticano la beltà.
Cocci improvvisati di bottiglia
dove si riuniscono i pensieri,
stanno i desideri.
Dare sfogo agli angeli
sorvolando la poltiglia,
scendere le scale
sotto il colle dei misteri.
Compiere i mestieri,
l’arte a volontà,
masticare in simboli
questa libertà.
Fare come i ricci
con la mareggiata,
sempre stretti e cinti
forti d’animo allo scoglio,
non lasciarla mai con tradimenti d’occasione,
ché la moda è vigile,
sempre può tentarti,
toglierti le qualità
con l’ispirazione.
Gustano gelati i tuoi poeti in lontananza
ché la loro lingua s’è fermata alla stazione,
punti evanescenti son rimasti i loro scritti
come le palline che si fanno sul maglione.

 

LA RESA

E c’erano i ragazzi radunati coi capelli storti
a primeggiare puerili sulle sponde paludose,
a contorcere le braccia sotto il lenzuolo,
a sparare le cazzate della sera.
E c’erano sempre quelli all’impiedi
col bicchiere in mano,
a dividere le orecchie con la testa,
pettinati bene.
Sedevano con cura nella sigaretta accesa,
a scambiarsi gli interrogativi.
Che risate comode
nel bar di frazione,
dove tutto,
per affrontare il peso,
in decomposizione
si è arreso.
Che risate comode
nel bar di frazione
dove tutto,
per affrontare il peso,
in decomposizione
si è arreso.

 

CONTAINER

In modo fragile,
ballerino,
con voglie certe,
di blocchi di marmo vivo,
partono liriche nelle casse.
C’è un maestro
che aspetta il suo regalo
e un ragazzo
che volteggia tra i panni della Terra
e torna al suo.
Tra i prodotti,
silenti viaggiano le idee,
nella confusione dei paraggi,
portano l’importanza dei contenuti
e non solo quello.
Qualcuno vedrà arrivare il vascello
fra i miraggi:
i doni saranno certo benvenuti.

LUCENTE AGOSTO

Un dittatore spodestato
ricorda una scuola d’agosto,
nudo,
come le mignotte che nel mattino
fioriscono sulla strada a mo’ di calle.
Si allungano verso il cielo
in una fiaccola trasgressiva:
la stessa che si accende
quando in un borghetto annoiato
sorge un cazzo di centro sportivo.

 

UN UOMO ASSOLATO

Dopo che si era cacato addosso,
sotto i portici di un casale abbandonato,
negli orizzonti della campagna vasta,
in novembre,
ché aveva dormito nudo al freddo.
Dopo che si era cacato addosso,
dicevamo,
alzò gli occhi al cielo,
purpureo di viola che scendono,
si macchiano al verde bagnato.
Quando alzò gli occhi la vide
la morte di luce lontana,
presto le strinse la mano
e continuò la sua vita:
si sentiva rinato.
Tolse quell’abito vuoto
da statua in un parco d’inverno,
l’inferno l’aveva passato,
tornato al respiro da poco.
Decise di farsi accudire,
riprese pian piano il suo stato;
adesso è una riva bagnata,
lo specchio del sole,
è un uomo assolato.

 

L’ARRIVO DEI CONTAINER

Fra pirati e scintille
ho lottato nel buio
di notti più notti che giorni.
Una lotta umana,
ché vibrano le corde all’intestino,
su attimi originali
uno sull’altro.
E ora
è una di quelle sere da arpeggio,
da accordare,
che tenere,
tra le onde dell’aria sopita,
spostano i pensieri verso la pace,
e morbido mi rinfranco d’essere.
Dall’autostrada s’avverte il rosa,
fra campi verdi,
dal mio abitacolo soltanto il nero
che mano a mano,
come la fiamma di un accendino,
resta blu sotto e giallo sopra.
«Dolcezza!»
constato e spengo la lampadina,
«s’è fatto giorno»,
col sol maggiore,
e la pletora di casse
stipate nei container
dove c’è l’arte e l’atrocità,
ci trovi il bello e tutti i fastidi.
E noi qui sotto,
fino dal primo che s’alzò in piedi,
spronati a scegliere,
e scegliere,
e ancora scegliere.
E definirci,
definirci,
e provare a vivere.

 

Nota di lettura (Andrea Accardi)

Sono passati quasi quarant’anni da quando Hans Magnus Enzensberger immaginò sul Titanic il declino di un certo progresso e di un certo Occidente, in un viaggio al tempo stesso realistico e allegorico. Si colloca idealmente in quella scia (la scia letteraria di una nave) l’opera di Edoardo Piazza Container!, pubblicata quest’anno presso Ensemble. Nella nave portacontainer in viaggio si accumulano infatti merci varie, tra cui anche poesie (“partono liriche nelle casse”), ma questo non deve ingannarci nella direzione di apocrife bellezze che salveranno il mondo: la letteratura è piuttosto trattata ironicamente come materia residuale, disturbante rispetto al discorso dominante “come le palline che si fanno sul maglione”. Se consideriamo allora questa nave come un moderno cavallo di Troia, rendere la poesia merce tra le merci permette una sorta di gioco simmetrico, che restituisce valore allo scarto, all’inezia, alle parti (e ai protagonisti) del mondo rimaste fuori da ogni logica commerciale (si vedano i testi Nel povero, p. 56, e Un uomo assolato, qui trascritto). Questo non significa complicità e accettazione (al contrario la scrittura di Piazza attraversa un’ampia gamma di toni, che arrivano fino all’invettiva e al turpiloquio, se pure giocoso), ma intelligente operazione estetica di un autore che per dire una parola che sia in qualche modo avversa all’ordine non se ne pone fuori, ma trae da esso anche qualcosa di una sua innegabile energia, come quella che manda avanti una nave, o la pulsione alla scelta che fa ormai tutt’uno con il nostro “definirci,/ e provare a vivere”. Dove finiscono i beni che ci vengono imposti universalmente, dove cominciano invece quelli che ci definiscono personalmente, singolarmente? Va da sé che in ballo c’è la logica (diremmo, per brevità, capitalistica) che caratterizza da tempo il nostro Occidente, Titanic che non affonda, “vascello/ tra i miraggi”. Non è però un caso se alcuni tra i momenti più riusciti e sorprendenti sono infine quelli che ci portano lontano dalla ressa delle merci e della vita moderna, dentro spiragli di improvvisa e abbagliante solitudine: “Un dittatore spodestato/ ricorda una scuola d’agosto”; “in un borghetto annoiato/ sorge un cazzo di centro sportivo”.

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