“La parola detta”: intervista a Stefania Di Lino

Stefania Di Lino, foto di Silvana Leonardi

Il 24 febbraio 2019, in occasione della presentazione del libro di Stefania Di Lino, La parola detta, ho rivolto alcune domande all’autrice. Riporto qui di seguito il testo dell’intervista (Anna Maria Curci)

AMC: La tua scrittura  entra nel vivo degli universali della  poesia. Con questa espressione intendo una grammatica del poiein  nella quale etica ed estetica sono, insieme, inseparabile principio fondante e nutrimento. Dall’assunto di partenza che ho appena illustrato discendono alcune domande. Eccole:

AMC: Parola detta, ‘licenziata’ e ‘donata’: quale è, in tale contesto, la responsabilità del poeta?

SDL: Il primo pensiero che mi viene in mente è il tradimento reiterato dei politici verso la parola detta perché loro sanno bene che non avrà seguito se non per loro stessi e pochi altri.
Io credo che molto, forse tutto, avvenga attraverso la parola, e in ogni ambito del dire e dell’agire umano ciò comporta responsabilità. Il poeta è colui o colei che, consapevole di questo, se ne assume il carico.
La parola è uno strumento potente. Penso all’imprescindibile legame che ha con la formazione del pensiero, nella costruzione dell’identità di un individuo, con la sua crescita, con l’evoluzione delle idee, la loro modifica o il rovesciamento di prospettiva come può avvenire, per esempio, in un setting psicoanalitico, in cui la parola è al contempo chiave e legame, malattia e cura. E per pensiero intendo anche la formazione, la costruzione lenta nel tempo di una propria visione del mondo e alla relazione che con esso si riesce, o meno, a stabilire. Parafrasando Celan ti dico che la parola è sì un dono, ma è un dono gravoso poiché determina non solo il proprio ma anche l’altrui destino.
Allo scrittore, dice Julio Monteiro Martins, viene chiesto uno “stato di coraggio permanente”,  partendo dalla consapevolezza che se certe cose non le dice uno scrittore, non le dice nessuno. Quando si sceglie la poesia come mezzo espressivo, significa che le cose da esprimere hanno proprio bisogno di quel medium per venire allo scoperto. Non a caso la poesia viene adottata in prossimità di grandi dolori, amori, separazioni o lutti. Inoltre, sia nella poesia che nella prosa poetica, la parola viene passata al setaccio, rarefatta. La poesia è un’architettura sonora ed è importante dare risonanza alla concatenazione che si crea tra una parola e l’altra, tra un verso e l’altro, poiché i versi sono gli architravi che ne sorreggono le entrate, anche in relazione ai diversi piani polisemici che tale costruzione può evocare, ma non necessariamente dichiarare in prima istanza. Chi legge poesia, può anche non capire le parole ma avere la percezione dell’esistenza di un significato ‘altro’ che slitta sul piano della coscienza intellettiva, quasi fosse – passami il termine – una sorta di ‘devianza’, o meglio una ‘deriva’ per dirla alla Guy Debord.  In realtà io credo sia una soglia – o comunque qualcosa che sfugge alle maglie della ragione creando connessioni fino a quel momento inusitate. Si tratta insomma di un profondo percorso interiore.
La poesia si manifesta negli argini rotti della parola.
In questa frattura di senso del linguaggio, in questo corto circuito della coscienza, quasi fosse une petite mort e dove Agamben ravvisa un varco tra le sponde di lingue diverse, io credo si apra una crepa a cui la sola parola poetica, per  sua natura, può dare accesso. Del resto sappiamo bene che il gesto della scrittura, per la sua doppia valenza interiore e sociale, prevede per ontogenesi la traduzione. In tal senso ogni poeta è un traduttore.
E stretta è la relazione tra contenuto e forma, tra etica e estetica che nell’arte, a mio avviso, devono coincidere. Iosif Brodskij affermò che l’estetica è la madre dell’etica, e in effetti attraverso l’esperienza estetica un individuo ha occasione di formare e raffinare i suoi strumenti critici, il gusto personale e, soprattutto di sviluppare un pensiero indipendente con cui impermeabilizzarsi rendendosi più refrattario ai condizionamenti e ai tentativi di appiattimento al conformismo dei modelli imposti. Quando ciò non avviene, quando cioè viene negata questa esperienza emotiva profonda e formativa, un po’ come accade nell’epoca che stiamo attraversando, si produce uno scollamento all’interno dell’individuo e tra sé e l’altro. È una malattia dell’anima, a mio avviso, una sorta di anestesia dei sensi (anestesia infatti è l’esatto contrario di estetica) che compromette la capacità empatica e di discernimento su cosa sia bene e cosa sia male, tra la cosa giusta e quella sbagliata, ma non parlo necessariamente di lotte titaniche tra il Bene e il Male, o forse nei risvolti anche di quelle, ma parlo essenzialmente di una confusione spicciola, una tossicità quotidiana che appesantisce e complica molto il vivere, come dimostra il dilagare di comportamenti distruttivi e autodistruttivi e il logoramento del cosiddetto tessuto sociale. Si tratta di una scissione corpo-spirito che porta sofferenza e  infelicità diffusa, anche perché, e questo credo vada sottolineato, il concetto di ‘bellezza’, scevro da un forte carattere etico e da un radicato substrato morale, è barbarie. La nozione di bellezza, infatti, viene confusa sempre più spesso con la chirurgia estetica, ovvero con il bisturi, cioè con il taglio che viene da fuori a ‘correggere’ il non conforme, l’imperfezione – pensa quanta violenza! – fino ad arrivare a mostruosità e a vere e proprie mutilazioni. a causa di una sempre più diffusa incapacità di accettare se stessi e i segni di un tempo naturale che passa, aderendo a un modello che ci vorrebbe – ci fa sembrare, e dico solo sembrare – eternamente giovani. So bene quanto queste mie affermazioni possano infastidire più di qualcuno, ma per non apparire una bacchettona moralista e puritana, cosa che non sono, dico che prima forse dovremmo interrogarci di più su quel modello di ‘bellezza’ offerto dai media che scambia una parte per il tutto, che seziona invece di unire. Chiederci se e quanto ci appartenga, e se la vogliamo veramente quest’eternità posticcia, anche perché visto da vicino, il trucco è presto rivelato. Dopo di che riconosco a ognuno la più completa libertà di perseguire l’illusione di una eterna giovinezza.
Ma, a proposito di confusione e di assenza di limiti, appaiando il concetto di ‘eterno’ con quello dell’abisso, mi hanno colpito le parole pronunciate da una psicoanalista  nel corso di una recente conferenza sulla genitorialità in cui ha affermato che: “… nell’abisso, come nell’infinito, non c’è l’esperienza umana, c’è l’esperienza del disumano, perché noi non siamo attrezzati ad avere a che fare con l’abisso.”
Ecco, vorrei che si riflettesse su queste parole che nell’uditorio sono risuonate come pietre.
Ma, per tornare alla poesia, scrivere non è mero esercizio calligrafico, almeno per me. Materia precipua del poeta ritengo debba essere l’interpretazione del mondo attraverso la sua esperienza umana personale; un poeta deve porgere cioè, una concezione della vita dal suo punto di vista, da quel promontorio interiore su cui sale per osservare il movimento degli astri e dei pianeti, o da quella grotta scavata con le unghie in cui si cala per interloquire con i suoi demoni, per guardarli negli occhi e scriverne.
La scrittura, dice Josip Osti, dovrebbe avere la stessa andatura della vita, per questo nella mia poesia ci sono cambiamenti di registro, di ritmo, di tempo (già, ma qual è il tempo del poeta?), e le cesure presenti sono sì pause di respiro, sospensione, vuoti, ma anche qualcosa che potrebbe essere comparato al kire nello haiku, cioè un taglio grafico che, oltre ad avere una valenza estetica, sottolinea e prepara, con una virata improvvisa ai versi successivi. Un andamento imprevedibile, l’accadimento d’imprevisti,  in poesia come nella vita.
Ci sono inoltre poeti che assumono  posizioni politiche non solo teoriche, ma anche pratiche, attive sulle questioni fondanti della vita collettiva e dell’esistenza tutta, – mi viene in mente il poeta che ‘non ne poteva più delle Liale della poesia’, Nanni Balestrini e la sua militanza politica coerente con la sua poesia. Ha scritto versi che non lasciano dubbi sulle sue posizioni politiche, a causa delle quali ha vissuto cinque anni di esilio.
Un poeta, dunque, deve avere una sua visione sulla vita e sulla morte e su quanto intercorre tra questi due eventi. La felicità o la non felicità degli esseri umani per esempio,  voce che non rientra nel PIL di nessun governo al mondo, forse perché l’infelicità ha un peso economico maggiore visto l’uso sempre più esteso di antidepressivi e ansiolitici che ormai si prescrivono persino ai bambini, senza intaccare minimamente le cause della sofferenza, che di solito affondano radici nella famiglia e nella struttura economica  della società stessa.
Un poeta non può girare la testa di fronte alle questioni etiche della vita, avendo la consapevolezza che la sua parola, pur non modificando il mondo, può rappresentare la cerniera culturale tra l’esperienza privata del singolo, vissuta a volte in solitudine ed emarginazione, e quella più comunitaria e collettiva, legando così il vissuto soggettivo a una dimensione più sociale.
E la poesia in tal senso, deve irrompere forte, in modo espressivo, diretta come un tuono in un cielo di silenzio.
Ho appuntato sul mio taccuino personale un pensiero che il poeta argentino Roberto Juarroz offre sul linguaggio poetico che suona più o meno così: “La poesia scandalizza sempre a causa di un fatto molto semplice: perché pensa per conto suo. Ciò comporta un disastro in questo mondo in cui tutti pensano per conto altrui”.
Quindi la parola poetica si muove tra il taciuto e il detto, per l’appunto, il rivelato, la poesia, che ‘porta con sé un segreto’, è al contempo la sua rivelazione. La poesia ha una natura profondamente sovversiva.
Il poeta riunisce il basso con l’alto e ha uno sguardo strabico per essere in grado di cogliere l’immanente e il trascendente nel medesimo momento, deve prendere la mano dell’uomo e congiungerla con quella di Dio – e alla parola ‘Dio’ ognuno legga l’accezione che più aggrada. Un poeta deve vivere il suo tempo e farsi punto d’incontro tra chi lo ha preceduto e chi lo seguirà. Deve avvertire nella dimensione esistenziale, individuale e collettiva, il segno di una lacerazione (parola) taciuta,  il disagio profondo di un inganno, deve essere in grado di vedere il ‘’rovescio del ricamo’’ e rendere visibile ciò che non lo è per molti.
Siamo quel che ci manca, da per sempre. Lo so, mi sa che il nostro delirare in voce è un differire la morte, ché noi si muore appena abbiamo smesso di parlare, appena abbiamo smesso l’illusione d’essere nel discorso“, dice Carmelo Bene, e il poeta che  porta in sé la mancanza non colmabile e permanente dell’indicibile, è fondamentalmente uno straniero che vive nella crepa di una contraddizione, di una terra che non sente sua e in una dimensione permanentemente diasporica ed esiliante, consapevole che non avrà mai abbastanza tempo per conoscere una lingua che descriva lo strappo da ciò che forse mai è stato, e che ‘l’opera’, in senso metaforico, come dice sempre Agamben, non potrà mai considerarsi conclusa. Però mi sentirei di appoggiare anche la tesi di Moni Ovadia quando cita Cioran: ‘‘Un uomo che si rispetti non ha una patria. Una patria è una colla’, e Ugo da San Vittore che afferma: ‘… perfetto è colui per il quale l’intero mondo è come una terra straniera’. Vivere la condizione dell’esilio, interiore e non, come occasione di scoperta e arricchimento culturale, come condizione di privilegio spirituale, e questo oggi contrasta pesantemente con il senso di radicamento e di proprietà privata ed esclusiva di un luogo, – pensa alle politiche razziste della Lega in Italia – in una terra invece  in cui tutti dovremmo sentirci ospiti di passaggio e non padroni. Forse è proprio la condizione di precarietà e la cornice dell’impermanenza che più si attiene al poeta come status della coscienza, materiale che diventa propulsivo per la ricerca espressiva. E per questo forse si continua a scrivere, dipingere, scolpire, come qualcuno ha detto, la stessa opera, la stessa poesia. Ma la parola, la tela, il marmo o il legno, non esaurendo mai del tutto la volontà dell’autore, rivelano percorsi prima sconosciuti al poeta o all’artista stesso, sorprendendolo. Insomma, in fatto di creazione, non è vero che si abbia sempre tutto sotto controllo. L’opera, se manifesta un suo andamento, al suo autore non rimane che seguirla.
In questo forse consiste la difficoltà a stabilire quando un’opera può considerarsi conclusa, poiché è una problematica che attiene visceralmente al rapporto che l’autore ha con la materia dell’ opera, ovvero con se stesso. Solo dopo averne accettato i limiti, che vuol dire accettare i limiti della materia stessa, ci accorgiamo che non c’è più bisogno di ulteriori interventi.
E con questa considerazione il pensiero vola a Michelangelo e alla sua magistrale, forse involontaria ma ancora attuale lezione sul ‘non finito’, che in sintesi rimane una metafora sulla dissolvenza della forma e sulla dissoluzione della materia.

AMC: Recentemente sono tornata a riflettere sulla parola poetica come “madreterra” (Rose Ausländer), dimora cercata e ponte all’altro da sé. La tua poesia a p. 80, in questo anelito operoso, mi sembra assumere un significato fondante. È così?

SDL: Penso alla poesia anche come a un ritorno o, se vuoi a una rivisitazione epifanica, e mi vengono in mente le opere meravigliose del Pontormo e di Bill Viola riferite all’incontro.
A volte la poesia è recupero dell’ opportunità di intelligere tra le pieghe di ciò che è sfuggito al momento e scoprire un senso altro, diverso da quello vissuto. Oppure conferma. Come dice Milo De Angelis, oltre al futuro anche il passato può essere pieno di scoperte.
A p. 80 hai centrato uno dei testi più autobiografici tra quelli riportati nel libro. Forse per una sorta di rimozione non lo ricordavo, e sono andata a rileggerlo. Si tratta di una poesia che in qualche modo cerca di rompere un silenzio tombale che rimuove la presenza dell’altro, un faticoso silenzio che disconosce la parola, anzi la tradisce. È un testo volutamente, e direi anche disperatamente assertivo, nel timore forse di essere fuori tempo massimo con la vita, è un’invocazione, una preghiera. È un testo che si ripromette speranza – sebbene la speranza sia un’illusione che mi concedo sempre meno – o una fiducia nella parola apri-pista, nella parola tellurica che smuove le montagne, che si fa attracco e salvezza verso l’altro. Speranza nel potere della parola evocativa, se vuoi un rituale che assume il valore di un’eggregora o di una presa salda della mano come a dire “eccomi, ci sono ti tengo e non ti lascio”. Una “madreterra” ferma che può salvarti, ma non è detto, dal maelstrom della vita con le sue tempeste attorno, su cui il poeta transita e si aggira scrivendo. E allora c’è da rinominare, capovolgere lo sguardo, cambiare punto di vista, tentare  parole diverse estratte da nuove narrazioni per uscire dal guado. Arrendersi di fronte all’idea che la parola “giusta”, o quel che le somiglia, la trovi dentro di te, e la “terramadre” è quell’esilio, quel vuoto di parole mancate,  quel cono d’ombra che accompagna, quel dolore che porti dentro e per il quale continui a scrivere. Non ricordo bene chi disse che la vita è una separazione continua da qualcuno e da qualcosa – anche da se stessi, direi. Quindi parliamo della vita come un movimento continuo, una continua elaborazione luttuosa che comincia dalla nascita, ma aggiungerei per non appesantire troppo, con qualche distrazione ogni tanto, per fortuna.

AMC: I temi di morte e rinascenza, di uccisione e di vita nuova, appartengono – Stefano D’Arrigo lo ha messo bene in evidenza – agli universali della poesia. Una serie di testi nella parte iniziale da un lato – uccisione – e la poesia dedicata al figlio Edoardo – placenta, vita, sguardo, rinominare il mondo – dall’altro ne danno testimonianza nella tua raccolta.
Cognizione del dolore e sguardo aperto. Che cosa ancora senti di aggiungere, in questa dialettica, alla interrogazione permanente costituita dalla tua poesia?

SDL: Sulla violenza presente nei miei testi, rimarcata su più fronti, vorrei citare Ascanio Celestini a cui è stata rivolta la stessa osservazione: ‘La violenza di uno scrittore è una violenza mediata, perché scrive con la pistola in tasca e la penna in mano. E finché scrive in maniera violenta la pistola rimane in tasca’.
Il problema reale è che siamo immersi in parole violente dette e scritte da politici e sedicenti giornalisti, e lì non c’è mediazione o difesa. Nella scrittura invece c’è l’elaborazione che nomina e svela quanto di aggressivo e razzista abbiamo dentro e intorno, e lo riporta alla coscienza. La violenza verbale di certi politici, e di quella che passa attraverso i media, non offre alcuna possibilità di  coscienza né elaborazione, ma solo manipolazione e aizzamento all’odio, proprio perché manca il processo cognitivo della mentalizzazione di quella parte oscura che ci appartiene.  Come si possono combattere cose che non conosciamo?
Per il resto penso che l’arte sia nata per fare i conti con la morte, o meglio ‘per difendersi dalla vita’, diceva Piero Guccione, raffinato pittore siciliano.
La morte, pur non essendo più un tabù almeno quanto il sesso – e oggi se ne parla fin troppo secondo me –, continua ad essere un topos letterario perché sostanzialmente rimane un grande mistero in cui tutto sembra finire. Il maelstrom, appunto, il buco nero. Cosa sappiamo veramente della morte? Niente. Sappiamo solo che esiste.
Van Gogh, nel suo studio per “I mangiatori di patate”, associò l’ombra alla morte, e viceversa, riportandola in modo evidente dei suoi lavori, perché diceva che l’ombra va praticata. E proprio per i forti contrasti chiaroscurali ammirava molto anche la pittura di Rembrandt, del quale disse che doveva essere morto molte volte per dipingere le ombre in quel modo.
Nei miei testi abbraccio un po’ le ipotesi di Foucault: scrivere ipotizzando la sparizione dell’altro, oppure di una dimensione o di un’epoca, ma direi anche pensando alla propria fine, perché un poeta deve continuamente morire un po’ nell’atto dello scrivere, farsi consumare e ascoltarsi mentre avviene questo processo. La creazione ha che vedere con la morte vista  con una sorta di distacco interiore che può sembrare freddezza o addirittura cinismo, condizione che permette allo scrittore di oltrepassare la soglia del ‘razionale’, di superare in un certo senso  inibizioni e paure sull’argomento trattato, cosa che non necessariamente significa auspicare la morte di qualcuno o trattarlo con disamore, ma vuol dire solo distacco, allontanamento prospettico per vedere meglio il dolore, descriverlo, e tentare di sapere perché che fa tanto male.
Per questo scrivere versi può essere un atto molto doloroso, e  per me spesso lo è, e può essere doloroso anche per chi legge. Agnese Moro, che ha curato la prefazione del mio primo libro nel 2012, Percorsi di vetro (ed. De-Comporre), mi disse che i miei versi arrivavano come schiaffi. Ecco, l’assunzione di responsabilità della parola poetica coinvolge anche l’aspetto della gestione del dolore altrui, di provocare sofferenza nell’altro. Quindi nella poesia, come nell’arte visiva, si dà parola e corpo ad un lutto prefigurato, quando non reale, e, in ogni caso, si tratta di una prefigurazione di qualcosa che avverrà di sicuro. Una predizione molto facile, insomma.
Aggiungerei all’argomento, visto l’alto numero di poeti suicidi – e Iolanda Insana ha fatto un ironico elenco tutto al femminile di poetesse che hanno messo fine ai loro giorni e io stessa ho scritto un testo dedicato ad Alfonsina Storni –, c’è la fatica di mantenersi in equilibrio tra queste due pulsioni, morte e rinascita, rassegnazione e speranza, senso e non senso, lotta e resa, sapendo che è il dolore che ci forma e ci connota, tra la presa d’atto di una realtà che sembra inamovibile e la parola che pazientemente lavora e scava intorno una possibile trincea da cui almeno difendersi.
Concludo facendo miei i versi meravigliosi del poeta bosniaco Izet Sarajlić, sopravvissuto a quella che D’Alema ebbe la sfrontatezza di definire con lo scandaloso ossimoro di “guerra umanitaria” e che fu atroce sanguinosa e ingiusta proprio come tutte le guerre. Si tratta di alcuni versi tratti dal Libro degli addii: ‘la cosa più importante​ quando cominciammo a scrivere/ non era tanto creare versi/ quanto nei versi riabilitare l’amore’.
Non ho passione per i tatuaggi, li considero una violazione alla sacralità che il corpo umano porta in sé, e sulla pelle mi bastano le rughe e i nevi che la genetica e il tempo mi hanno donato, ma se li amassi mi farei tatuare proprio questi versi.

 

© Anna Maria Curci a Stefania Di Lino, 24 febbraio 2019

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